Con lo sgombero del Leoncavallo ci perdiamo tutti
Il Leoncavallo rappresenta cinquanta anni di storia antifascista e di lotte dal basso.

Il Leoncavallo rappresenta cinquanta anni di storia antifascista e di lotte dal basso.

Ieri, 21 agosto, è iniziato lo sgombero del Centro Sociale Leoncavallo, un luogo storico e attivo a Milano da cinquant’anni.
Uno sgombero inaspettato in quanto l’ufficiale giudiziario era atteso per il 9 settembre e non era stato avvisato il sindaco di Milano, Beppe Sala, il quale ha affermato che:
Per un’operazione di tale delicatezza c’erano molte modalità per avvertire l’amministrazione milanese. Tali modalità non sono state perseguite.
Lo sgombero è iniziato intorno alle 7.30, a quell’ora, soprattutto a ridosso di Ferragosto, il centro sociale era completamente vuoto. Un tempismo dovuto anche dalle forti pressioni di Fratelli d’Italia verso il Ministro dell’Interno Piantedosi sulla necessità di sgomberare il prima possibile lo storico centro sociale. Un tempismo per impedire il festeggiamento per il mezzo secolo di attività di uno spazio che ha rappresentato un luogo di salvezza per diverse generazioni di milanesi.
Un tempismo ingiustificato in quanto erano in corso le trattative per lo spostamento del Leoncavallo da Via Watteau verso una nuova sede.
Con lo sgombero del Leoncavallo ci perdiamo tutte e tutti. Ci perdono i milanesi ma non solo, ci perde chi quel posto lo frequenta oggi, chi lo ha frequentato in passato e chi avrebbe potuto frequentarlo in futuro, ma ci perde anche chi non appartiene ed è culturalmente e politicamente distante dal mondo dei centri sociali.
Il motivo è semplice. A differenza di quanto vogliono far credere alcuni politici che dipingono i centri sociali come luoghi pericolosi, usati passivamente e in modo parassitario per fare uso di droghe e alcol e dove bivaccare nella nullafacenza, questi centri sono invece luoghi vivi, pulsanti di cultura, di arte nelle sua più variegate forme, centri in cui si svolgono attività di formazione, doposcuola, ciclofficina, palestre popolari e molto altro. Tutte attività a bassissimo costo, se non gratuite, e a disposizione di chiunque voglia.
I centri sociali sono luoghi in cui si fa politica dal basso attraverso queste stesse attività, attraverso assemblee e riunioni che sono momenti di formazione politica e analisi critica della società. Sono luoghi di conflitto sociale, sono veri e propri fari sulla società stessa, luoghi in cui questa viene osservata con occhi critici, apportandone un contributo vitale.
Perché, piaccia o meno, le nostre città, questo Paese e l’intera società, progredisce e si migliora attraverso il conflitto sociale. Conflitti che generano discussioni in cui confrontarsi con altri punti di vista, spesso distanti e diversi tra loro. Ma è da questa diversità, da questi confronti, quindi dai conflitti, che una società cambia, progredisce, diventa critica verso sé stessa e migliora.
Ecco perché con lo sgombero del Leoncavallo di Milano ci perdiamo tutti e tutte, perché viene meno, nella città italiana più consacrata al business, una realtà che ha raccontato in 50 anni di vita, che non tutto è business, non tutto è volto al profitto e alla speculazione edilizia, come è emerso delle ultime inchieste immobiliari milanesi e su cui si è basato il presunto sviluppo di una città definita la capitale economica di questo Paese.
Il Leoncavallo prende il nome dalla sua vecchia sede che si trovava appunto in via Leoncavallo 22. Viene fondato nell’autunno del 1975 da esponenti di collettivi da diverse esperienze politiche legate al Sessantotto. La sede era una vecchia fabbrica farmaceutica abbandonata che si trovava all’interno di un quartiere operaio e popolare di Milano. Erano gli anni Settanta, anni politicamente vivaci in Italia e in Europa, c’era la scia appunto del Sessantotto con le sue contestazioni studentesche e operaie e l’Italia era nel pieno degli anni di piombo.
In quegli anni il Leoncavallo era uno dei tanti centri sociali che animavano la città di Milano. Uno di quei luoghi necessari per una contronarrazione dentro una città investita e travolta dal boom economico che però, allora proprio come oggi, lascia indietro la parte della popolazione più povera. Non a caso questi centri nascono lì dove mancavano gli asili nido, i luoghi di aggregazione, le biblioteche, i consultori ed altre forme su supporto alle persone che avevano a disposizione meno strumenti per sopravvivere.
Il collettivo prende possesso di un luogo abbandonato, vuoto, pieno di degrado e sporcizia e lì nasce la stamperia, attività fondamentale per produrre giornali e volantini di controinformazione, viene creato un teatro che ospiterà diverse compagnie teatrali, nasce una radio per dare voce e raccontare uno strato sociale che il benessere ostentato di una città come la Milano da bere, voleva nascondere.
Qui trova spazio la “Casa delle Donne” punto di riferimento fondamentale per lo sviluppo dell’autocoscienza e autodeterminazione femminista. A seguire nascerà una scuola di falegnameria per inserire i giovani nel mondo del lavoro, troverà spazio una scuola popolare per permettere ai lavoratori delle fabbriche di prendere la licenza media.
Elencando tutte queste attività diventa lampante l’importanza dell’esistenza dei centri sociali all’interno delle nostre città, perché tutti questi luoghi, ognuno con le proprie peculiarità vanno a coprire quei vuoti lasciati dalle istituzioni e della società stessa.
Questo elenco in cui si narra di una scuola popolare, di attività di inserimento nel mondo del lavoro, di attenzioni verso quella parte di popolazione che ha necessità di cura, ci riporta a molte realtà presenti a Verona che svolgono attività con lo stesso scopo e dallo stesso punto di vista del Leoncavallo.
Basta pensare al Laboratorio Autogestito Paratod@s, il centro sociale che ha sede in Borgo Venezia e che opera da dieci anni in città attraverso una scuola d’italiano per stranieri completamente gratuita, attraverso un corso per pizzaioli per giovani rifugiati e non solo. Un centro sociale attivo nella lotta per il diritto all’abitare e che ha visto nell’occupazione di uno stabile, che ha preso il nome di Ghibellin Fuggiasco, la sua massima applicazione ospitando oltre 150 persone senza fissa dimora.

