Lo scorso 13 maggio la Giunta comunale ha finalmente approvato il PUA (Piano Urbanistico Attuativo) denominato “Ex Opificio Tiberghien”: un piano per la riqualificazione dell’area un tempo occupata dal lanificio dell’omonima famiglia francese, che lo inaugurò nel lontano 1907.

Accanto all’ambizioso progetto di trasformazione urbanistica resta però un quesito: il ricordo di una fabbrica paternalistica, della memoria collettiva operaia cittadina e dell’impatto socio-economico che il Tiberghien portò con sé, resisterà ancora nel tempo?

Lo scorso mese, con l’inaugurazione delle passeggiate tematiche in Veronetta, Michele De Mori ha permesso ai partecipanti di ripercorrere lo sviluppo industriale del quartiere. I racconti hanno concesso un vero e proprio riavvolgimento della linea temporale storica, smascherando in quei complessi residenziali che oggi popolano il quartiere ad est del fiume Adige, i resti della propria memoria industriale che ancora giacciono sulle fondamenta degli stessi palazzi oggi popolati in gran parte da studenti.

E se per la passeggiata di Veronetta industriale i partecipanti hanno dovuto sforzare la propria immaginazione, assaporare la memoria industriale dell’ex-Tiberghien risulta certamente più tangibile. L’inceneritore, così come la parte est dell’area, sono infatti ancora intatti e facilmente riconoscibili percorrendo via Unità d’Italia, direzione San Michele Extra.

Per quanto tempo ancora, però, le fondamenta operaie del complesso verranno mantenute in piedi, prima di trasformarsi solamente in storie di un passato lontano?

Breve storia del lanificio

Il primo mattone fu posato il 4 novembre 1906 da una famiglia di imprenditori tessili francesi, originari di Tourcoing. San Michele Extra, alla periferia orientale di Verona (che al tempo faceva comune a sé), divenne la sede di quello che sarebbe diventato uno dei più grandi stabilimenti industriali della città, con un volto prevalentemente femminile: nel 1912, su 900 dipendenti, 9 su 10 erano donne.

La scelta di localizzare lo stabilimento a San Michele non fu casuale. Il terreno apparteneva alla famiglia Trezza, una delle famiglie più influenti della zona, proprietaria di gran parte del borgo Trento. A fare da intermediario tra i Tiberghien francesi e il contesto veronese fu l’ingegnere Ottavio Arvedi, figura di spicco nell’economia cittadina dell’epoca, con interessi in numerose società. Arvedi divenne anche direttore dei lavori della costruzione, prima di essere assassinato in treno nel 1907, proprio durante la fase di sviluppo del cantiere.

Attorno alla fabbrica crebbe un intero quartiere. I Tiberghien adottarono un modello paternalistico: case operaie, circolo ricreativo, cooperativa, squadra di calcio, colonia montana per i figli dei dipendenti, intrecciando indissolubilmente la storia dello stabilimento con quella della comunità locale.

Dagli anni Settanta cominciò la crisi. Dopo un incendio devastante nel 1972 e i licenziamenti, la proprietà abbandonò il campo in modo clamoroso: Antonio Tiberghien consegnò le chiavi della fabbrica al futuro sindaco Gozzi con le parole “Noi abbiamo da vivere per tre generazioni.”

Seguì un episodio unico nella storia industriale italiana: tra il 1975 e il 1981 il lanificio fu gestito direttamente dai capigruppo del Consiglio Comunale. Negli anni Novanta ci provarono i manager stessi, acquistando l’azienda dall’interno. Non bastò. La chiusura definitiva arrivò nel 2004, mentre nel 2016 gran parte del complesso fu abbattuto.

Alcune operaie della fabbrica

La prevalenza femminile

Il Tiberghien era una realtà produttiva costruita in larghissima parte sul lavoro delle donne. Le operaie provenivano spesso dai comuni e dalle frazioni circostanti, alcune percorrendo ogni mattina a piedi lunghe distanze – da Montorio, ad esempio – in gruppo, cantando lungo la strada. Questa dimensione comunitaria del tragitto quotidiano era già di per sé un elemento identitario forte, un momento di socialità che precedeva l’ingresso in fabbrica e ne prolungava il senso di appartenenza oltre i cancelli.

All’interno dello stabilimento, la qualità della vita variava sensibilmente da reparto a reparto. Nel “rammendo“, all’epoca uno dei reparti più tipicamente femminili del ciclo tessile, l’assenza di macchinari rumorosi permetteva alle operaie di parlare, raccontarsi, tenersi compagnia durante il lavoro.

