Nelle nostre teste è chiara l’immagine di Dante: profilo severo, il naso aquilino, espressione corrucciata e la corona d’alloro che gli cinge la testa. Per noi Dante è il Dante con la corona.

Dipinti, statue, copertine di libri scolastici — Dante con l’alloro è un’icona talmente consolidata da sembrare un fatto storico. A seguire la storia dell’iconografia, ci accorgiamo che agli inizi, tra i contemporanei, Dante è senza corona (Giotto di Bondone lo ritrae nella cappella della Maddalena nel Palazzo del Bargello, introducendo la veste rossa, ma senza corona d’alloro)

Nel 1465, Domenico di Michelino presso il Duomo di Firenze, rappresenta Dante come noi lo conosciamo, in occasione del secondo centenario della nascita del poeta. Nel 1495 Botticelli lo consacra definitivamente e da lì in poi quella sarà l’iconografia nostra di riferimento.

Ma quella corona è posticcia. Un omaggio postumo. Dante viene rappresentato con la corona, come risarcimento simbolico consapevole, nella volontà di onorare l’altissimo poeta. Dante non fu mai incoronato poeta. Dante non fu mai un poeta laureato.

L’affresco di Giotto che ritrae Dante nel Palazzo del Bargello

Andiamo con ordine.

L’idea di cingere d’alloro la fronte di un poeta deriva dall’antichità classica: il lauro/alloro è la pianta sacra ad Apollo a partire dal mito di Dafne. Nei giochi pitici di Delfi la corona di alloro premiava i vincitori non solo nelle gare atletiche ma anche in quelle musicali e poetiche. Nella Roma imperiale, i poeti potevano essere insigniti di riconoscimenti analoghi.

Sì rade volte, padre, se ne coglie

per trïunfare o cesare o poeta,

colpa e vergogna de l’umane voglie,

che parturir letizia in su la lieta

delfica deïtà dovria la fronda

peneia, quando alcun di sé asseta.

Così scrive Dante nel primo canto del Paradiso. L’alloro è la pianta dei poeti e la pianta dei generali vittoriosi. Si credeva, ai tempi di Dante e Petrarca, che l’ultimo poeta ad aver ricevuto quell’onore nell’antichità fosse stato Stazio, poeta che farà da guida nella seconda parte del Purgatorio.

Nel Trecento quella tradizione tornò in vita, e a riceverla fu un padovano di cui oggi si parla poco, e che in qualche modo poteva avere a che vedere con Dante: Albertino Mussato. Politico, letterato, storiografo, Mussato era il più brillante esponente del cosiddetto preumanesimo padovano — quel movimento di riscoperta dei classici latini che fiorì a Padova tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento. Nel 1314 compose l’Ecerinis, una tragedia in versi latini modellata su Seneca, che raccontava la tirannide di Ezzelino da Romano: un’opera di grandissima forza politica, perché sotto il tiranno del passato si intravedeva chiaramente il tiranno del presente, cioè Cangrande della Scala, che stava stringendo d’assedio Padova.

Albertino Mussato

E questo è già un interessante punto di tangenza. Mussato scrive una tragedia; Dante scriverà una commedia. Mussato, nel personaggio di Ezzelino, tra le righe, critica e attacca Cangrande della Scala; Dante nel canto XVII del Paradiso farà di Cangrande uno tra gli elogi più esorbitanti di tutto il poema.

Il punto è che il 3 dicembre 1315 il Comune di Padova deliberò di conferirgli la corona d’alloro. Fu una cerimonia civile, solenne, ma ancora legata al contesto locale: non una rievocazione esplicita dell’antico, ma un riconoscimento del valore di un uomo che aveva messo la propria penna al servizio della propria città.

Dante non lo nomina mai. “Quanto piacerebbe sapere se Albertino vide e conobbe mai Dante!”, così diceva il Carducci. Le fonti ci dicono quasi nulla. Certo è molto probabile, da alcune allusioni testuali, che Mussato conoscesse l’opera di Dante e viceversa. Certo, la notizia dell’incoronazione poetica di Mussato non lasciò indifferente il Nostro.

