Un’idea di cinema che non alza la voce ma resta, che attraversa temi complessi con una leggerezza mai superficiale. È quella che guida Valentina Zanella in Non è la fine del mondo, adattamento dell’omonimo romanzo di Alessia Gazzola. Un film che intreccia precarietà, identità e aspirazioni con uno sguardo ironico e gentile, muovendosi tra realtà e finzione in un gioco metanarrativo sorprendente. Nel cast, fra gli altri, Fotinì Peluso, Andrea Bosca e Paolo Ruffini, affiancati da Paolo Rossi e Ivana Lotito. La sceneggiatura è scritta da Federico Fava e dalla stessa Zanella.

Girato in gran parte a Verona, pur essendo in realtà ambientato a Roma, sarà presentato mercoledì 25 marzo alle 20.30 al Cinema Fiume, alla presenza della scrittrice Alessia Gazzola, del produttore Nicola Fedrigoni (K+ Film) e dell’attore Alberto Perini.

Valentina, partiamo dall’inizio: cosa l’ha colpita del romanzo di Alessia Gazzola?

«Mi ha colpito il racconto di questa ragazza che cerca il suo posto nel mondo con gentilezza, senza sgomitare. È una storia che ha già dieci anni, ma era sorprendentemente moderna. Mi piaceva l’idea di una rivalsa che non passasse necessariamente attraverso una relazione amorosa: per un momento avevo pensato di cambiare il finale, ma poi ho capito che era giusto così. Lei trova il suo equilibrio da sola, l’amore eventualmente arriverà, ma non è quello il punto. In più c’era tutto il tema della formazione professionale, che ho vissuto anch’io: lei nel cinema, io nei videoclip, quando ancora si giravano in pellicola e avevano qualcosa del cortometraggio. Mi sono riconosciuta nella sua ironia, nella sua sensibilità. E poi c’era il desiderio di fare una commedia alla Nora Ephron, un modello che oggi manca molto. Sapere che anche Gazzola ama quel tipo di cinema ci ha subito allineate sul tono.»

Il film gioca molto sul confine tra realtà e finzione. È quasi un “meta-film”.

La regista Valentina Zanella

«Sì, c’è una commistione continua tra i piani. Il libro parla già di cinema, e il film a sua volta nasce da quel libro: è un gioco di specchi. Anche il percorso produttivo ha avuto qualcosa di simile, perché Gazzola è venuta da me proponendomi la storia, e io mi sono ritrovata a raccontare una ragazza che vive una realtà molto vicina alla mia. Poi ci sono state coincidenze che sembravano magie: la scelta di Fotinì Peluso per il ruolo di Emma, o quella di Andrea Bosca. Quando ho mostrato Bosca alla Gazzola, mi ha detto: “È lui, è esattamente come l’avevo immaginato”. In quei momenti capisci che tutti i tasselli stanno andando al loro posto.»

Uno dei temi centrali è il precariato, non solo lavorativo ma esistenziale.

«Sì, ma raccontato con leggerezza e gentilezza. La protagonista è una ragazza che, anche quando le cose vanno male, riesce a sorridere, a trovare un’ironia. Questo la distingue: non sgomita, non si impone, ma resiste. Il titolo stesso, “Non è la fine del mondo”, diventa quasi un mantra. Si trova davanti a produttori difficili, a situazioni frustranti, e a un certo punto pensa perfino di lasciare il cinema per un lavoro più semplice. È una scelta pragmatica, non una resa. Poi però il destino la riporta lì, e succedono altre cose. La leggerezza è un filo conduttore per noi di K+, ma qui si aggiunge la gentilezza, che è qualcosa in più. E credo sia proprio questa combinazione a creare quella sensazione di sollievo con cui esci dalla sala.»

Il film è ambientato a Roma, ma girato in gran parte a Verona.

«Sì, ed è una delle sue particolarità. Abbiamo girato due settimane a Roma e cinque a Verona. La cosa sorprendente è che Verona riesce a essere una “piccola Roma”: molte strade, viste in scena, non tradiscono affatto. Certo, alcuni elementi iconici restano, ma tolti quelli il resto funziona perfettamente. È una città estremamente flessibile, anche grazie al lavoro sulle inquadrature, ma soprattutto per la sua bellezza. E molti romani sul set sono rimasti stupiti.»

