Immaginate attraversare Ponte Navi o Ponte Pietra – poco importa la direzione – e dover superare dei controlli militari. Questo prima di varcare un cancello separatore, oltrepassando il presidio bellico delimitato da barriere e uomini armati, valicando così il confine divisorio.

Ad inizio del XIX secolo tutto ciò era all’ordine del giorno a Verona. O almeno lo è stato dal 1801, in seguito al trattato di pace di Lunéville.

L’accordo, siglato fra le truppe Napoleoniche francesi, vincitrici, e gli sconfitti Austriaci, comportò il delineamento di nuovi assetti territoriali. Specie a Verona, che fungerà da vera e propria cortina di ferro fra la Repubblica Cisalpina e l’Austria, con il fiume Adige a fare da muro divisore fra le due sponde. La parte ad est dell’ansa, guardando la cartina, diventerà di dominio austriaco, quella ad ovest sarà invece sottoposta al controllo francese.

È qui che verrà coniato per la primissima volta il termine “Veronétte”. Appellativo utilizzato con tono dispregiativo da parte dei francesi per indicare la porzione di territorio controllato dai nemici asburgici: quello che si sviluppa ad est dell’ansa dell’adige. Quello che tutt’oggi chiamiamo “Veronetta”.

L’influenza militare austriaca

Maria Luisa Ferrari, ex professoressa presso l’università di Verona, oggi pensionata, ci ha mostrato contesto, sviluppo e capostipiti dell’architettura militare austriaca su Verona. Un pezzo di storia architettonica che ha lasciato a noi veronesi più di qualche strascico – per usare un eufemismo. Mura, forti, presidi logistici: le infrastrutture belliche austriache sono il fiore all’occhiello di un’architettura apprezzata ma altrettanto sconosciuta ai molti.

La dominazione francese su Verona terminò nel 1814 con la caduta di Napoleone, dopo diciassette anni di dominio “a intermittenza”. Con il congresso di Vienna nel medesimo anno, l’intero regno Napoleonico venne ridisegnato, segnando la restaurazione dell’ordine monarchico sull’Europa. In questo contesto nacque il regno lombardo-veneto, sotto totale controllo degli austriaci.

Tutto ciò, all’interno della configurazione veronese, permise agli austriaci di estendere il proprio confine, “abbattendo” le barriere di Ponte Navi e Ponte Pietra e allargando così il controllo all’intero complesso urbano.

Quando nel 1814 Napoleone abbandonò Verona, non lasciò la città intatta. Prima di ritirarsi, fece danneggiare le mura cittadine, rendendole di fatto inservibili: una vera e propria strategia di terra bruciata, dettata dalla piena consapevolezza del valore strategico di quelle fortificazioni. Se non poteva più tenerle, non voleva che a beneficiarne fosse il nemico che stava per subentrargli.

Fu proprio da quelle macerie, paradossalmente, che iniziò una delle trasformazioni urbane più significative della storia veronese.

Il dominio austriaco

I primi anni di dominio asburgico furono pressoché tranquilli. Maria Luisa Ferrari, in riferimento alle opere più significative, cita il completamento della Gran Guardia, l’inizio dei lavori di Palazzo Barbieri e la trasformazione di Piazza Bra in piazza d’armi.

Tutto cambiò nel 1831. Le insurrezioni che attraversavano l’Europa resero il quadro internazionale più instabile, e l’Austria cominciò a temere un conflitto. Fu allora che si decise di fortificare seriamente la città. Una scelta in controtendenza rispetto alla prassi del secolo, che voleva l’abbattimento delle mura, considerate ormai poco efficienti contro le nuove tecnologie militari.

Solo le piazze di reale valore strategico venivano rinforzate con criteri moderni, e Verona era una di queste: insieme a Peschiera, Mantova e Legnago, sarebbe diventata uno dei vertici del celebre Quadrilatero.

Le mura danneggiate da Napoleone non furono ricostruite da zero – un’operazione troppo costosa – ma recuperate e adattate ai nuovi sistemi di combattimento: nacquero, sulle colline, le torri massimiliane (le Toricelle – dove oggi è concentrata la movida notturna veronese) e Forte Sofia. Vennero riattivati anche Castel San Pietro e Forte San Felice. Questi ultimi con funzioni difensive verso l’interno, a differenza degli altri due. Una sorta di “fuoco amico” in caso di rivolte congestionate

Verona come “piazza forte”

Il punto di svolta che portò al consolidamento di Verona come “piazza forte” fu il 1848. Un anno iconico e noto anche ai meno appassionati di storia per i così detti “moti del ’48”. In tutta Europa scoppiarono violente insurrezioni che alimentarono tensioni nell’intero continente.

