L’Irlanda d’inverno rappresenta un viaggio dello spirito. E no, non ci riferiamo (soltanto) alle enormi quantità di birra stout e irish coffee bevute nel corso di un banalissimo tour dell’isola di qualche giorno. Ci riferiamo anche (e soprattutto) a una dimensione del tempo e dello spazio che si dissolve nell’aria limpida che quest’isola verde offre a chi la visita. Distese di erba, centinaia di pecore che pascolano sotto un cielo grigio che all’improvviso può diventare azzurro (e viceversa) e città che dal punto di vista artistico non hanno molto da offrire, ma che danno molto dal punto di vista umano, delle interazioni con la popolazione autoctona e dell’ospitalità.

Già, perché l’irlandese medio, inteso come abitante nato e cresciuto in Irlanda, è solitamente molto simpatico. Attento, curioso al visitatore e alla sua provenienza, si fa in quattro per aiutarlo quando viene avvicinato anche solo per chiedere un’indicazione stradale. E fa in modo, sempre, di scambiare anche solo quattro chiacchiere veloci, per il solo gusto di conoscere qualcosa di nuovo. Come se forse una sorta di naturale forma mentis per un popolo che ha subito per secoli l’invasore albionico e oggi ha la chiara necessità di smarcarsi, anche con i modi di fare, dal suo antico – ma nemmeno troppo – oppressore.

Location da film

Il viaggio è studiato ad anello. Arrivo e ripartenza da Cork, con Kilkenny prima tappa e Galway (e le Cliff of Moher) penultima. La prima “stazione” è An Còbh, famosa soprattutto perché dal suo porto è partito il Titanic, in quello che è stato il suo primo e ultimo viaggio. Si tratta di una bella cittadina sul mare, all’interno di una baia che la protegge dalle intemperie e soprattutto costruita su una serie di colline che rendono l’esperienza di visita alquanto faticosa.

Giungiamo in zona proprio mentre si sta per celebrare un matrimonio nella suggestiva cattedrale di Sal Colman che domina la città e la prima cosa che ci colpisce è che la sposa e le altre invitate alla cerimonia sono tutte vestite, nonostante si sia in pieno inverno, come se fosse estate. Vestiti scollatissimi, gambe scoperte, nemmeno una stola per coprirsi dal freddo, ovviamente niente calze o qualcosa che possa anche solo lontanamente assomigliarvi. Una sorta di tentativo di suicidio collettivo tramite ibernazione, perché se è vero da una parte che per essere pieno inverno e a queste latitudini non fa poi così tanto freddo, è vero anche, dall’altra, che siamo pur sempre intorno ai 9-10 gradi. Al sole. Non proprio la temperatura ideale per andare in giro così scoperti. La verità, però, è che l’abitudine fa evidentemente molto e scopriremo anche altrove che questa non è un’anomalia del luogo in cui ci troviamo, ma una consuetudine tutta irlandese, se non più in generale britannica.

Le casette colorate di An Còbh

La cittadina è anche famosa per le sue casette colorate, che fanno da sfondo alla chiesa, che svetta sul resto del villaggio. Il sole evidenzia il contrasto fra il bianco-grigio della chiesa e il colore sgargiante delle abitazioni popolari, che oggi sono fra le più fotografate dell’isola. Ma a farla da padrone, e non potrebbe essere altrimenti, è proprio il museo dedicato al Titanic, che peraltro dopo il film di James Cameron del ’96, con Leonardo di Caprio e Kate Winslet, ha decuplicato il numero di visitatori annui. Potere del cinema. E a proposito di cinema lasciata An Cobh alle nostre spalle ci dirigiamo verso nord-est dove dopo pochi chilometri ci imbattiamo in Youghal, dove anni fa venne girato il celebre film “Moby Dick” con Gregory Peck e Orson Welles. Una breve sosta per il pranzo e poi via, verso Kilkenny.

Scopriamo presto che sono molte le città, da queste parti, che hanno la radice Kil nel proprio nome. Kilkenny, Kildare, Killucan, Kilmalock e tante altre. Andando a fondo troviamo che la parola Chill, in gaelico, significa “chiesa”. Pertanto i vari paesini, sorti quasi tutti attorno al primo nucleo ecclesiastico del luogo, si chiamano “Chiesa di Kenny”, “Chiesa di Dare”, “Chiesa di Malock” e via dicendo. È un po’ come il “chester” inglese che deriva dal latino “castrum”, accampamento e che richiama alla fondazione del periodo romano in Britannia.