Ma perché Dante non venne mai considerato per questo conferimento prestigioso? Nel 1319, pochi anni dopo l’incoronazione di Mussato e negli ultimi anni della sua vita, Dante era a Ravenna. Lì lo raggiunse un’epistola in versi di un professore bolognese, Giovanni di Antonio, detto “del Virgilio” per la sua devozione al grande poeta latino. Giovanni ammirava Dante profondamente, ma aveva un cruccio: come poteva il più grande poeta vivente non avere ancora la corona d’alloro? E come poteva ambire a quell’onore scrivendo in volgare, quando il mondo dei dotti parlava e capiva solo il latino?

«Pyeridum vox alma…», così inizia la lettera, “Alma voce delle Pieridi”, o voce nutriente delle Muse…

“Perché, ahimé, getterai sempre argomenti così gravi al volgo, e noi, che siamo pallidi (studiosi fatti pallentes nello studio), nulla leggeremo da te che sei vate”.

E rincalca la dose: “l’uomo di lettere ha in spregio le opere in volgare, anche se gli idiomi non variassero tra loro, mentre sono migliaia. Per di più nessuno nella schiera di quei senni di cui tu sesto, né colui cui vai dietro verso il cielo, ha scritto in lingua da piazza (…) Non gettare prodigo le perle ai cinghiali”. In sostanza: “perle ai porci”. O scrivi in latino o l’intellighèntsia non ti prenderà mai sul serio.

Il professore rilancia: abbandona il progetto della Commedia, scrivi un poema epico in latino su argomenti moderni — la discesa di Enrico VII in Italia, magari, la vittoria di Uguccione della Faggiuola, o perché no, proprio i colpi inferti da Cangrande ai padovani — e io ti farò avere l’incoronazione a Bologna.

La concezione poetica che sta alla base di Giovanni del Virgilio (e di una certa cultura) è una concezione aristocratica della poesia che di fatto ritroveremo pure in Petrarca, quando a Boccaccio scriveva, sempre in merito alla poesia dantesca: “e che perciò? e perché dovrei invidiarlo e non esaltarlo? e a chi porterà invidia chi neppur di Virgilio è invidioso, se pur non si dica ch’io invidi a costui l’applauso e le rauche grida dei tintori, degli osti, dei forzatori di cui mi compiaccio d’esser privo insieme con Virgilio e Omero? Poiché so quanto valga presso i dotti la lode degl’ignoranti”.

Foto da Unsplash di Casey Lovegrove

Da considerare che l’8 aprile 1341, in Campidoglio, il senatore Orso dell’Anguillara pose a Petrarca sul capo la corona, dichiarandolo poeta et historicus — esattamente lo stesso titolo conferito a Mussato ventisei anni prima. Petrarca pronunciò la sua Collatio laureationis, un’orazione in latino sull’eccellenza della poesia, e poi — gesto di rara eleganza simbolica — depose la corona sull’altare di San Pietro.

Quella cerimonia fu uno spettacolo calcolato nei minimi particolari, potremmo dire un “evento mediatico” e funzionò benissimo: da quel giorno, “poeta laureato” divenne sinonimo di Petrarca. Le accuse di Petrarca al fare poesia di Dante è l’accusa di chi crede che la cultura sia qualcosa di elevato, inaccessibile, materia preziosa di cui solo le persone colte possono godere o beneficiare. Petrarca ottenne la corona poetica scrivendo in latino. Dante non la volle ottenere a quel prezzo.

Torniamo alla nostra questione.

Per Giovanni del Virgilio, il professore bolognese, Dante scrive in una “lingua da piazza”

Sia chiaro, le intenzioni del letterato sono buone. Lui vuole che Dante sia preso seriamente. Dante è degno dell’incoronazione poetica, ma serve un’opera meno “popolare”. Anzi, Giovanni stesso vuole farsi mediatore per presentarlo all’accademia “con le tempie gloriose profumate dei serti di alloro”. Sarà orgoglioso, anzi, di “esibire al popolo gioioso i festosi trofei del comandante”.

