Alla commissione urbanistica del Comune, giovedì scorso, Cariverona ha scoperto le sue carte: il piano Folin non c’è più. O almeno è diventato un’altra cosa. Castel San Pietro e Palazzo del Capitanio – “Lab Urbs” – saranno musei solo tra diversi anni. L’ “operazione Marriott“, finanziariamente, si slega dagli investimenti in queste strutture, il cui completamento è previsto addirittura nel 2030.

Si minimizza, in via Garibaldi, la sezione congressuale dello “City Hub”: dai 1800 posti previsti si passa ai 220 della vecchia sala di Unicredit. Gli altri edifici ospiteranno settanta appartamenti.

Qual è la morale della vicenda? Cerchiamo di fare un po’ di ordine. Ci sono diverse questioni che vanno messe in relazione: le esigenze gestionali di Cariverona; il suo ruolo cittadino nel contesto attuale e futuro; l’auspicabile evoluzione dei servizi turistico-culturali della nostra città; gli strumenti che possono servire ad essa; il ruolo degli stakeholder locali.

Il bilancio ed il ruolo cittadino di Cariverona

Nell’occhio del ciclone, Cariverona, accusata, da destra e da sinistra, di badare solo a se stessa, di non essere più al servizio dei cittadini, di essersi dimenticata la sua origine civica. Facciamo un passo indietro. Quando nel 2016 Alessandro Mazzucco diventa presidente, deve fare i conti con un’eredità patrimoniale assai difficile. Paolo Biasi gli ha lasciato il 25 per cento degli investimenti finanziari concentrati sul titolo Unicredit, in carico per un valore tre volte superiore a quello di mercato.

Il palazzo di via Garibaldi, 1 a Verona al centro del piano Folin.

Un altro 30 per cento è costituito da costosi immobili monumentali, di redditività assai ardua, comperati a suo tempo per compiacere le amministrazioni. In questa situazione, a garantire le erogazioni sociali, drasticamente diminuite rispetto agli anni dell’abbondanza, sono i proventi derivanti dagli investimenti finanziari del rimanente 45 per cento di risorse “libere”. Questa situazione non è stata ben capita dalla città, abituata a chiedere e ad ottenere quello che chiedeva.

Ancora nel 2020, il presidente della Camera di commercio Giuseppe Riello tuonava così contro la Fondazione: «dovrebbe tornare alle origini, impegnando le sue risorse non nella finanza, ma nell’economia veronese». Come se queste scelte fossero state dettate dalle insane passioni finanziarie dell’allora direttore generale Giacomo Marino e non dall’obiettiva situazione di bilancio.

Tra operazione legittima e identità urbana

Allo stesso modo, c’è chi bolla come “speculazione immobiliare” la vendita, da parte del fondo Verona Property, – detenuta al 99% da Cariverona – del palazzo di via Garibaldi a Marriott. Il punto è l’utilizzazione dello “Sblocca Italia”, che consente di aggirare i vincoli urbanistici esistenti in presenza di progetti riguardanti “cessione di aree o immobili da destinare a servizi di pubblica utilità”. Nel nostro caso il Piano di Assetto del Territorio del Comune, che escluderebbe un nuovo albergo in centro storico.

Quindi l’operazione, in sè, è pienamente legittima. Ma è anche opportuna per la città? La risposta è difficile, perché coinvolge piani diversi di ragionamento. Gli albergatori non lamentano tanto l’aumento della concorrenza, ma, assieme ad alcuni urbanisti, l’ulteriore deriva del centro storico a “gigantesco ulteriore, invivibile resort” (Giulio Cavara, presidente dell’Associazione Albergatori di Verona). Ne fanno un problema di identità urbana.

Desertificazione del centro storico

Tema interessante, senz’altro, ma non è che in questi anni il dibattito sia stato brillante. Come in tutte le città d’arte, ci si è lamentati della “desertificazione” del centro storico, abbandonato dai residenti e preda del turismo mordi-e-fuggi. D’accordo. E come attirare nuovi residenti? Quali ricette sono state individuate? Settanta appartamenti in più, paradossalmente, sono una risposta, per quanto parziale, che la revisione del piano Folin ha prospettato.

Il centro storico è “abitato” sempre meno da residenti.

Dall’altra parte, si tratta di decidere se riconoscere o meno alle esigenze di risanamento e rilancio delle erogazioni di Cariverona un interesse collettivo: sia per l’obiettiva centralità che ha avuto questa istituzione nella storia cittadina; sia per l’importanza che il “secondo welfare” ha assunto nelle politiche sociali urbane.