Era un ambiente in cui la dimensione sociale si intrecciava naturalmente con quella produttiva. Negli altri reparti, dove i macchinari dominavano l’ambiente sonoro, questa possibilità era molto più ridotta. Ciononostante, il senso di comunità rimase una costante trasversale all’intera fabbrica, e fu proprio questo il ricordo che le operaie conservarono con maggiore affetto e nostalgia.

La cooperativa di consumo

Il modello paternalistico

Il rapporto tra la famiglia Tiberghien e i propri lavoratori non si esauriva all’interno delle mura dello stabilimento. I Tiberghien avevano costruito case popolari per i dipendenti, un circolo ricreativo, un campo da calcio, colonie estive per i figli degli operai, e avevano sostenuto la cooperativa Casa Montana a Rovere. Questo modello paternalistico creava un legame di dipendenza e gratitudine che andava ben oltre il semplice rapporto di lavoro.

Le generazioni più anziane di operai lo ricordavano come un elemento positivo, quasi protettivo. Le testimonianze raccolte da parte di Nadia Olivieri nel suo “Il lanificio Tiberghien fra storia e memoria” (Cierre Edizioni), parlano di “imprenditori buoni”, di una presenza rassicurante sul territorio, di un’azienda che manteneva i posti di lavoro anche quando era diventato economicamente svantaggioso farlo.

Questo racconto, tuttavia, si scontrava con una realtà più complessa: lo stesso modello paternalistico conteneva in sé una logica di controllo, specialmente nei confronti delle lavoratrici.

Nadia Olivieri ci racconta che le donne che si allontanavano da casa per lavorare, a volte per intere settimane, dovevano poter essere “garantite” alle proprie famiglie sul piano morale e comportamentale. La profonda religiosità della famiglia Tiberghien e il clima culturale del fascismo, che spingeva gli imprenditori ad assumere responsabilità sociali sui propri dipendenti, contribuivano a definire un ambiente in cui la protezione e il controllo erano due facce della stessa medaglia.

La gestione politica e manageriale della fabbrica

A metà degli anni Settanta, il Tiberghien si trova in una situazione di crisi profonda. La congiuntura è pesante: la crisi petrolifera ha colpito duramente l’intero comparto manifatturiero europeo, le lotte sindacali si intensificano, i costi di produzione crescono mentre la competitività internazionale si fa sempre più spietata.

La famiglia Tiberghien arriva a una decisione straordinaria: anziché dichiarare fallimento e portare i libri in tribunale, consegna di fatto tutto nelle mani del sindaco di Verona. Non solo la società, ma anche i terreni e gli interi fabbricati, a titolo sostanzialmente gratuito.

È una scelta che ancora oggi si presta a letture contrastanti. Da un lato può essere letta come un gesto di responsabilità e persino di generosità verso una comunità di lavoratori con cui la famiglia aveva intrecciato decenni di storia. Dall’altro, come osserva lucidamente Michele De Mori, era anche un modo per liberarsi di una situazione diventata ingestibile.

La conflittualità sindacale, le difficoltà economiche, il peso di una fabbrica tecnologicamente invecchiata. Il tutto senza dover pronunciare la parola “chiusura” e senza dover vendere al miglior offerente privato. La verità, molto probabilmente, sta nel mezzo: una famiglia che non riesce più a gestire la situazione ma che, nel contempo, non se la sente di voltare le spalle a una realtà produttiva costruita dai propri nonni e radicata nel territorio da oltre settant’anni.

Ciò che è certo è che avrebbero potuto fare diversamente. Avrebbero potuto vendere tutto a un privato, per esempio. E qualcuno avrebbe sicuramente comprato. Come dimostra il fatto che la parte Est venne effettivamente ceduta pochi anni dopo. Scelsero invece questa soluzione intermedia, e il Comune di Verona la accettò.

Gli scioperi degli anni ’70 dopo i primi tagli al personale

La gestione comunale: un unicum italiano

Che un’amministrazione comunale si faccia interamente carico di un’azienda privata in crisi, assumendone proprietà, debiti, responsabilità gestionali e oneri finanziari è, per quanto è dato sapere, un caso senza precedenti nella storia industriale italiana.

E sia Nadia Olivieri, autrice di “Il lanificio Tiberghien fra storia e memoria”, che Michele De Mori, architetto e membro di Cocai, confermano ciò. Un comune di medie dimensioni che decide di farsi imprenditore per salvare centinaia di posti di lavoro nel proprio territorio: sembra l’incipit di una sceneggiatura per un film di Paul Thomas Anderson.

