Cominciavo a essere consapevole del fatto che se si aspetta sempre che sia qualcun altro a parlare, le cose non cambieranno mai. E finalmente sono riuscita a dire ciò che dovevo e a farmi ascoltare, mettendoci il nome e la faccia.

Shiori Itō

Black Box è un libro giapponese che è interessante riprendere nel mese di marzo, dedicato alle donne, un momento simbolico per riflettere sulle questioni di genere e per ricordare come il problema delle molestie e della violenza sessuale sia tutt’altro che straordinario: al contrario, è una realtà profondamente radicata nella nostra società, come il movimento MeToo ha ampiamente dimostrato.

Scritto da Shiori Itō, giornalista e attivista, Black Box (2017) è arrivato in Italia grazie alla casa editrice Inari Books. Come da citazione di apertura, se si aspetta che sia sempre qualcun altro a parlare, le cose non si possono smuovere. Il suo caso, infatti, ha destato grande clamore in Giappone, e ha permesso di parlare in maniera più aperta dei tabù quali lo stupro e la violenza sessuale, in un paese dove la percentuale di donne che denunciano è bassissima. Shiori Itō inizia dalla sua dolorosa vicenda personale, per cercare di evidenziare i difetti di un sistema che rende quasi impossibile denunciare.   

Vittima di uno stupro nel luogo di lavoro                                                

Black Box è un libro che colpisce: è una lettura che scorre in maniera diretta, senza giri di parole, generando sgomento e rabbia. Una scrittura analitica e razionale dei fatti che l’hanno toccata in prima persona. È suddiviso in 8 capitoli che ripercorrono tutta la sua vita fino a dopo il 3 aprile 2015. Quello è il giorno che lei stessa definisce “Il giorno in cui mi hanno uccisa” in cui si è ritrovata ad essere vittima di uno stupro compiuto da un collega, Yamaguchi, ex direttore dell’ufficio di Washington della TBS. Un collega che conosceva, e con cui si era incontrata per discutere di lavoro.

La vicenda racconta che il 3 aprile 2015 Itō incontra Yamaguchi per parlare della sua assunzione all’ufficio di Washington e delle pratiche per il visto. Durante la cena perde improvvisamente i sensi e si risveglia dopo diverse ore in una camera d’albergo mentre Yamaguchi la sta violentando. Shock e confusione: è questo lo stato d’animo di Itō in quel momento. Nonostante ciò, giorni dopo decide di denunciare il crimine. E da questo momento entrerà in un circolo vizioso senza fine: gli agenti che cercano di dissuaderla, il dover ripetere la propria storia spesso ad agenti uomini, e persino simulare lo stupro con un manichino. Malgrado ciò, le indagini vengono aperte, vengono raccolte le prove e la testimonianza del tassista che ha portato Itō e Yamaguchi all’hotel, e si procede poi con un mandato di arresto, che però viene bloccato dai vertici della Polizia Metropolitana, proprio poco prima di arrestare Yamaguchi.

Tutt’oggi non è mai stato arrestato, né perseguito penalmente rendendo gli sforzi di Itō vani. Dopo il rifiuto del Pubblico ministero sulla possibilità di riaprire il caso, Itō decide di esporsi e organizza una conferenza stampa per denunciare il tutto e per far sentire la propria voce. È così che sfida i tabù della società, mettendoci la faccia e il nome, dando il via al movimento MeToo anche in Giappone.

Black Box è un’autobiografia, oltre che un’azione di denuncia, che affronta una delle esperienze più drammatiche e traumatiche che una persona possa vivere: lo stupro. Shiori Itō è divenuta portavoce e volto del movimento MeToo in Giappone, contribuendo a far nascere un dibattito sulle violenze sessuali. Inoltre il suo coraggio nel denunciare ha aiutato molte altre donne a farsi avanti, spaccando il silenzio imposto dalla società tipiche del Giappone.

È un libro intenso, che non può lasciare indifferenti, ma anzi, permette di riflettere sul sistema sociale e giudiziario che non si interessa delle vittime. Shiori Itō, ci vuole ricordare che i casi sulle violenze sessuali sono un problema che riguarda tutto il mondo, bisogna considerare questo problema più profondamente.

“Il silenzio non porta pace”

Leggendo la sua storia, si percepisce la sua tenacia che prima l’ha portata a lottare per affermarsi come giornalista, e poi per questo evento drammatico. Ha deciso di non stare in silenzio, anzi, ha continuato a battersi per rendere conosciuta la sua vicenda, nella speranza che la situazione potesse in qualche modo cambiare e che molte altre donne non si trovassero a vivere la sua stessa esperienza.

La vicenda è raccontata anche nel film “Black Box Diaries” presentato a Verona durante la rassegna Mondovisioni curata da Heraldo a Fucina Culturale Machiavelli.

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