In un universo parallelo, tra qualche anno, arriverà un ragazzino palestinese, venuto su tirando calci al pallone sulle aspre colline del West Bank. Il talento è ancora un po’ grezzo, ci si può lavorare, ma praticamente nessun club professionistico sembra voler investire tempo e fondi per un brillìo che è puro potenziale, e poco altro. Per quei giri strani del destino che accadono finisce a giocarsi tutto in un provino col Beitar Gerusalemme.

Ora, già di per sé giocarsi le proprie chance a centinaia di km da casa, a sedici anni o poco più, non è mai il massimo. Farlo da palestinese, a Gerusalemme, pochi anni dopo quell’autunno di sangue del 2023 è ben più che una puntata azzardata. Farlo da arabo, nel club con la tifoseria più xenofoba e oltranzista d’Israele e di buona parte del calcio, ecco lì sembra proprio uno di quei casi in cui l’incoscienza travalica il coraggio.

Il ragazzo all’inizio fatica, si allena con la prima squadra ma vede pochissimo il campo. Anzi, diciamo pure mai. L’allenatore, qualche compagno, i tifosi… quando gira così sembra che tutto ciò che ti circonda stia remando contro di te. Le parole, gli sguardi, anche solo un sussurro raccolto oltre la porta degli spogliatoi. Ogni cosa pesa il triplo, ma lui tiene duro.

Così, alla fine, l’occasione arriva. Infortuni e squalifiche, non c’è nesun altro da buttare dentro. Tocca a lui. Entra, e non esce più. A suon di dribbling, assist e reti decisive il nostro ragazzo trasforma i fischi in applausi. I mugugni in lodi sperticate. In mezza stagione trasforma il Beitar che, da un’anonimo centro classifica, ora si gioca l’Europa. E la conquista.

L’anno dopo è ancora meglio. Ormai è il perno di una squadra che gira a meraviglia. Presa la vetta della classifica non la mollano più. In campionato il ragazzo fa quello che vuole e a questo punto chissenefrega se sei palestinese, afghano o balinese. Perché le emozioni di un pallone che scuote una rete non hanno colore, religione e nazionalità. E adesso tutta Israele lo acclama e le belle prestazioni in coppa hanno attirato l’attenzione di qualche club niente male delle grandi leghe europee.

A vent’anni esatti dall’ultimo titolo, il Beitar conquista il campionato. Lo fa tra le mura amiche del Teddy Kollek, totalmente agghindato in giallonero. Poco meno di 32mila persone che esplodono ad ogni suo tocco di palla. Una manciata di anni fa, su quelle stesse tribune, avrebbero probabilmente messo al muro qualsiasi maschio cresciuto con gli occhi sulla piana di Esdraelon. Sempre a causa di quell’autunno tremendo.

Il Teddy Kollek Stadium (facebook Beitar Jerusalem)

Adesso, finitela voi questa storia. Il ragazzo, al quale ormai avrete già affibbiato almeno un nome, ha vinto molto più di un campionato. Ha lasciato un segno. Non di quelli che dividono popoli e territori, ma di quelli che danno il via ad un racconto, magari diverso da tutti quelli scritti negli ultimi cento anni.

Decidete voi se il ragazzo accetterà le offerte in arrivo da mezza Europa per tentare la grande avventura. Oppure se diventerà il simbolo di un nuovo cammino, che porta ben oltre il campo da gioco. In fondo è un universo parallelo e quindi magari arriverà pure Hollywood a immortalare le sue gesta in uno di quei film che ti spiegano che le differenze, in fondo, non esistono.

Solo che il mondo in cui viviamo è solcato da spaccature profonde e sono abbastanza certo che non basterà un biopic con protagonista qualche superstar a suturare ferite che sanguinano da decenni. E anch’io, che di solito utilizzo vicende sportive per trovare una visione sbilenca della storia, fatico a trovare qualche angolazione diversa. Vorrei dirvi che si può guardare oltre, che sotto i vasti ombrelli dello sport quello tra Israele e Palestina non è un racconto di discriminazione e morte. Ma non è così. Anzi, è un campo di battaglia alla pari degli altri.

Le Olimpiadi dell’orrore

E allora fai un passo indietro, ed è fin troppo facile tornare a Monaco di Baviera e alle Olimpiadi del 1972. Il teatro , sportivamente parlando, più importante per un’azione che ha sfregiato un’epoca. Un commando dell’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero irrompe negli alloggi destinati agli atleti israeliani del villaggio olimpico. Ne uccidono subito due, che avevano tentato di opporre resistenza, e prendendo in ostaggio altri nove membri della squadra olimpica di Israele.