La struttura di governo che viene messa in piedi è significativa. La direzione operativa viene affidata a Casati, figura di spicco della DC ma anche sindacalista, uomo capace di muoversi tra il piano politico e quello delle relazioni industriali. La gestione si svolge in larga parte durante l’amministrazione del sindaco Gozzi.

Il problema principale è fin da subito quello finanziario. Le banche hanno chiuso i rubinetti: nessun istituto di credito è disposto a finanziare un’azienda in quelle condizioni, gestita da un comune, senza garanzie solide di ritorno. L’amministrazione è costretta a bussare più volte al Ministero per ottenere i fondi necessari alla continuazione dell’attività. Il Comune si fa garante in prima persona dei finanziamenti, assumendo un’esposizione che oggi sarebbe probabilmente impensabile per un ente locale.

Il risanamento

Per rendere la fabbrica nuovamente finanziabile e sostenibile, la gestione comunale agisce su più fronti contemporaneamente. Il primo intervento riguarda il personale: in accordo con i sindacati, si procede a una progressiva riduzione della forza lavoro attraverso uscite anticipate e prepensionamenti. Il numero dei dipendenti, che al suo picco aveva sfiorato le 1.600 unità, viene drasticamente alleggerito. È una scelta dolorosa, ma presentata come l’unica via per rendere credibile la fabbrica agli occhi dei creditori.

Il secondo intervento è ancora più radicale: nel 1981 viene venduta la parte Est dello stabilimento, scorporata dalla produzione e ceduta come capannone industriale. L’operazione genera liquidità immediata e serve a finanziare il proseguimento dell’attività nella parte rimanente. È una decisione che ridisegna per sempre la fisionomia del complesso e che, come si vedrà decenni dopo, avrà conseguenze urbanistiche enormi.

In parallelo, il ciclo produttivo viene profondamente riorganizzato. Il Tiberghien aveva sempre operato con un ciclo completo: dalla lana grezza appena tosata fino al prodotto finito. Questo modello, ormai anacronistico rispetto alle logiche di un mercato globale sempre più frammentato e specializzato, viene abbandonato.

La fabbrica si concentra su alcune lavorazioni specifiche, diventando in parte un terzista specializzato. Vengono acquistati macchinari nuovi, la produzione diventa più efficiente, e questo consente finalmente di presentare alle banche un piano industriale credibile e ottenere nuovi finanziamenti.

Al tempo stesso, però, l’impiego nuovi macchinari comportano meno dipendenti, e meno dipendenti equivale ad un drastico numero di tagli. L’altra faccia del lavoro post-moderno.

Memoria collettiva

La storia del lanificio Tiberghien non è solo lana, cemento e mattoni. È una linea temporale che attraversa tutto il ‘900, legando la dignità del lavoro operaio alla sostenibilità sociale di un’industria regina della Verona industriale.

C’è un momento preciso in cui la storia del Tiberghien smette di essere la storia di una fabbrica e diventa la storia di un’occasione perduta. Non è il 2004, anno della chiusura definitiva. È il 1981, quando terreni e fabbricati passano per la prima volta dalle mani del Comune a quelle di privati. Da quel momento, la logica che governa le decisioni sull’area non è più quella del lavoro e della comunità. È quella del valore al metro quadro.

Il Tiberghien non era semplicemente una fabbrica. Era stato, per quasi un secolo, un modello, seppur imperfetto, paternalistico ma figlio del proprio tempo, di come un’impresa potesse radicarsi in un territorio e assumersene la responsabilità. Le case operaie, il circolo, le colonie estive, i turni ripensati per permettere alle madri di conciliare lavoro e famiglia: tutto questo racconta di un’idea in cui crescita economica e dignità delle persone non erano necessariamente in contraddizione. Quando quella realtà viene consegnata alla speculazione, non si perde solo un edificio. Si perde una memoria incarnata nei muri, nelle stratificazioni architettoniche, nelle vite di generazioni di lavoratori e lavoratrici.

È in questo contesto che si comprende il senso della raccolta firme promossa ormai dieci anni fa da Nadia Olivieri e Michele De Mori per rilanciare l’istituzione di uno spazio museale del Tiberghien. Non nostalgia, ma qualcosa di più urgente: il timore fondato che la memoria industriale di Verona non sia più considerata un bene comune.

Verona sa custodire anfiteatri e mura romane, sa costruire attorno a quella memoria un’identità riconoscibile nel mondo. Ma la memoria del lavoro fatica a trovare il proprio posto. È una memoria meno monumentale, meno spendibile, in una costante parabola di velocità insostenibile. Ed è esattamente per questo che rischia di scomparire.

La demolizione della parte ovest

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