In Francia sono nuovamente in corso delle forti e imponenti proteste da parte della popolazione.

Si parla di oltre 200mila persone scese in piazza, di cui 80mila studenti e studentesse, di 812 azioni di protesta tra manifestazioni, presidi, spesso spontanei, ma anche blocchi stradali e ferroviari. Si parla di azioni di proteste compiute anche da agricoltori, operatori sanitari, lavoratori e lavoratrice del mondo della cultura, dell’informazione e, tra questi, molti facenti parte del movimento dei gilet gialli che nel 2018 innescarono un’altra serie di proteste in Francia contro l’aumento della tasse sulla benzina.

Le proteste si sono tenute in molte città francesi, tutte numerose e partecipate e la maggior parte pacifiche. Ovviamente le più partecipate si sono tenute a Parigi ma anche a Nizza dove è stata chiusa la linea ferroviaria a seguito dei blocchi da parte dei manifestanti e di almeno una carica della polizia verso un folto gruppo di studenti. A Rennes si conta una manifestazione, con oltre 10 mila persone, durante la quale sono stati divelti dei cassonetti e dato fuoco ad autobus, a Bordeaux è stata bloccata l’uscita del deposito dei Tram, mentre a Rennes è stata bloccata la tangenziale.

Parigi verso il blocco

A Parigi dove, date le forti contestazioni, sono stati chiusi 15 musei, tra cui il Museo d’Orsay e Il Pantheon, è stata chiusa la stazione ferroviaria più frequentata, Gare du Nord, per impedire che i manifestanti potessero bloccare il traffico ferroviario.

Dalle proteste sono state interrotte lezioni in oltre 100 scuole superiori.

Manifestazione ma anche scioperi: nella sola Amministrazione pubblica hanno aderito allo sciopero indetto dai sindacati circa 40 mila lavoratori, hanno aderito allo sciopero anche lavoratori e lavoratrice del mondo dell’informazione, alcuni canali televisivi hanno interrotto la programmazione televisiva trasmettendo solo alcuni notiziari per tenere aggiornati i francesi sull’andamento della contestazioni.

Numeri e azioni importanti, proteste molte forti, per lo più pacifiche ma che nei casi sopracitati sono sfociati in una rabbia sociale che non è la prima volta in Francia si manifesta in questa forma.

I motivi della protesta

I motivi della protesta, per quanto interessino eventi recentissimi e avvenuti nei giorni scorsi in Francia, vanno però anche cercati nel recente passato.

I manifestanti in questa fase criticano principalmente la legge di bilancio per il 2026, una legge che sta causando forte instabilità nei governi francesi che si stanno susseguendo nell’ultimo periodo. La proposta di Legge ha fatto cadere il primo ministro François Bayrou in carica solo dal dicembre 2024 quando aveva preso il posto di Michel Barnier. Al posto di Bayrou, Emmanuel Macron, ha nominato Sébastien Lecornu. Una scelta che ha adirato ancora di più i francesi in quanto Lecornu sembra in linea con le politiche di Bayrou.

La legge di Bilancio prevede, tra le altre cose, la sospensione dell’adeguamento delle pensioni pubbliche all’inflazione per il 2026. Come ha detto Bayrou “le pensioni non verranno ridotte” ma c’è da aggiungere che non verranno nemmeno aumentate nonostatante l’aumento costante del costo della vita. Una legge che quindi porterà ad un ulteriore impoverimento di una fascia della popolazione già provata dal carovita. Si discute, nuovamente, anche di un innalzamento dell’età pensionabile.

La legge prevede anche la cancellazione di alcuni giorni di festività, tra cui il lunedì di Pasqua e l’8 maggio. Il motivo, ha specificato l’ex Primo Ministro Bayrou:

“il mese di maggio è un vero e proprio gruviera di ponti e il Lunedì dell’Angelo non ha alcun significato religioso.

In altre parole: lavorare di più per produrre di più.         

Quindi una legge di bilancio che chiede sacrifici a lavoratori e pensionati, due categorie di persone che, nella maggioranza dei casi, vive in condizioni legate al precariato lavorativo, in difficoltà economiche rispetto ad un costo della vita che diventa sempre meno sostenibile. Una condizione che interessa una fascia di persone e famiglie sempre più numerosa.

E mentre vengono chiesti sacrifici ai lavoratori, pensioni, ai cittadini e cittadini, mentre vengono tagliati fondi per il welfare, continua a crescere la spesa militare che aumenterà, secondo la legge di bilancio del 2026, di 3,5 miliardi di euro e ulteriormente nel 2027.

Si prevede che, dall’insediamento di Emmanuel Macron come Presidente della Repubblica francese, fino al termine del suo mandato, la spesa militare sarà più che raddoppiata. Un incremento che ricade sulle spalle di lavoratori e pensionati in primis.

I problemi dei francesi sono gli stessi degli italiani ma…

Analizzando i motivi che hanno portato i francesi a scendere nelle piazze delle città, a manifestare in un modo forte, a tratti violento, ma per lo più in modo pacifico ma deciso, si nota che sono problemi non tanto distanti da quelli italiani (e non solo). Si parla di leggi di bilancio peggiorative per lavoratori e pensionati, di ingiustizia economica e sociale, di pensioni che non aumentano, di un carovita sempre più asfissiante, di precariato nel mondo del lavoro. Tutti problemi che viviamo anche noi in Italia, giorno dopo giorno ormai da anni.

Eppure, in Italia non assistiamo a scena di proteste di massa, in Italia non si scende in piazza, non si protesta e a farlo sono in pochi e, spesso, sempre le stesse persone.

