Igor Protti, tutta questa nostalgia
C’è un che di paradossale nel vedere l'affetto dimostrato verso il bomber riminese e il disinteresse misto a disaffezione che accompagna le prime sfide di Coppa del Mondo

C’è un che di paradossale nel vedere l'affetto dimostrato verso il bomber riminese e il disinteresse misto a disaffezione che accompagna le prime sfide di Coppa del Mondo

Petto nudo, capelli bagnati e fascia di capitano al braccio. Attorno i fumogeni amaranto, i cori, l’affetto di una città intera. La gigantografia di Igor Protti campeggia in mezzo ai diecimila tifosi livornesi che gremiscono la curva Nord dell’Armando Picchi. L’ultimo saluto di un popolo, mentre dall’altra parte dell’oceano arrivano gli echi di un Mondiale forse mai così distante.
C’è un che di paradossale, in questi giorni, nel vedere l’affetto che praticamente tutto l’ecosistema pallonaro nostrano ha dimostrato nei conformi del bomber riminese, mancato dopo aver lottato contro un tumore al colon, e il disinteresse misto a disaffezione che accompagna le prime sfide di Coppa del Mondo. Come a voler marcare la distanza tra un calcio, presunto, più autentico e una kermesse ipervitaminizzata che gronda collusioni.

Igor è l’adattamento che i russi hanno fatto del norreno Ingvarr. Un nome che racconta di steppe, freddo e cieli diafani. Non te lo aspetti al sole della Romagna, tra ombrelloni e sorrisi abbronzati. La parabola di Protti parte da qui. Famiglia umile, padre muratore, cuore a sinistra e consapevolezza che anche tirare calci a un pallone non è scontato nell’Italia dei primi anni ‘70. La fatica sui campi delle serie minori, i gol e la grande occasione che arriva con la maglia del Bari.
Quell’anno, stagione 95-96, ci mette solo tre minuti Igor Protti ad entrare nell’immaginario di un ragazzo di nemmeno 10 anni. Tanto gli ci vuole per segnare la prima rete della stagione, al Napoli, facendo esplodere il San Nicola, l’astronave firmata Renzo Piano ancorata a pochi passi dalla statale che circonda la città. Da lì in avanti continuerà a segnare in tutti i modi. Dribblando il diretto marcatore, di testa, di rapina. Il “trenino” inscenato con i compagni dopo ogni gol diventa l’immagine iconica di quel Bari. Imitato da migliaia di ragazzini in tutta Italia.
A maggio il tabellino segna 24 reti, sul trono dei marcatori insieme a Beppe Signori. Il Bari, però, chiude al 15esimo posto. Per la prima volta una squadra che schiera il capocannoniere della stagione, retrocede in Serie B. Qualcosa che va ben oltre la beffa, ma è proprio questa che permette di scrivere il nome di Protti in una delle pagine più particolari della nostra enciclopedia calcistica. Quella dei re senza corona. Uno spazio che, negli anni ‘90 e all’alba del nuovo millennio, è popolato dai Luiso, dagli Hubner, dai Muzzi e dai Tovalieri. Gente che gonfia con regolarità le reti, non vince titoli e nemmeno sfiora la Nazionale. Compensano con l’affetto delle piazze, mai grandi, che, grazie a loro, spesso vivono i momenti più belli della propria storia recente.
Le grandi platee per Igor Protti arrivano nelle stagioni successive. Prima la Lazio, poi il Napoli, stagioni interlocutorie. Un gol nel derby capitolino al 90’, ma la certezza che quel treno sia ormai passato. A trentadue anni fa un paio di passi indietro, sceglie di svegliarsi col Tirreno alla finestra, e abbraccia la causa di una città di portuali che l’aveva già accolto appena maggiorenne. Forse ripensa a quando il padre, sulla costa opposta, lo portava alla Casa del Popolo dopo il lavoro.

