Il 30 dicembre suonerà nel Teatro Astra di San Giovanni Lupatoto il cantautore veronese, ma di respiro nazionale, Massimo Bubola. Quest’ultimo risultato raggiunto grazie alla stretta e subitanea collaborazione con Fabrizio De Andrè, che lo nota già con la sua prima pubblicazione Nastro Giallo del 1976. Bubola è infatti coautore di tutti i brani di Rimini (1978) e di alcuni pezzi dell’omonimo album del 1980, conosciuto ai più come L’Indiano, oltreché di Don Raffaè, celebre pezzo contenuto in Nuvole (1990). Ad onor del vero però Bubola ha all’attivo non solo molti brani di ottima fattura e a volte anche fortunati, in quanto a successo di pubblico. Da citare, fra le altre, Alì Zazà, Encantado signorina, Tre Rose, Tutti assolti. Abbiamo colto l’occasione per intervistare l’artista.

Bubola, che tipo di repertorio pensa di proporre all’Astra?

«Essendo un concerto di quasi fine anno, il 30 dicembre al Teatro Astra di San Giovanni Lupatoto proporrò una scaletta classica, con un excursus attraverso i miei 50 anni di musica e qualche confetto di brani popolari legati a questo periodo di festività.»

A quale suo album è più legato e perché? E a quale sua canzone?

«Non posso rispondere a questa domanda, sarebbe come scegliere tra un figlio ed un altro. Tutti i miei ventuno album e le mie canzoni contenute sono frutto di un percorso intimo in cui mi riconosco e che rappresenta fatti e periodi significativi della mia vita, dei tempi tumultuosi e delle vicende che ho attraversato. Alcuni più felici, altre tragici, alcune diventate famosissime, altre meno, ma sempre con l’intento di scrivere canzoni rivolte alle persone che dalle canzoni vogliono trarre riflessioni sul vivere personale e della società civile.»

Cosa le resta delle collaborazioni fatte con Fabrizio De André?

«Mi restano i ricordi di tanti anni passati insieme. Chiacchierate, bevute, discussioni, risate, miracoli, viaggi, concerti. Ma sicuramente ciò che di più importante e rilevante, mi resta della nostra collaborazione sono una ventina di canzoni, concepite, scritte, suonate e lasciate in dono a chi vuole ascoltarle, cantarle o trovare un piccolo tesoro.»

E cosa delle interpretazioni fatte a brani di cui è autore?

«Fabrizio era un ottimo interprete, sapeva dare una grande profondità a ciò che cantava. Nel tempo però ho cambiato alcuni arrangiamenti dei brani scritti insieme, perché nel tempo le canzoni mi hanno suggerito altre strade, altri segreti. Per esempio quando scrivemmo il testo di Don Raffaè decidemmo che la musica e l’interpretazione dovessero essere legate alla tradizione napoletana, una tarantella guittesca.

La mia versione del brano invece oggi è in blues, più realistica e più legata a quel mondo dell’illegalità e del crimine, come in un film di Jim Jarmusch. Credo anche che per esempio se Mannoia abbia rappresentato meravigliosamente la mia Il cielo d’Irlanda, che nel ’90 dette un certo aiuto all’avvio della musica e della birra irlandese in Italia.»

Come passa una giornata tipo, anche per fare capire la vita del musicista a un ragazzo che volesse cominciare questo percorso oggi?

«Non ho una giornata tipo, ma cerco di dare ad ogni giornata il giusto equilibrio tra il lavoro intellettuale e quello manuale e all’aria aperta. Da vent’anni a questa parte faccio una vita piuttosto ritirata, ho una casa in collina dove mi prendo cura dell’orto, degli alberi da frutto e degli ulivi. Faccio spesso concerti nei fine settimana, insieme alla mia storica Eccher Band. Coltivo la lettura e la passione per il cinema. Negli ultimi anni mi sono dedicato anche alla scrittura di romanzi, occupazione che mi permette di cadenzare il tempo del lavoro e di fare progetti a medio-lungo termine. A fine primavera verrà ripubblicato il mio primo romanzo “Rapsodia delle Terre Basse” dedicato alla mia infanzia e adolescenza nella bassa veronese, dove sono nato e nel 2025 uscirà il mio quarto romanzo a cui ho iniziato a lavorare da poco.»

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