Avrebbe chiuso la storica Fioreria Biasibetti Silvio e figli se non fosse stato per Gabriele Gottardi e Tommaso Battista, che nel rilevare le quote della bottega di via San Paolo hanno contribuito a preservare uno dei punti fissi per i cittadini di Veronetta. La scelta di Gabriele e Tommaso, rispettivamente 29 e 31 anni, appare in controtendenza con lo spirito del tempo, cannibalizzato da una spersonalizzazione identitaria sempre più evidente delle città. E invece… Ne abbiamo parlato con Gabriele.

Da dove è partita l’idea di prendere in mano la fioreria?

«Io e il mio socio Tommaso lavoravamo all’Hotel Due Torri e la fioreria Biasibetti è sempre stata fornitrice dell’albergo per quanto riguarda fiori, composizioni, supporto per eventi e quant’altro. Ho iniziato al Due Torri nel 2018 e ho conosciuto Francesco, uno dei due fratelli proprietari della fioreria. Conoscendoci si è creato un bellissimo rapporto tra di noi, diventando poi un’amicizia consolidata. Dopodiché io ho fatto delle esperienze di lavoro all’estero, salvo poi tornare al Due Torri. Nel frattempo mi sono trasferito a Veronetta proprio vicino al negozio, rivedendo di conseguenza Francesco.

Un giorno eravamo in cucina in hotel con Tommaso, che nel frattempo aveva iniziato a lavorare come chef, e Francesco ci ha confessato che era stanco e che desiderava andare in pensione rivelandoci che se avesse trovato qualcuno disposto a comprare la fioreria lui l’avrebbe venduta. Io e Tommaso ci siamo scambiati uno sguardo d’intesa, capendo subito che stavamo pensando alla stessa cosa. Qualche giorno dopo abbiamo invitato fuori a cena Francesco, era febbraio dello scorso anno, e abbiamo deciso di andare avanti fino in fondo. Il 29 gennaio abbiamo firmato il rogito».

Perciò non venivate da una formazione specifica per questo tipo di lavoro.

«No: solo tantissima passione privata. Io ho sempre avuto un bel terrazzo, mi curavo dell’orto, delle piante, i miei amici mi dicevano che la mia casa era simile una giungla. Tommaso uguale: è appassionatissimo, soprattutto di orchidee, piante verdi, piante rare e tropicali. Poi possiede una spiccata dote manuale, grazie anche all’esperienza da chef. Diciamo che ci siamo trovati bene fin da subito innamorandoci del lavoro. Abbiamo cominciato poi a bazzicare la bottega per imparare, quindi da marzo 2025 abbiamo svolto una formazione segreta interna insieme ai due titolari».

E il rapporto con la clientela come si è sviluppato? Dato che i due ex titolari della fioreria Biasibetti sono parte della storia delle botteghe del quartiere.

I fratelli Biasibetti. Foto tratta dal profilo Instagram della fioreria.

«Sicuramente ha giocato a nostro favore il fatto che sostanzialmente abbiamo deciso di proseguire il loro lavoro. Non abbiamo scelto di creare una nuova azienda, ma abbiamo rilevato le loro vuote, continuando a chiamarci Biasibetti e portando avanti il loro progetto, che era di famiglia. L’altra alternativa era che chiudesse. Sono anche contento perché comunque ci hanno visti nei mesi di formazione e al momento ci stanno conoscendo. Devo dire che si sta creando una bella energia. Inoltre Enrico e Francesco sono spesso con noi, quindi arriva un cliente storico vede noi, ma dietro l’angolo c’è ancora uno di loro». 

Voi venite entrambi dal mondo della ristorazione. In una città dove sempre di più chiudono botteghe a favore di bar e ristoranti, la vostra scelta sembra andare contro i tempi di oggi.

«Sì, è vero. A noi ha fatto paura l’idea che chiudesse un’altra bottega storica. Magari in favore dell’apertura dell’ennesimo bar di una catena. Invece, proprio l’idea di provare ad aiutare a mantenere il numero di botteghe storiche stabile ci sembrava una sfida. Adesso, tirando le somme del primo mese, siamo contenti».

D’altronde Veronetta è uno dei pochi quartieri rimasti che preserva lo spirito di un tempo riguardo l’idea di relazione di fiducia tra cliente e bottega.

«La fioreria, essendo una delle tante botteghe rimaste dall’inizio, perché è dai primi anni ’60 che è lì, è una delle botteghe che può vantare la continuità di servizio. Perciò la bottega ha visto il quartiere evolversi, crescere, trasformarsi. Così anche il rapporto con la clientela si evolve di conseguenza creando un rapporto di fiducia colloquiale con persone di tutte l’età che possono essere i pensionati o gli studenti che chiedono un sacchettino di terra. Quindi non è soltanto il classico negozio dove scegli una cosa e te ne vai, ma è un posto dove una persona può venire e chiedere consigli.

A noi piace proprio l’idea di far mantenere un po’ la magia della bottega artigianale e non spersonalizzata come succede ormai ovunque. Perciò siamo contenti della coesione con il quartiere e delle dinamiche che si creano. Dobbiamo anche sottolineare il fatto che però se ne vedono sempre di più di situazioni borderline a mio avviso. Io che ho vissuto a Londra di situazioni borderline a livello sociale ne ho viste parecchie, ma qua ci avviciniamo e la cosa un po’ mi spaventa. Sentirmi dire da clienti storici che in inverno se c’è il buio evitano comunque di venire, perché dopo non si fidano a fare la passeggiata, è tanto spiacevole».

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