È possibile parlare di qualcosa che non esiste più? È possibile dialogare con una vita scomparsa da questo mondo troppo presto? Da questo interrogativo, in una tiepida primavera di Seoul, l’autrice sudcoreana Han Kang decide di dedicare un’opera al ricordo della sorella maggiore, sopravvissuta solo poche ore dopo la nascita a seguito di un parto prematuro avvenuto in casa.

La tragedia di una vita che non ha mai veramente avuto la possibilità di essere vissuta e la possibilità di darle un senso attraverso la scrittura si concretizza dopo un lungo soggiorno all’estero dell’autrice, che camminando per le strade di una Varsavia sepolta sotto la neve identifica nel colore bianco la forza motrice di questo romanzo, simbolo contemporaneamente di morte e di speranza in una futura rinascita.

Han Kang

“L’ho appena definito un romanzo” afferma la stessa Han durante un’intervista rilasciata per la casa editrice Adelphi “ma in un certo senso può essere letto anche come un racconto intimo, o come una raccolta di circa sessanta poemi in prosa. Io però preferisco definirlo un romanzo fatto di finestre sul mondo. Mentre lo scrivevo, per tutto il tempo ho continuato a riflettere su quel qualcosa che abita dentro di noi, e che nulla può distruggere, danneggiare o spezzare. Spero davvero che questo mio sentire possa connettersi a chi lo leggerà, e connettersi al suo sentire”.

Il libro bianco ( in originale o Hŭin, letteralmente Bianco) uscito per la prima volta in Corea del Sud nel 2016, è stato recentemente presentato ai lettori italiani in un incontro del 5 Novembre Al Teatro Dal Verme di Milano, nella versione tradotta da Lia Iovenitti per la casa editrice Adelphi. L’autrice, che di recente ha festeggiato il suo cinquantacinquesimo compleanno, dopo aver letto alcuni passi recitati insieme all’attrice Daria Deflorian ha dialogato col giornalista Marco Del Corona per la prima volta dopo aver ricevuto il Nobel per la Letteratura nel 2024.

Il premio Nobel per “La vegetariana”

Foto da Unsplash di Anastasiya D

Nata nel 1970 a Gwangju, nella Corea del Sud, Kang proviene da una famiglia di noti letterati dalle vicende travagliate. Il padre infatti, scrittore e attivista per i diritti civili, appoggiò insieme ad altri intellettuali il movimento democratico che insorse contro il colpo di stato e la legge marziale imposta dal dittatore Chun Doo-hwan nel 1980, e si trasferirà a Seoul insieme alla famiglia quattro mesi prima che queste proteste risultino nel famoso “Massacro di Gwangju” contro studenti e professori da parte della polizia militare; Kang affermerà come questo evento, di cui fu a lungo tenuta all’oscuro, l’abbia ispirata nella scrittura del suo romanzo Atti umani (Adelphi, 2017, in origin. 소년이 온다, Il ragazzo sta arrivando).

Già conosciuta in madrepatria per i suoi racconti e le sue poesie, raggiunge però fama mondiale con la traduzione in inglese del suo romanzo del 2007 La vegetariana (Adelphi, 2016, in orign. 채식주의자) caso editoriale che le valse l’International Booker Prize, nel quale racconta la storia di una donna che nel suo improvviso rifiuto di mangiare qualsiasi tipo di carne esprime la sofferenza per un mondo in cui sembra regnare solo la violenza. Entrambi questi romanzi, insieme a Il libro bianco, sono stati inseriti tra le motivazioni che l’hanno insignita del Premio Nobel per la Letteratura 2024, facendola diventare di fatto la prima autrice dell’Asia Orientale e la prima voce della letteratura coreana a vincere questo premio.

Il colore bianco

Come sottolineato dall’Accademia Reale di Svezia, l’originalità di Han Kang sta nel “suo stile poetico e sperimentale” che l’ha resa “un’innovatrice della prosa contemporanea”. “Il libro bianco” infatti, non è un romanzo in senso stretto perché non possiede una vera e propria trama, ma nasce da una lista di immagini che l’autrice associa alla figura della sorella morta subito dopo la nascita, tutte accomunate dal colore bianco che sembra riportargliela alla mente.

