Ripartire dalle origini per riscoprire il significato più autentico della musica in levare. È questa la scelta dei Kangarude, progetto nato dall’incontro di otto musicisti veronesi con alle spalle una lunga esperienza in formazioni che hanno segnato la scena cittadina, che hanno deciso di ritrovarsi attorno a una passione comune: riportare sul palco il suono delle origini dello ska e del rocksteady, quello nato nella Giamaica dei primi anni Sessanta e poi approdato nel Regno Unito, diventando la colonna sonora di un’intera cultura.

Un repertorio costruito a partire dai grandi classici di etichette come Treasure Isle, Studio One e Trojan Records, reinterpretati con arrangiamenti originali e una ricca sezione fiati. Ne parliamo con il fondatore della band, Emanuele Fiorio.

Come nasce il progetto Kangarude e cosa vi ha spinto a rimettervi in gioco insieme dopo le esperienze maturate in altre storiche band veronesi?

«Il nome dice già tutto: “Kangarude” è un gioco di parole tra kangaroo (canguro in inglese) e Rude Boy. Ci piaceva il connubio tra il ritmo del rocksteady e dello ska che invogliano a saltare come un canguro e il legame con i Rude Boys, protagonisti della cultura giamaicana nata nei primi anni ’60 nei sobborghi più poveri di Kingston. In netto contrasto con le loro origini disagiate, sfoggiavano uno stile curatissimo, ballavano ska ed erano in prima linea nei sound system di quartiere. È nato tutto dalla volontà di proporre e rivisitare un suono eccezionale che pochi conoscono e una cultura che ha anche un grande significato sociale e politico. Ho contattato alcuni amici musicisti, gli ho proposto il progetto e loro stessi hanno coinvolto altri musicisti. Di fatto ci siamo ritrovati — io e altri sette musicisti, tutti con alle spalle anni di palco in band che hanno fatto parte della scena — a voler ricominciare da un punto preciso, da dove è nato il suono in levare: la Giamaica a cavallo tra gli anni ’50 e ’60. L’idea è nata da una passione condivisa, rivisitando pezzi che amiamo.»

Emanuele Fiorio

Tra Basso Ritmo Acquar, Cactus Quillers, Teo & The Bombs e Hypergroovers ci sono percorsi musicali diversi. Qual è stato il punto d’incontro che vi ha uniti?

«Apparentemente siamo venuti da mondi diversi — chi dal reggae roots, chi dal funk, chi dal punk, chi da uno ska più contaminato. Ma il denominatore comune è stato l’interesse verso il suono in levare, le vibrazioni e questa cultura musicale che ha messo in connessione la Giamaica e l’Europa (in particolare il Regno Unito), creando un movimento capace di unire la classe lavoratrice nera e bianca, al di là di qualsiasi apparente differenza. Quando ci siamo messi a suonare insieme, ci siamo resi conto che c’era qualcosa di naturale nel modo in cui ci incastravamo. Otto persone che non si sovrappongono e che si ascoltano. E poi c’è un’altra cosa che ci unisce: nessuno di noi voleva fare la fotocopia di quello che aveva già fatto. Volevamo nuovi stimoli e arrangiamenti originali.»

Perché avete scelto di concentrarvi proprio sul rocksteady e sullo ska delle origini, quello delle grandi etichette degli anni Sessanta come Trojan Records in Inghilterra e Treasure Isle in Giamaica?

«Perché quello è il punto zero. Trojan Records, Treasure Isle ma anche Studio One o Blue Beat Records sono etichette che hanno cambiato la storia della musica mondiale, e spesso questo contributo non viene riconosciuto abbastanza. Molti pensano che il reggae rappresenti il genere fondativo della musica in levare, il genere da cui tutto è partito. Non è così, il capostipite della musica in levare è lo ska. Il reggae è nato in Giamaica alla fine degli anni ’60 come evoluzione dei due generi che l’hanno preceduto: lo ska nato nei primi anni ’60 e il rocksteady nato a metà anni ’60. Lo ska delle radici nasce in coincidenza con l’indipendenza della Giamaica nel 1962: è una musica che parla di un popolo che trova la propria voce. Ha radici nel jazz americano, nel mento locale, nel rhythm and blues, ma il risultato è qualcosa di completamente originale — l’upstroke di chitarra, il controtempo ficcante, i fiati che salgono e scendono. Poi, tra il ’66 e il ’68, il ritmo rallenta, le melodie diventano più languide, e nasce il rocksteady — forse la forma più pura e sottovalutata di tutta la tradizione giamaicana. È lì che vogliamo stare.»

Molti conoscono il reggae attraverso Bob Marley, ma meno persone conoscono artisti come Desmond Dekker, The Skatalites o Don Drummond. Quanto è importante riportare alla luce questa storia musicale?

«Moltissimo, ed è una delle ragioni principali per cui esiste questa band. Bob Marley è un gigante, ma è anche diventato una specie di cortina che oscura tutto quello che viene prima. Desmond Dekker era già una star internazionale quando Marley stava ancora trovando la sua strada. Don Drummond — membro fondatore, compositore e trombonista degli Skatalites, morto tragicamente a soli 37 anni — è uno dei musicisti più originali che la musica popolare abbia mai prodotto. Marcia Griffiths, Phyllis Dillon: voci straordinarie che meritano di essere conosciute, non solo citate. Noi non facciamo archeologia. Facciamo musica viva, legata ad una cultura che ancora oggi lancia messaggi rivoluzionari, antirazzisti, antifascisti, mettendo al centro le rivendicazioni e le condizioni delle classi subalterne e lavoratrici. Vogliamo che chi viene ai nostri concerti esca con la voglia di andare a cercarsi questi dischi e a conoscere questa cultura.»