Livorno dà gloria soltanto all’esilio e ai morti la celebrità scriveva qualche anno prima Vinicio Capossela, parlando di Modigliani. Protti ci tiene a smentirlo e, diventa una sorta di divinità laica per tutto il popolo che la domenica si ritrova all’Ardenza. Sei stagioni e altri tre titoli di capocannoniere, per regalare agli amaranto il triplo salto dalla C1 alla A. Un poema omerico che si chiude con l’ultima passerella in massima serie prima del ritiro. Il resto è storia di questi ultimi mesi. La lotta con il tumore, l’immagine straziante di un padre col corpo fiaccato dalla malattia che accompagna la figlia all’altare. Infine, l’epilogo.
Torniamo però al paradosso di qualche paragrafo fa. Un contrasto feroce, quasi osceno nella sua evidenza. Da un lato il tributo “romantico” degli appassionati italiani e, dall’altro, la plastica lucida della geopolitica del pallone, dove i miliardi ridisegnano i confini del desiderio e i tifosi vengono sostituiti da clienti alto-spendenti. Con un Gianni Infantino ben felice di accompagnarsi ad oligarchi e genuflettersi a questo o quel regime pur di portare a casa il risultato. La resistenza di chi non si arrende alla degenerazione del calcio moderno. Potrebbe sembrare l’ultima trincea, ma non lo è.
L’idea che ci sia stata un’epoca in cui il calcio era più puro, più umano, è una delle illusioni nelle quale ci piace crogiolarci quando lo sport che così tanto ci appassiona evolve, allontanandosi dall’immagine a cui eravamo affezionati. Un bias assolutamente comune, che ciclicamente torna a galla quando le soddisfazioni sul campo sono sempre più rade. Intendiamoci, le emozioni che Igor Protti e altri come lui hanno regalato sono assolutamente reali, e nessuno potrà togliere questa consapevolezza a chi ne ha amato le gesta. Ad essere sbagliata è la prospettiva da cui osserviamo tutto ciò.

I bei tempi andati del calcio di una volta non sono mai esistiti. Il pallone è sempre stato questo. Moderno per definizione e quindi sempre soggetto privilegiato di dinamiche di soft power e specchio dei mutamenti sociali. Anche quando questi ultimi sono il riflesso di disuguaglianze che aumentano in proporzione agli investimenti plurimilionari in arrivo dai vari angoli del globo. Un carrozzone di luci artificiali che lascia dietro di sé il deserto. C’è chi lo pensa. E ha ragione. Solo che era così anche quando segnava Igor Protti.
All’epoca, però, l’Eldorado eravamo noi. Eravamo noi a drogare il mercato con quotazioni e stipendi fuori controllo, in grado di attrarre i migliori campioni del pianeta, ma senza un’idea di gestione complessiva del sistema. Un calcio utilizzato come strumento di approvazione popolare dai grandi capitalisti del nostro Paese, che non ha retto il colpo quando a entrare in campo sono stati altri giocatori. Più preparati, più organizzati e con una visione strutturale. Più ricchi, ovviamente.
Siamo rimasti al palo. Sospesi in un eterno presente, come in una fotografia. Solo che quello scatto è della metà degli anni ‘90 e c’è Igor Protti che esulta. Le braccia larghe, a raccogliere il boato della sua gente. Nel frattempo il calcio ha proseguito la sua corsa, spesso folle, in avanti. Limitarsi al lamento e alla facile nostalgia, urlando alla luna quanto fossero più belli quegli anni là è un esercizio sterile. Eppure lo facciamo da più o meno vent’anni a questa parte. L’elezione di Malagò alla guida della FIGC rischia di essere solo l’ennesima puntata di una serie tv ormai arrivata a raschiare il fondo del barile.
Quindi? Dobbiamo smettere di emozionarci di fronte a certe storie? Di farci sorprendere da un sorriso mentre ricordiamo quel gol? Mai. Solo non lasciamo che quest’abbraccio nostalgico diventi la nostra unica chiave di lettura. Facciamo un passo indietro, osserviamo meglio. Poniamoci più domande possibili.
Certe foto, poi, saranno sempre lì. Come quella di Igor Protti. Corpo proteso, occhi trasognati e faccia al vento. Poi d’improvviso mi sciolse le mani. E le mie braccia divennero ali, direbbe.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