E Dante cosa fa? Risponde alla lettera. E da vero genio, gli risponde in latino, ma in un latino ad altissimi livelli, alla maniera dell’amato Virgilio, con una bucolica, ricostruendo tutto un mondo di pastori, dove Titiro (Dante), Melibeo (Ser Dino Perini) riflettono sulla proposta di Mopso (Giovanni del Virgilio). E questa unica prova di Dante è prova che spazza via ogni dubbio circa la grandezza di Dante anche come versificatore in lingua latina.

E Melibeo si pone il problema di un Dante/Titiro con “le tempie prive d’alloro”. Le «comica… verba», le parole della Commedia, sono biasimate, perché “logorate sul labbro delle donne” («femineo resonant ut trita labello»).

L’alta fantasia di Dante è così generosa, così abbondante, che “C’è con me una pecora carissima (…) (la quale) può a stento sopportare il peso delle poppe, tanto abbonda di latte”, una pecora non unita ad alcun gregge, non abituata ad alcun recinto, spontanea alla mungitura e con il latte della quale riempirà dieci piccoli vasi per mandarli a Mopso.

Lo scambio continuerà. Giovanni del Virgilio accetterà la sfida e risponderà con una bucolica, non all’altezza di quella di Dante, e questo accorato carteggio in latino fa parte delle cosiddette Egloge (con i due botta e risposta di Giovanni e Dante).

Dante voleva eccome quella corona. Sarebbe stato un modo per tornare dignitosamente a Firenze. Lo vagheggia pure nel canto XXV del Paradiso:

Se mai continga che ’l poema sacro

al quale ha posto mano e cielo e terra,

sì che m’ha fatto per molti anni macro,

vinca la crudeltà che fuor mi serra

del bello ovile ov’ io dormi’ agnello,

nimico ai lupi che li danno guerra;

con altra voce omai, con altro vello

ritornerò poeta, e in sul fonte

del mio battesmo prenderò ’l cappello…

Ritornerò poeta, dice Dante, e a Firenze non ci tornerà mai.

C’è anche chi ipotizza una versione in latino dell’opera. O almeno un progetto iniziale. L’incipit sarebbe stato: «Ultima regna canam fluvido contermina mundo» (“Canterò gli ultimi regni ai confini del mondo che scorre”).

Ma anche fosse vera questa notizia, Dante preferisce un altro progetto. Preferisce un’opera che sia sulle labbra delle donne, dei tintori, un’opera che possa accendere le piazze.

La scelta è una scelta politica. La Commedia è un’opera che contiene un messaggio. Un messaggio forte di cambiamento. Non può e non deve appartenere alle élite. Non deve essere appannaggio di pochi. Deve essere un “grido”.

Quando Dante morirà, sarà proprio l’epitaffio di Giovanni del Virgilio, il carme funebre in onore del Sommo Poeta, che Boccaccio riporterà nel suo Trattatello: «Theologus Dantes, nullius dogmatis expers» (“Il teologo Dante che non ignora nessuna dottrina”).

E al gran dottore di Bologna rimarrà questa voglia di bucoliche e proverà con quell’Albertino Mussato, quello sì incoronato poeta, poeta da tragedie fosche e senecane, e lo farà rivendicando una commossa fedeltà alla memoria del vecchio Titiro:

qui nunc in litore dormit

qua pineta sacras pretextunt saltibus umbras

quave Aries dulces exundat in equore limphas

(“che ora dorme presso la sponda dell’Adriatico, là dove i pini intessono i prati di sacre ombre e il Montone riversa le dolci acque nel mare”).

La consapevolezza del professore è che nessuno più, fino a Dante, abbia fatto risuonare il flauto pastorale del grande maestro latino.

Mussato, rivale politico e poetico di Dante non risponderà a quella lettera. Forse la pecora del grande poeta tragico, del poeta con la corona, è meno generosa di quella del poeta amato dal volgo.

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