Kilkenny è una bella città, che ha nel castello di caccia del duca locale il suo gioiello più fulgido, ma che è comunque piena di angoli suggestivi. Il centro storico è un dedalo di viuzze dal sapore medievale che si aprono, però, su strade di più recente costruzione per un mix ultrasecolare di sicuro interesse. Le fabbriche della birra (la Smithwick, in particolare) sono un’altra attrazione ma è la sera, con i suoi pub, a cominciare dal mitico “The Left Bank” (sede un tempo di una banca settecentesca e oggi trasformato in un immenso locale su più piani) che accentra l’interesse di autoctoni e turisti.

Il castello di Kilkenny

Pub, il social network irlandese

È già che ci siamo apriamo subito il capitolo dedicato al pub. È indubbio che, al di là della storia, dell’arte e dell’architettura, l’esperienza sociale più interessante che si possa fare in questi luoghi è proprio quella del pub. Il pub inteso come cuore pulsante della popolazione. Il pub inteso anche come luogo di ristoro e riposo, ma soprattutto come centro di raccolta di energie e idee, il cui scambio è più piacevole attorno a un fuoco e con delle birre di Guinness appoggiate sul tavolo che a casa, ognuno per conto suo ma magari seduto davanti a un computer o attaccato al cellulare.

Sembrerà lapalissiano dirlo, certo, ma il modo in cui gli irlandesi (ma probabilmente potremmo allargare il discorso all’intero gruppo di isole britanniche) concepiscono l’esperienza del pub è ben diverso da quello che intendiamo noi con il nostro “baretto”. Il pub qui appare più come il centro di un vero e proprio universo, che poi è quello della millenaria cultura celtica, che è da sempre abituato a confrontarsi con il freddo, l’umidità, la poca luce invernale, ma anche la povertà di una terra che ha regalato ai suoi abitanti davvero poche soddisfazioni.

Le birre irlandesi

Qui, nel pub, giovani e anziani condividono senza problemi gli stessi spazi. Qui si ascolta musica e si beve, si chiacchiera e ci si rilassa.  A volte si esagera con l’alcol, ma la bassa gradazione della maggior parte delle birre (la Guinness arriva a 4,2%) fa sì che non si vedano poi così di frequente persone alticce o peggio ubriache.

C’è un’atmosfera calda, rilassata, ma anche culturalmente stimolante. Nel pub si discute di politica, si guarda e si commenta la partita di rugby (qui una vera istituzione, anche se lo sport nazionale è l’hurling, una via di mezzo fra calcio, pallamano, hockey e rugby) della squadra del cuore e qui i viaggiatori pianificano dove andare a mangiare a cena (attenzione agli orari, le cucine per tradizione chiudono presto) e soprattutto cosa visitare il giorno dopo.

Music is the answer

Il pub, poi, è anche il luogo della musica per eccellenza. Anzi, qui in generale la musica fa parte integrante della vita delle persone. Si va al pub per ascoltare il musicista di turno, ma anche per ritrovarsi accanto a un signore che ha più di qualche primavera sulle spalle che con due cucchiai e una voce da tenore si esibisce in un canto melodico in grado di metterti i brividi. E poi, cosa più importante, gli irlandesi la ascoltano, la musica. Quando un musicista si esibisce si zittiscono, ascoltano e applaudono alla fine del brano. A volte cantano insieme a lui contribuendo a creare quell’atmosfera allegra e commovente che da queste parti riesce a raggiungere alti livelli di magia.

Una scritta all’interno di un pub

I musicisti di strada, poi, qui non solo vengono “tollerati” (orribile parola, soprattutto se usata male), ma addirittura incoraggiati, perché portano arte nelle strade e contribuiscono a creare l’atmosfera tipica irlandese, insieme alle case colorate, il cielo cangiante, il vento, gli uccelli e tutto il resto.

L’atteggiamento culturale nei confronti della musica, peraltro, incide persino sul panorama urbano. Sono infatti tantissime le scuole di musica che si trovano da queste parti, così come sono tantissimi – di conseguenza – i negozi di strumenti musicali. A Galway nella via principale, si trovano un pub affianco all’altro e uno di fronte all’altro che la sera offrono spettacoli musicali. E non stiamo parlando solo della musica folk irlandese, che comunque qui viene suonata anche e soprattutto dai giovani, ma anche di spettacoli di puro rock internazionale. Certo, gli U2 e i Cranberries sono partiti da qui e oggi rappresentano il grande orgoglio dell’isola, ma sono artisti e band conosciuti più ad uso e consumo del turista che dagli stessi irlandesi, che possono vantare anche tante altre valide frecce al loro arco.

 A ben pensarci è incredibile quanti big della musica internazionale siano usciti da un’isola così piccola e con una popolazione così limitata (cinque milioni di abitanti, poco più che le città di Roma e Milano messe insieme). A parte i due gruppi su citati possiamo annoverare in questa lista artisti del calibro di Enya, Van Morrison, Rory Gallagher, la compianta Sinead O’Connor, Damien Rice, Glen Hansard, The Corrs, Ronan Keating e tantissimi altri. E tutto questo non sarebbe probabilmente possibile, se non ci fosse alle spalle un intero Paese che spinge in questa direzione. Certo, la lingua internazionale usata qui, l’inglese, aiuta molto e non è certo un dettaglio da poco, ma si percepisce da lontano che la questione vera e propria risiede soprattutto nell’atteggiamento e nella curiosità che si hanno nei confronti dell’arte e delle sette note.