Questo è il terzo film che fate con Paolo Rossi, diventato ormai una sorta di vostro “attore-feticcio”. Che rapporto si è instaurato con lui e come mai vi affidate con questa regolarità alle sue performance?

«Sì, dopo Acqua e Anice e L’invenzione di noi due, questo è il terzo film insieme. Mi affido a lui perché so che è un attore dalle mille sfumature. Credo che il cinema italiano non abbia mai sfruttato appieno il suo talento, utilizzandolo quasi esclusivamente per la comicità, mentre per me la sua chiave drammatica è insuperabile. È bravissimo a emozionare, un vero Maradona della recitazione. Non si limita agli schemi, ed è proprio questa la sua forza. Forse non pronuncia la battuta esattamente come scritta, ma la interpreta donandole una verità che pochi attori riescono a trasmettere. In questo è imbattibile.

Inoltre ha subito creato empatia con Fotinì: sembravano due persone che si conoscessero da sempre già dal primo ciak, tanto che spesso li lasciavo andare oltre la parte scritta, permettendo loro di improvvisare. Alcune di quelle improvvisazioni sono poi rimaste nel film, mentre altre le useremo forse come contenuti “extra” sui social, perché sono davvero meravigliose. Paolo Rossi è un grande attore e posso dire con orgoglio che ormai è un amico di Kplus, e di questo ci sentiamo molto onorati. Ci sentiamo spesso e sono certa che in futuro ci saranno altri progetti insieme.»

Dopo diversi documentari e alcuni cortometraggi, questo è il suo primo lungometraggio di finzione da regista. Che esperienza è stata?

«Divertentissima. Mi sono sentita molto libera. Il film era preparato con grande attenzione, scritto e costruito in ogni dettaglio, e avevamo trovato gli attori giusti. Quando siamo arrivati sul set, sembrava che il lavoro più difficile fosse già stato fatto. Rispetto ai documentari o ai cortometraggi, qui cambia soprattutto la tenuta fisica: un lungometraggio richiede settimane di lavoro intenso. Ma psicologicamente è stato tutto molto fluido, anche grazie all’esperienza accumulata lavorando su altre opere prime. Sapevo cosa aspettarmi, anche negli imprevisti.»

K+ Film sta crescendo molto negli ultimi anni. Quanto è difficile fare cinema a Verona?

«Non è semplicissimo, ma è sempre più possibile. La chiave è la squadra. Con Nicola Fedrigoni e tutto il gruppo stiamo costruendo una realtà solida, che cresce costantemente.
Formiamo persone sui nostri set e poi le ritroviamo pronte anche per produzioni internazionali. Oggi non è più necessario andare a Roma per trovare competenze: nel Nord Italia c’è uno zoccolo duro molto preparato. I nostri film li realizziamo ogni due anni, perché richiedono un investimento importante, ma il lavoro sui service ci permette di crescere continuamente. È un equilibrio che funziona.»

La locandina del film

Il film inizia ora il suo percorso tra festival e anteprime.

«Saremo al Bari Film Festival, poi a Roma e subito dopo partiremo con un tour nel Nord Italia: Mestre, Padova, Modena, Mantova, Verona, Milano, Brescia. C’è molta curiosità, il trailer sta funzionando bene. E poi c’è il pubblico dei lettori di Gazzola, che è molto affezionato. La cosa più importante è che lei abbia amato il film: l’ha visto più volte e si è riconosciuta pienamente. È il segnale che non abbiamo tradito lo spirito del libro.»

E il futuro?

«Sto lavorando a nuove idee. Una riguarda un gruppo di anziani in vacanza a Formentera: sarebbe bellissimo riuscire a portarla in produzione l’anno prossimo. E poi c’è un altro progetto con Paolo Ruffini, fra i protagonisti di questo film. Vediamo cosa succederà.»

© RIPRODUZIONE RISERVATA