Se si riconosce, in particolare, questo principio, e quindi l’obiettiva necessità della Fondazione di valorizzare almeno parte dei propri beni sul mercato per proseguire la propria missione aziendale, che ha natura sociale, si fatica a capire a cosa mai potrebbero essere destinati edifici di questo tipo, una volta escluse le funzioni direzionali. Alla Fondazione, semmai, va rimproverato di non avere spiegato bene ai cittadini veronesi che la stagione che sta affrontando è quella che è. Ciò che si poteva fare ieri (e forse si è fatto troppo) non si può più fare ora.

Fondazioni e musei

Nella sua recente relazione alla Commissione urbanistica del Comune, il nuovo direttore Filippo Manfredi ha confermato che Castel San Pietro e Palazzo del Capitanio conserveranno la destinazione museologica, anche se spostata di diversi anni nel tempo (tra il 2028 e il 2030). Non era una cosa scontata. Per il primo, anni fa, si ipotizzava una destinazione alberghiera, tanto per cambiare. Viene quindi confermato un aspetto decisivo del “piano”, anche se lo slittamento temporale rende la previsione piuttosto fumosa. Quale sarà lo scenario cittadino in quel momento? Cariverona avrà risorse sufficienti da destinare alla ristrutturazione degli edifici e per attrezzarli alle nuove funzioni?  

Il problema di Verona è la vastità e la complessità del suo patrimonio artistico rispetto alle dimensioni obiettive della città. Prima di inaugurare nuovi musei e deciderne l’oggetto, andrebbe adeguato e ampliato quello di Castelvecchio. Solo per dotare di una nuova sede il Circolo Ufficiali – seguendo, ad esempio, il progetto dell’ing. Cossato all’ex Ospedale militare – saranno necessari diversi milioni di euro.

Uno scorcio dell’Arsenale asburgico.

Poi bisognerebbe implementare tutto il patrimonio artistico esistente e già fruibile con i nuovi servizi permessi dalle tecnologie digitali: funzioni web che permettano ai turisti di tutto il mondo di conoscere la nostra città e programmarne la visita; percorsi in realtà aumentata nei siti e nelle collezioni; tour virtuali…

Non dimentichiamoci che abbiamo anche il magnifico Arsenale da ristrutturare: un’altra bella gatta da pelare. Se poi il Museo della città dovesse nascere, chi lo gestirà? E il Palazzo del Capitanio? Mettendo in fila tutte queste esigenze, ne esce un quadro molto promettente sotto il profilo delle opportunità e terribilmente impegnativo sotto quello realizzativo, sia per le ingenti risorse da mobilitare, sia per la strategia da elaborare. Una volta si sarebbe detto: “beh, ci pensa Cariverona”. Probabilmente non potrà mai più essere così.

I numeri dell’arte

E’ quindi necessario che un po’ tutti gli stakeholder cittadini in ambito turistico-culturale – dagli amministratori agli albergatori, dai museologi agli urbanisti, dagli accademici agli operatori culturali – inizino a fare i conti con scenari del tutto nuovi. Partendo da alcune premesse molto solide, per fortuna.

Facciamo qualche cifra. Nell’ultimo anno pre-Covid, il 2019, la bigliettazione della sola Arena di Verona garantiva 4 milioni e 600mila euro. La Casa di Giulietta 1 milione e 300 mila. Il Museo di Castelvecchio 500mila euro. Il Teatro romano 200mila; il Museo degli affreschi-Tomba di Gulietta 170mila; 70 mila la Galleria d’Arte moderna. Lapidario Maffeiano, Arche Scaligere, Museo di Storia Naturale, rispettivamente, 13mila, 14mila, 38mila. Quasi 7 milioni di euro in tutto. Sono numeri notevolissimi, permessi da 1 milione e 700mila visitatori, per la maggiore parte turisti.

Uno scorcio di Castelvecchio, dove ha sede il museo civico veronese.