La capitale

Arriviamo finalmente a Dublino. Ci arriviamo nel tardo pomeriggio e dopo aver lasciato i bagagli in albergo ci precipitiamo subito verso il ristorante dove abbiamo prenotato la cena, perché alle 21, più o meno, le cucine tendono ad essere già chiuse da queste parti e il rischio grosso è quello di andare a letto a stomaco vuoto. Anche perché poi nei pub (tappa obbligata di ogni fermata) non è che ci sia poi molto da mangiare. Al massimo si può spiluccare qualche patatina o nocciolina, niente di più.

Le luci natalizie nel quartiere di Temple Bar

Dopo aver ammirato le celebri “porte” colorate dublinesi, a cui sono dedicate intere pagine di Instagram, ci si dirige verso il quartiere di Temple Bar, che – come dice il nome – è un vero e proprio tempio del divertimento notturno. Qui si trovano pub a perdita d’occhio, uno a fianco all’altro, uno più bello dell’altro. Un intero quartiere dedicato interamente al divertimento giovanile. È curioso scoprire che questo, fino a qualche decennio fa, era il classico quartiere malfamato, dove di fatto non entrava nemmeno la polizia per paura di non uscirne illesa. Preda di spacciatori e malaffare, era frequentano da uomini in cerca di prostitute o droga. A partire dagli anni Novanta, però, si cominciò a investire sui locali, che – seguendo un’idea semplice ma precisa – se presenti in massa avrebbero attirato piano piano persone per bene che avrebbero a loro volta cacciato sempre più in là degrado e malaffare.

Certo, è come sempre in questi casi solo uno “spostamento” del problema, ma di fatto la cosa ha preso tale piede che non solo oggi Temple Bar è uno dei quartieri più belli e visitati di Dublino, ma è addirittura diventato uno dei centri culturali più dinamici e interessanti della città e dell’intero Paese. Dublino, d’altronde, è una metropoli in continua evoluzione, che ha subito enormi trasformazioni urbanistiche e architettoniche negli ultimi tempi, per un processo che non accenna a fermarsi.

La capitale, però, per molti aspetti era e rimane ancora oggi un corpo estraneo al resto dell’isola. Intendiamoci, Dublino è una città irlandese a tutti gli effetti, per architettura, storia e tutto il resto. Non è qui, però, che incontriamo ciò che ci aspettiamo di trovare veramente su questa terra.

Dublino è una città di oltre mezzo milione di abitanti che con la periferia e l’hinterland raggiunge e supera di poco il milione. Un quinto degli abitanti dell’isola, quindi, vive attorno alla foce del fiume Liffey e non potrebbe essere altrimenti, visto che la “Tigre Celtica” a metà degli anni Novanta ha varato, proprio per attrarre capitali e “cervelli” una serie di misure economiche che hanno di fatto detassato le grandi multinazionali, che hanno trovato molto conveniente delocalizzare in questa zona. L’industria dell’informatica e quella farmaceutica, tanto per fare un esempio, hanno proprio qui attorno le loro principali sedi europee e stiamo parlando di colossi come Google, Linkedin, Facebook, da una parte, e Johnson & Johnson, Abbott, Bausch & Lomb, dall’altra. Una spinta decisiva alla lotta contro la disoccupazione e all’attrazione di cervelli, che infatti fuggono da altre zone (toc toc, Italia, se ci sei batti un colpo) d’Europa per venire a stabilirsi, armi e bagagli, da queste parti.

Il monastero di Conmacnoise e il più antico pub d’Irlanda (e forse d’Europa)

Viaggiando da est verso ovest e le sue meravigliose scogliere ci si imbatte, vicino a quello che è il “centro geografico dell’isola” nell’antichissimo monastero di Clonmacnoise. Si tratta di un luogo incantevole dove, a metà del sesto secolo dopo Cristo, fu fondato da San Ciarán, un discepolo di San Diarmuid e San Finnian di Clonard. un luogo di culto, proprio nel crocevia delle principali strade dell’epoca.

Una croce celtica. Monastero di Clonmacnoise

Un gruppo di frati costruì in quel posto quello che è stato considerato a lungo il luogo spirituale per eccellenza dell’intera isola britannica. Era il luogo dove tutti i pellegrini della zona, prima o poi, sarebbero finiti, vuoi perché al centro di vari percorsi di pellegrinaggio, vuoi perché era esso stesso un luogo imprescindibile da raggiungere, come meta imprescindibile a cui ispirarsi.