Il vostro è un repertorio di cover, ma non semplicemente riproposte. In che modo lavorate per dare una vostra identità a brani così celebri?

«La parola “cover” per noi è un punto di partenza, non un punto di arrivo. Partiamo sempre dalla fedeltà all’originale — ritmo, armonia, vibrazioni, spirito — ma poi lasciamo che la nostra sezione ritmica, i fiati e la voce facciano quello che sanno fare. Rileggiamo gli arrangiamenti, a volte estendiamo le sezioni strumentali, a volte modifichiamo parti della struttura. Non lo facciamo per distinguerci a tutti i costi, ma perché otto musicisti che suonano insieme sviluppano inevitabilmente un suono proprio. E poi c’è il modo in cui interpretiamo: non imitiamo, cerchiamo di entrare con la nostra visione e il nostro approccio in quei pezzi.»

Siete una formazione di otto elementi con una sezione fiati particolarmente ricca. Quanto incide questo aspetto nella costruzione del vostro suono?

«La sezione fiati non è un ornamento — è il cuore del suono ska e rocksteady. Nei brani originali giamaicani, i fiati non riempivano il vuoto: erano architettura, erano ritmo, erano melodia. Avere quattro fiati significa che possiamo ricreare quella texture densa, quei riff in blocco, quelle risposte tra gli strumenti che rendono questa musica così fisica, così immediata. È impegnativo dal punto di vista degli arrangiamenti — bisogna sapere chi fa cosa e quando, e lasciare spazio a tutti. Ma quando funziona il suono ha uno spessore che non puoi ottenere in nessun altro modo.»

Verona in passato ha avuto una scena ska e reggae piuttosto attiva. Come la vedete oggi rispetto agli anni in cui avete iniziato a suonare?

«La scena c’è ancora, ma è cambiata. C’è stata una stagione — fine anni Novanta, primi Duemila — in cui Verona era un sottobosco fervido. Protagonisti come gli Hypergroovers che proponevano ska-jazz ed erano molto seguiti. I Kangarude rappresentano una costola di questa band dato che dal 2005 al 2012 ben quattro degli attuali componenti dei Kangarude (sax tenore, tromba, basso e batteria) hanno militato in questa formazione.

Gli otto elementi dei Kangarude

Poi citerei i Basso Ritmo Acquar e i Teo & The Bombs, formazioni storiche del panorama cittadino, in cui hanno suonato il nostro sassofonista tenore Cesare Carreri (in entrambi) e il nostro chitarrista Fabio Basile (nei Teo & The Bombs). Senza dimenticare i Niù Tennici, pionieri e conosciuti per il loro “reggae-ska” cantato rigorosamente in dialetto veronese. Band forti, locali organizzati, un pubblico che seguiva. Oggi la situazione è più frammentata, ma il nostro suono crea interesse e muove anche gente che non è necessariamente appassionata del genere. Detto questo, noi siamo qui proprio per contribuire a diffonderla e a farla vivere, per quanto possibile.»

Che tipo di risposta avete ricevuto finora dal pubblico? Vi seguono soprattutto appassionati del genere o riuscite a coinvolgere anche chi scopre questa musica per la prima volta?

«Come dicevo, quello che ci ha sorpreso è proprio questo: la risposta di chi conosce poco o non conosce lo ska o il rocksteady ma apprezza questo suono e si diverte. Non perché conosce gli autori che sta ascoltando — ma perché questa musica ha un groove che coinvolge e si trasmette senza mediazioni culturali. Poi ci sono gli appassionati ma l’obiettivo è sempre quello di aprire la porta a tutti, non di suonare per un club chiuso di iniziati.»

In un panorama musicale dominato da altri linguaggi e tendenze, cosa rende ancora attuale una musica nata oltre mezzo secolo fa in Giamaica?

«Il groove non invecchia. E poi c’è qualcosa di più profondo: questa musica nasce da una comunità che cercava la propria identità, che voleva divertirsi e fare festa pur vivendo condizioni difficili. Quando arriva in Inghilterra, a metà degli anni Sessanta, attecchisce nei quartieri operai, diventa colonna sonora dei Rude Boys e poi degli skinhead – che non erano i naziskin che conosciamo oggi – ma ragazzi bianchi e neri che condividevano la stessa vita, lo stesso stile, gli stessi ideali e la stessa musica. È fondamentale ribadirlo, perché è uno degli equivoci storici più grandi che ci siano. Quella degli skinhead era ed è una cultura working class, antirazzista e antifascista per definizione, nata dall’incontro tra i neri immigrati giamaicani e i bianchi britannici. Quella storia conta ancora, quella musica parla ancora.»

Questo è solo l’inizio di una nuova avventura o state già pensando a sviluppi futuri, magari con materiale originale accanto ai grandi classici?

«Siamo onesti: per adesso ci stiamo godendo questo inizio. C’è ancora tanto spazio per affinare il repertorio, gli arrangiamenti, tanto da costruire anche sul palco. Non vogliamo mettere pressione artificiale su un processo creativo che deve venire da sé. Per ora ci concentriamo su quello che proponiamo e su come renderlo sempre più coinvolgente. Per ora suoniamo, ascoltiamo, impariamo, il resto verrà da sé.»

© RIPRODUZIONE RISERVATA