Rispetto a questi dati, che, dopo il Covid, vanno considerati un obiettivo da raggiungere nuovamente, come va giudicata, nel complesso, la gestione dei beni? Verona riesce a valorizzarli adeguatamente? Se poi coltiviamo l’ambizione di aumentare l’offerta con nuovi spazi espositivi e nuovi servizi, saremo in grado di governarli al meglio? Balza gli occhi lo squilibrio tra le prime tre strutture e le altre. Come motivare i visitatori ad allargare i loro interessi a quelle, per così dire, “minori”? Sensibilizzazione, comunicazione, marketing urbano, biglietti unici, promozioni…

Immaginiamoci ora di aggiungere altri notevoli spazi espositivi a Castel San Pietro e Palazzo del Capitanio. E’ sufficiente la direzione unica dei musei civici e gli astratti auspici di coordinamento tra istituzioni diverse per gestire tutto ciò?

Una fondazione di partecipazione

Temiamo fortemente di no. Fondazione Cariverona sarà sempre della partita, in qualche modo; ma il reperimento di risorse finanziarie così ingenti non potrà venire che da fonti diverse, sia pubbliche, in particolare europee, comprendendo i fondi Pnrr; sia private, alimentando un rapporto culturalmente nuovo con il tessuto produttivo, territoriale e non.

Se non si vuole restare piccoli, bisogna pensare in grande. Gli strumenti ci sono. Da qualche tempo circola la parola magica “fondazione”. Se ne parla in ambiti diversi ogni qual volta si evidenzia la necessità di coordinare ed ottimizzare risorse. Tuttavia, bisogna chiarire bene cosa intendiamo con questo termine. Non si tratta, come si dice, di promuovere “sinergie”, “collaborazioni”, “cooperazioni”…

In una fondazione di partecipazione i soggetti proprietari dei beni conferiscono al nuovo soggetto giuridico i loro beni storico-artistici per un certo periodo di tempo: 20 anni, 30, di più… Il trasferimento riguarda il personale, le strutture amministrative, i servizi da garantire ai visitatori.. Tutti gli atti di gestione –  incassi, reperimento fondi dagli sponsor, programmazione di breve e medio periodo degli eventi culturali, manutenzione… – passano alla Fondazione. Chi conferisce i beni ne perde, temporaneamente, la sovranità.

Un’immagine dello spettacolo areniano tenutosi il 9 giugno 2021 per ringraziare i sostenitori aderenti alla raccolta fondi. Foto ©Ennevi.

Gli esempi di Brescia, Venezia, Bologna, Torino

Il Comune di Verona, per capirci, cederebbe la gestione diretta di Castelvecchio, dell’Arena, della Casa di Giulietta, del Teatro Romano a Cariverona, insieme a quella della Galleria d’Arte moderna, di Castel San Pietro, di Palazzo del Capitanio. Possiamo immaginare quante resistenze un progetto del genere incontri.

È anche vero che sia la macchina amministrativa del Comune sia, ancor più, quella di Cariverona, potrebbero avere evidenti vantaggi ad abbandonare ruoli gestionali diretti così complessi. Gli esempi virtuosi sono attorno a noi: Torino, Venezia, Bologna e, qui vicino a noi, Brescia. La tutela costituzionalmente prevista dei beni sarebbe garantita dal mantenimento della proprietà ai titolari pubblici. La gestione sarebbe invece ispirata a criteri privatistici.

È una rivoluzione alla quale bisogna iniziare a pensare sul serio. A Brescia, l’Alleanza per la cultura ha raccolto attorno al patrimonio artistico della città, sostenuta dalla legislazione fiscale del’Art Bonus, decine di imprenditori, alcuni noti in tutto il mondo, con fatturati miliardari, in una logica di sostegno identitario.

Modello 67 Colonne

Una strada che finora, qui a Verona, è stata imboccata, con successo con l’operazione 67 colonne, promosse dal gruppo Athesis a favore di Fondazione Arena. La strada è quella. Parallelamente, occorre che le amministrazioni riconoscano l’importanza strategica che ha l’economia turistico-culturale per la nostra città. Non basta più assecondare l’esistente, lo sviluppo spontaneo degli interessi commerciali, sulla base di quello che c’è. Occorre costruire quello che non c’è.

Non è possibile che l’unica discussione che il “piano Folin” abbia suscitato sia stata quella, tanto polemica quanto poco chiara nelle argomentazioni, tra amministratori e albergatori, curiosamente allineati alle posizioni dei consiglieri di sinistra in Comune. Per gli uni, per gli altri, per i cittadini, la partita è ben più importante. Si tratta di progettare un sistema turistico-culturale urbano di assoluto pregio in una prospettiva qualitativamente europea. Le difficoltà e le chance che, assieme, ci stanno davanti, non potranno essere affrontate con posizioni conservatrici, ma con la forza e il coraggio di una cultura dell’innovazione.

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