Oggi vi si trova una distesa di tombe celtiche e qualche edificio che racconta molto bene la durezza della vita dell’epoca ma anche la grande forza di volontà di questi monaci, che subivano spesso le incursioni vichinghe (che razziavano ogni cosa, dal cibo alle pochissime ricchezze artistiche del luogo) ma che ogni volta ricostruivano tutto da capo.

Un video, proiettato a richiesta anche in italiano, spiega molto bene la storia del sito archeologico, che raccoglie diverse migliaia di visitatori l’anno, ma che non è certamente preso d’assalto e questo lo rende ancora più affascinante. La solitudine del luogo, la valle solcata da fiumi su cui affaccia, la giornata particolarmente fredda e allo stesso limpida permettono di assaporarne l’intrinseca spiritualità e carpirne, anche solo per qualche istante, la grandezza. Nel 1979 anche Papa Giovanni Paolo II visitò questi luoghi, a certificarne l’importanza anche simbolica.

Poco più in là si trova la città di Althorne, che non ha particolari luoghi di interesse se non il Sean’s Bar, che le guide indicano come il pub più antico d’Irlanda e forse d’Europa. Si tratta di un locale lungo e stretto, con l’immancabile bancone con le sue immancabili spine a farla da padrone e un caminetto e qualche sasso a ricordarne l’antichità. Non sappiamo se la leggenda sia vera o meno, ma di certo contribuisce a far deviare da queste parti qualche centinaio di turisti ogni anno. Operazione di marketing perfettamente riuscita.

Althorne al tramonto

L’overturism di Moher

La giornata è di quelle limpide ma per questo anche molto fredde. Il vento spira forte, ma arrivare alle celebri Cliff of Moher non è difficile. Il Governo irlandese ha deciso di sfruttare al massimo una delle attrazioni naturali più famose al mondo di cui può disporre e monetizzare l’esperienza. A partire dall’affollato parcheggio, oltre il quale peraltro non si può procedere, che costa una fortuna. Da lì, a piedi, si prosegue con una passeggiata “rinfrescata” dal vento che modella incessantemente le famose scogliere.

I turisti arrivano a frotte, su autobus o mezzi privati. Si sparpagliano lungo i sentieri che dall’alto permettono di visitare l’attrazione naturale e assaporare in tutta la sua immensità una vista “oceanica” davvero suggestiva. Gabbiani e albatros partecipano rumorosi alla “festa”, anche se il loro scopo principale è quello di rubare a qualche sprovveduto visitatore la merenda e volarsene via con il maltolto. Ogni tanto ci riescono, per l’ilarità di tutti, tranne che dello sprovveduto malcapitato.

Le celebri Cliff of Moher

Purtroppo la folla toglie molta della spiritualità che anche in questo caso avrebbe potuto regalare questa esperienza. Ammassarsi tutti insieme lungo i sentierini, incolonnarsi uno dietro l’altro in attesa che si superino i piccoli ostacoli o i gradini più impervi non permette di lasciar scorrere la mente… e di conseguenza lo spirito… L’overturism, insomma, ha mietuto un’altra vittima, non lasciando scampo all’ennesimo luogo che sarebbe stato solo da conservare e preservare. Peccato davvero, perché il luogo meriterebbe ben altro trattamento.

Per chi suona la campana

Gli ultimi giorni sono dedicate alle tre cittadine. La città universitaria di Galway è, delle tre, senza dubbio la più colorata, suggestiva e interessante, per i suoi parchi, la sua architettura e soprattutto la sua vita notturna decisamente “frizzante” e musicale, visto che peraltro ha probabilmente la media d’età più bassa di tutta Europa. Stiamo parlando di una vivace città bohémien, con il pallino per la musica tradizionale. Il suo cuore batte allegro tra le strade affollate, dai vecchi e tranquilli pub pieni di legno e angoli accoglienti, ai negozi che vendono anelli di Claddagh, maglioni di Aran e incisioni su pezzi di quercia.

La strada principale di Galway, costellata di pub e locali

E mentre Limerick, città di origine dei Cranberries, è l’ideale per gli amanti del gotico ma in generale è da visitare soprattutto perché punto di partenza del celebre Ring of Kerr, la bella Cork, dove concludiamo il nostro viaggio, presenta alcuni gioiellini da non perdere come il quartiere di Shandon, gli enormi murales che decorano intere facciate degli edifici e raccontano la storia della cittadina, le sue interessanti gallerie d’arte, il Mercato Inglese o la Chiesa di Sant’Anna, con il suo celebre salmone sul campanile e la possibilità per abitanti e turisti di mettersi in fila, aspettare il proprio turno e suonare le campane. Un’esperienza che oggettivamente non capita tutti i giorni di fare.

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