Oggi sono davvero triste. E sbigottito. Anche se quando circolano certe notizie di ricaduta è difficile essere ottimisti, ci avevo davvero sperato che Gianluca Vialli superasse anche questa. Con una progressione di potenza, o una rovesciata delle sue.

Invece niente. Ti svegli con questa notizia tremenda. È come se le divinità che tirano le fila del pallone avessero deciso di regolare tutti i conti dopo il Mondiale. Per non interrompere la narrazione. O per non infangare certe storie con tutto il sudicio che è stato parte della rassegna appena terminata.

Gianluca Vialli non ha mai giocato per la mia squadra, eppure la sensazione che si prova, leggendo i primi titoli, è come se fosse venuto a mancare uno dei tuoi. Ed è così. Vialli era uno dei nostri. Di tutti.

All’inizio per quella cespugli di ricci che corrono veloci e sbarazzini. Prima con la maglia grigiorossa, e poi con una delle divise più belle del gioco, quella blucerchiata. Dovevano essere sue le Notti magiche di Italia ’90, un infortunio e l’esplosione di Schillaci gli hanno tolto la ribalta che un calciatore sogna fin da bambino. Ma quel diagonale rasoterra contro la Spagna nel 1988 rimane ancora negli occhi di tutti.

Vialli è stato uomo simbolo di un paio delle ultime favole romantiche del calcio. La prima, da giocatore, terminale offensivo e trascinatore di quella Sampdoria irripetibile che vince scudetto, Coppa delle Coppe e arriva a 120 secondi (e ad una punizione di Koeman) dal giocarsi ai rigori la Coppa dei Campioni.

Un amore, quello per la Samp, lasciato al culmine del possibile. Oltre non era pensabile andare. Lo sapeva Gianluca, lo sapeva anche il presidente Mantovani, che infatti lasciò partire sia lui che Boškov. Con la Juventus quattro anni che sono bastati a farsi amare anche lì, da capitano, e, con quella fascetta al braccio, sollevare finalmente la Champions.

Poi una parte di vita spesa in terra inglese; che soddisfazione dev’essere stata riuscire a vincere anche lì. E per la considerazione che gli albionici hanno di noi (ma un po’ di tutti, in realtà), che smacco che dev’essere stato vederti sollevare altre coppe col primo Chelsea degli stranieri.

Fino all’ultimo sorriso, la seconda favola, proprio sul suolo londinese che l’aveva adottato. Dopo la malattia, a fianco dell’amico fraterno Mancini a guidare una spedizione azzurra che conquista l’Europeo ai rigori, contro i ragazzi con i tre leoni sul petto.

Di solito si dice che dobbiamo essere grati per ciò che è stato, per non lasciarci vincere dalla tristezza. Forse c’è un bel po’ di retorica in queste parole, ma in certi momenti ci si aggrappa anche a quella. E allora ringraziamolo Gianluca, per quell’ultima istantanea.

Quell’abbraccio in lacrime sull’erba di Wembley. Nel regno dello sport business, di fronte alle telecamere di tutto il mondo, due uomini. Con i loro dubbi, le loro paure, uniti nella gioia della vittoria. Così fugace, così umana.

Ecco, sì. Gianluca Vialli era davvero uno dei nostri.

Foto: pagina Facebook Gianluca Vialli

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