In questo contesto, gli austriaci decisero di fortificare definitivamente l’intero complesso scaligero. Non solo militarmente, ma anche logisticamente. Vennero realizzati l’Arsenale, l’ospedale militare di Santo Spirito a Porta Palio, e ultima tra le grandi opere, tra il 1863 e il 1865, la Provianda di Santa Marta.

Verona rappresentava uno snodo centrale. Ai piedi della Val d’Adige e posta a nord est dell’Italia, era un vero e proprio punto di raccordo logistico che si legava al resto dell’impero austro-ungarico. Il completamento logistico, oltre che militare, fu una decisione «da cui tutt’oggi stiamo ancora raccogliendo i frutti.» – commenta Maria Luisa Ferrari.

Mappa dell’impero austro-ungarico nel 1848

Di fatti, l’Arsenale e Santa Marta erano due i poli produttivi legati all’esercito. L’arsenale fungeva da magazzino militare per la manutenzione delle armi e dei finimenti per gli animali, quindi tutto quello che riguardava l’armamento bellico. Il cibo, il pane e gli approvvigionamenti di cui l’esercito necessitava veniva invece conservato in Santa Marta.

La provianda di Santa Marta

Chi oggi attraversa Veronetta e si trova davanti alla mole della Provianda di Santa Marta difficilmente immagina quanto fu stratificata la storia di questo edificio. Tutto cominciò nel Duecento, tra il 1211 e il 1212, con un convento agostiniano e una chiesa dedicata a Santa Maria Maddalena, che secondo la tradizione assunse poi il nome di Santa Marta per un errore di trascrizione nel catasto.

Nell’Ottocento la storia si fece più rapida. Nel 1829 la chiesa fu sconsacrata e venduta, nel 1833 passò ai Padri Cappuccini, che la restaurarono, ma già nel 1850 l’autorità militare austriaca acquisì i fabbricati destinandoli a caserma. Fu solo l’inizio: tra il 1863 e il 1865 chiesa e convento vennero quasi del tutto demoliti per costruire la Provianda, un grande panificio militare con due silos per le granaglie (i due edifici paralleli di fronte al complesso dell’ex chiesa dove oggi sorge il museo) collegato da un raccordo ferroviario alla stazione di Porta Vescovo. L’impianto arrivò a produrre fino a 65.500 razioni di pane al giorno per la guarnigione austriaca.

È grazie alla sua efficiente produzione e posizione strategica che, assieme all’Arsenale, all’ospedale di Porta Palio e ad altrettante caserme rimesse in sesto, nel 1848 questi quattro punti di forza trasformarono Verona nel gioiello strategico dell’impero austriaco.

L’annessione al Regno d’Italia

Il controllo asburgico durò però pochissimo: nel 1866, appena un anno dopo, il Veneto passò al Regno d’Italia, e la Provianda fu ceduta intatta alle nuove autorità. La funzione di panificio militare continuò comunque per decenni, intensificandosi durante la Prima guerra mondiale. Solo negli anni Cinquanta, in piena Guerra Fredda, cessò la produzione del pane: la struttura divenne sede del commissariato per rifornimenti e distribuzione e, dal 1951, Centro Raccolta Collaudi e Smistamento. Restò attiva fino alla fine degli anni Novanta, quando nel 1995 il magazzino fu trasferito altrove.

Nel 2001 il ministro della Difesa ne firmò la cessione al Comune di Verona, e la Fondazione Cariverona acquisì il complesso per destinarlo all’Università. Tra il 2009 e il 2015 si svolse il restauro firmato da Massimo Carmassi, premiato con la Medaglia d’oro all’Architettura italiana. Da allora la Provianda ospita i dipartimenti economici e giuridici dell’Università di Verona: l’ultima, sorprendente metamorfosi di un edificio nato per la guerra e diventato luogo di conoscenza.

Rara foto di produzione militare in cui compaiono il ponte di collegamento in ferro tra i silos e i binari della ferrovia. Nella mostra su Santa Marta. Foto di Luca Fratton.

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