In Francia stanno scendendo oggi in piazza per contestare un legge di bilancio punitiva, lo hanno fatto, sempre in massa, nel 2018 con i gilet gialli, protestando per ben 4 settimane contro il caro benzina, lo hanno fatto un paio di anni fa, ancora una volta in massa, minacciando uno sciopero di 12 giorni per protestare contro l’innalzamento dell’età pensionabile. Lo hanno fatto altre volte in passato manifestando il loro disagio sociale ed economico, per contestare leggi repressive e per chiedere condizioni di vita migliori.

È un popolo, quello francese, figlio della Rivoluzione Francese, quella che studiamo a scuola, ma da cui abbiamo imparato ben poco. Una rivoluzione di un popolo affamato mentre il Re e la Regina vivevano nel lusso, ignorando la condizione di povertà in cui versava il popolo.

“Regina il pane è finito” “Va bene, dategli delle biosches”

Questa è una frase attribuita alla Regina Antonietta, una frase, probabilmente un falso storico, che rappresenta l’indifferenza della monarchia rispetto allo stato di povertà del proprio popolo, quel popolo che da lì a poco si sarebbe ribellato, togliendo il potere ai reali e decapitandoli.

Una forza e una volontà popolare enorme di cui gli italiani non sono mai stati capaci. Non ne sono stati capaci quando un uomo tiranno salì al potere con la violenza, creando un regime totalitario e altrettanto violento. Non ne sono stati capaci quando vi era da ribellarsi contro una Re che aveva permesso che questo accadesse. Una monarchia piena di atti di vigliaccheria, fughe e che abbandonò il proprio popolo, quello stesso popolo che nel referendum del 2 giugno 1946 in cui gli italiani furono chiamati a scegliere tra Repubblica e Monarchia, ben il 46%, quasi la metà dei votanti, votò per la Monarchia, perdendo un’occasione democratica per ribellarsi a coloro che li aveva abbandonati, verso colore che avevano permesso ad un regime fascista e violento di comandare un Paese per venti anni, annientando democrazia, libertà, conducendolo nella parte sbagliata di una guerra e portando un Paese alla distruzione e alla povertà.

È questa forse la netta differenza tra francesi e italiani riguardo alla capacità di ribellarsi, di scendere in piazza, di manifestare e contestare contro le ingiustizie, contro una legge sbagliata, contro una legge discriminatoria, contro una legge che opprime il popolo.

Se le proteste sono, anche, una questione culturale

Si può anche non essere d’accordo sui motivi di questa o quella protesta, ma è storicamente innegabile che i francesi, a differenza nostra, siano capaci di ribellarsi in massa di fronte alle ingiustizie.

In Italia chi scende in piazza per protestare sono spesso e volentieri le stesse persone, ognuno per le proprie fazioni, ci mancherebbe, ma sempre le stesse persone e poche. Nelle tante proteste accomunate dallo stesso sentimento di uguaglianze, a Verona come in altre città (forse possono fare eccezioni Roma e Milano in quanto metropoli), si trovano le stesse persone, le stesse facce, gli stessi volti, gli stessi corpi.

Chi manca sono sempre gli altri, quelli che, seppur condividendo la stessa linea politica, in piazza non ci sono mai.

E questo fa la differenza culturale ma anche numerica di un popolo compatto contro il potere repressivo e contro le ingiustizie. Questo fa la differenza con un popolo che è stato in grado di rivoltarsi al potere, portando quella rivoluzione sui nostri libri di scuola.

Una differenza si nota anche quando ci si lamenta di un disagio dovuto ad uno sciopero: la lamentela dei genitori fuori da scuola quando gli insegnanti protestano per avere uno stipendio più dignitoso (oggi lo stipendio degli insegnanti italiani è tra i più bassi in Europa), si nota quando ci si lamenta dello sciopero dei medici per richiedere maggiore sicurezza negli ospedali, gli operai per avere maggiori diritti. Ci si lamenta dei disagi causati dallo sciopero dei lavoratori del mondo dei trasporti per avere turni meno massacranti. Tutti motivi sacrosanti, ma tutti motivi, il più delle volte, non compresi da una buona parte della popolazione che però, nel proprio ambito, si ritrova a vivere gli stessi disagi.

Ed è qui la compattezza sociale che manca agli italiani. Manca la capacità di capire che l’inadeguatezza economica, lavorativa, pensionistica, sanitaria, accomuna buona parte delle persone, come manca la capacità di unirsi, di smettere di essere persone singole, individui e diventare popolo, popolo unito contro le ingiustizie nelle sue per svariate forme.

Invece spesso si tende a criticare chi protesta, chi aderisce agli scioperi, annoverandoli tra quelli che non hanno voglia di lavorare o di studiare, si critica chi scende in piazza additandoli come persone che non hanno nulla da fare. Oppure si crede che protestare sia inutile o addirittura, assuefatti a logiche di potere quasi dittatoriali, che le manifestazioni e gli scioperi siano solo un disagio per il resto dei cittadini.

Forse è qui la differenza tra chi, davanti ad una sanità pubblica con lungaggini preoccupanti, davanti ad una scuola pubblica con sempre meno risorse, davanti a degli stipendi o pensioni che non crescono, ha la forza e la capacità di compattarsi per protestare e chi invece accetta passivamente che tutto questo accada, rinunciando a manifestare e scioperare, criticando chi lo fa, inconsapevoli forse, che chi sceglie di manifestare lo fa per tutti e tutte, anche per chi in piazza non ci va mai, anche per chi critica chi protesta.

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