L’immagine passata alla storia è quella dei terroristi che si affacciano a un balcone del palazzo al numero 31 di Connollystrasse. Un giorno e mezzo di richieste, esecuzioni e briciole di trattativa. I palestinesi chiedevano la liberazione di 234 detenuti nelle carceri israeliane e di Andreas Baader e Ulrike Meinhof, della Rote Armee Fraktion. Alla fine Golda Meir decide, nessuna concessione, la polizia tedesca prova un’irruzione e degli ostaggi non si salva nessuno. Il più giovane è Mark Slavin, 18 anni, lottatore nato in Unione Sovietica ed emigrato in Israele solo qualche mese prima. Avrebbe dovuto esordire il giorno stesso del rapimento.

Solo che l’orrore non è mai casuale. Non è che arriva da una qualche galassia sconosciuta e plana su di noi senza sapere nulla di cosa è stato fino a quel momento delle nostre vite. No, l’orrore, anche quello di un terrorismo cieco e feroce, continua a bruciare negli anni sotto il velo cinereo della storia e di una quotidianità che reclama continuamente la nostra attenzione verso migliaia e migliaia di avvenimenti che si accumulano uno sopra l’altro senza soluzione di continuità.

Quindi quel settembre bavarese è solo il puntino di una linea lunghissima. Un filo che abbiamo iniziato a srotolare decine di anni fa e sul quale, ad ogni centimetro, puoi trovare un colpo di pistola, una perquisizione, pure una bomba che esplode. Un epitaffio funebre. E in questo dipanarsi di episodi lo sport è un semplice servo di scena, va a ruota dei protagonisti. La geopolitica, le nazioni, la religione, c’è di che scegliere.

A volersi soffermare su qualcuno di questi puntini, potremmo parlare di giornalisti e sportivi palestinesi ai quali, da Israele, viene sistematicamente negato il visto di uscita per lavorare o gareggiare all’estero. O del check point vicino ad Al-Ram, in Cisgiordania, dove nel gennaio 2014 hanno sparato a Jawhar Nasser e Adam Abd al-Raouf Halabiya, giovani speranze della nazionale palestinese che tornavano da un allenamento. 19 anni il primo, 17 il secondo. Carriera finita per entrambi. Come quella di Mahmoud Sarsak, anche lui nel giro della nazionale palestinese, ingiustamente incarcerato e torturato nelle prigioni israeliane senza nemmeno un processo, e uscito solo dopo che uno sciopero della fame ha debilitato irreversibilmente i suoi organi.

Con la giusta attenzione si può notare come, sulla superficie di una terra lacerata, i club sportivi finiscono presto per diventare stelle polari. Veri e propri Hub che raccolgono visioni ed energie della comunità di riferimento. Arabi da una parte, sionisti dall’altra. E allora potrebbe anche capitare di tornare dalle parti del Beitar Gerusalemme. Sugli spalti, per la precisione. La casa de “La Familia”, la frangia estremista del tifo giallonero a cui accennavo prima. Dichiaratamente razzisti, naturalmente votati alla violenza, in grado di pretendere la cacciata dei giocatori arabi dal proprio club e che nell’ultimo decennio, inneggiando alla guerra, hanno visto crescere notevolmente il proprio pubblico di affezionati.

Troppa poca luce

Il muro lungo la striscia di Gaza

Di solito, a questo punto, arriva uno spiraglio di luce. Il capitolo che ribalta la situazione e regala speranza per il futuro. Come quella dei Jerusalem Peace Lions, compagine di football australiano che qualche anno fa aveva iniziato a partecipare alle competizioni riservate alle selezioni nazionali con una rosa composta sia da giocatori israeliani che palestinesi.

Perdonatemi, ma stavolta la luce è davvero troppo poca. Con le centinaia, migliaia di drammatici puntini che la circondano, questa storia non ha ancora la forza per generare nel sottoscritto una speranza concreta. Non dopo le ultime notti, quantomeno.

Così, alla fine, sono io quello che vorrebbe andarci in quel famoso universo parallelo. Magari lì si può asserire di non poter mai essere dalla parte di Hamas, ma sempre al fianco al popolo palestinese, senza che queste parole risultino un ossimoro impronunciabile. Perché è ovvio che nulla può legittimare un’azione di morte su larga scala, ma è altrettanto ovvio che se a un popolo togli tutto, finirà col gettarsi tra le braccia degli unici che promettono di combattere la sua battaglia, fossero anche terroristi sanguinari. E invece di sentirsi dare dell’estremista, o del giustificazionista, si prova a ragionare.

Forse anche in quell’angolo di universo capita di ignorare per anni cosa succede dall’altro lato del mare e provare orrore solo quando la morte arriva sui nostri schermi. Lì, però, lo sanno che tutto ciò che accade oggi è solo l’ultimo tremendo atto di un processo in moto da decenni. L’ultimo di quella fila interminabile di puntini. Sanno che, se fino ad oggi la parola “Gaza” non è stata altro che un’eco lontana, ora sarebbe abbastanza ipocrita pretendere di spiegare al prossimo chi siano i buoni e chi i cattivi. In un universo parallelo, di fronte a certe notizie, si sceglie il silenzio. Perché c’è già troppo rumore in giro.

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