Bianca è la città ricoperta dalla neve e dalla nebbia in cui l’autrice si è trasferita e in cui inizia ad annotare questi pensieri, così come bianca era la brina i primi giorni d’inverno in cui la madre ventiduenne rimase bloccata in casa, partorendo prematuramente una bambina di sette mesi che aprì i suoi occhi neri solo per qualche ora. Bianca e perfetta era la neonata, paragonata a delle mezzelune di riso dolci (dolcetti tradizionali tipici della festa del ringraziamento del Chuseok), così come bianche erano le fasce che l’avvolgevano, contrastando con il pallore e il colore rosso del sangue perso della madre, che le cuciva una camiciola bianca in attesa dei soccorsi, supplicandola di non morire. Questo romanzo può essere quindi riassunto in una lunga lista di correlativi oggettivi, ossia di immagini poetiche che fanno emergere di volta in volta ricordi e sensazioni, dipanando un filo della memoria che funziona più per contrasto che per descrizione.

“Ho cominciato a scrivere questo romanzo all’inizio del 2014, quando ho visitato Varsavia per una residenza da scrittrice” ha affermato Han durante l’incontro “ma avevo già in mente prima di scrivere un libro su delle cose bianche. Arrivata in città innanzitutto ho scritto una lista. Mentre scrivevo ho pensato che le cose bianche sono delle cose originali, ricche, che riprendono la radice e quindi fondamentali. Solo quando ho cominciato a scrivere del camicino e della coperta per neonati mi sono resa conto che stavo scrivendo della mia sorella morta. In quel momento ho intuito che questo libro non sarebbe stato semplicemente una lista di cose bianche, ma sarebbe stato un libro di qualcos’altro”.

Varsavia: una città di fantasmi

Il bianco diventa un non-luogo, una terra di nessuno che può assumere significato di morte così come di vita: l’autrice vede nel bianco il pallore della madre che stava morendo così come il corpicino della sorella che non ha mai conosciuto, ma anche una possibilità di cancellare il dolore di una perdita: come una pomata che lenisce le ferite o il colore della tinteggiatura che copre i solchi di ruggine sulla sua porta. Non solo: il bianco inteso come bagliore nel buio e nella nebbia sembra creare una sorta di dialogo con i defunti, amplificato dal fatto che la stessa Varsavia è una città che è stata storicamente “cancellata” dai nazisti, creando quindi uno spazio in cui i vivi convivono con i morti e in cui può immaginare la vita che avrebbe fatto la sorella se fosse sopravvissuta.

La stessa Han afferma che il risorgere di Varsavia dalle sue ceneri le ha permesso di fare rivivere il ricordo della sorella: “Infatti ho diviso questo romanzo in tre capitoli: il primo spiega come questa città assomigli a mia sorella e come io ho deciso di prestare il mio corpo a lei. Invece nel secondo capitolo il mio corpo diventa il corpo di mia sorella, e racconto e parlo delle cose bianche attraverso la visione di lei. Cinque mesi dopo sono tornata a Seoul e ho iniziato a scrivere il terzo capitolo”.

L’autrice ribadisce quindi che questo romanzo è stato anche un modo di dire addio alla sorella, dopotutto lei stessa era nata perché la sorella era morta, ma quando Del Corona le fa notare che questo libro così come altre sue opere risultano intrise di una spiritualità difficile da definire, tanto da farlo risuonare come una preghiera, Han afferma: “prima di pubblicarlo, l’editore mi ha chiesto se si trattasse di una poesia, di una prosa o di un romanzo. Allora io ho risposto: questo è semplicemente un libro, il libro bianco”.

Han Kang durante l’incontro che si è tenuto il 5 Novembre al Teatro Dal Verme di Milano

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