Sempre a Verona, in via Cantarane, c’è il Circolo Pink, uno dei primi centri LGBTQIA+ d’Italia e d’Europa che gestisce e cura una serie di situazioni legate al mondo queer e migrante, una complessità che le istituzioni fanno fatica a gestire e la società a comprendere a fondo.
Esistono altri luoghi, centri sociali, movimenti, alcuni di richiamo nazionale ma che in città svolgono un ruolo di informazione, di formazione, divulgazione e di conflitto necessari.
Tra questi possiamo citare Mediterranea Saving Humans, la ONG che si occupa di salvare migranti in mare e che a Verona ha il suo cosiddetto Equipaggio di terra, con sede in Veronetta. Passando dal movimento femminista Non Una di Meno.
Queste e molte altre realtà cittadine volte a porre l’attenzione su temi che altrimenti rischierebbero di finire sottotraccia. Realtà necessarie per creare quel conflitto e quell’attenzione indispensabili per permettere alla società di prendere atto e coscienza di situazioni e condizioni che necessitano di cura da parte della stessa società e delle istituzioni.
Realtà senza le quali sparirebbe quella capacità di guardare le cose da un punto di vista sociale, mutualistico, diverso. Sparirebbero luoghi di confronto e aggregazione, sparirebbero luoghi di consapevolezza e critica sociale. Luoghi senza i quali avremmo un’omologazione di persone in stile regime, con un unico pensiero sulle cose, sulla società, un indiscutibile impoverimento della collettività e delle nostre città.
Questo rappresenta quindi lo sgombero del Centro Sociale Leoncavallo di Milano, un impoverimento dell’intera collettività, milanese e italiana, perché il Leoncavallo, che ad ottobre avrebbe compiuto 50 anni di vita, rappresenta un riferimento per chi negli anni si è impegnato nel costruire una politica dal basso, una fonte di ispirazione per chi lotta per una giustizia sociale, per la giustizia ambientale e ogni tipo di giustizia capace di rendere questo mondo un posto più giusto e migliore.
Questo è il motivo per cui con lo sgombero del Leoncavallo ci perdiamo tutti e tutte.
RIPRODUZIONE RISERVATA
