Benvenuti nell’era Piwi. Nell’epoca dei cambiamenti climatici e degli eventi meteorologici estremi, le nuove varietà di vitigni “resistenti”, anche chiamati “ibridi”, o in breve Piwi (dal tedesco pilzwiderstandfähig che significa “varietà resistenti alle malattie fungine”) stanno acquisendo sempre più rilevanza, soprattutto in Veneto, la regione italiana con la maggior superficie vitata a vitigni resistenti.

Ne è prova l’attenzione dedicata a questi nuovi vitigni per una maggiore sostenibilità ambientale al 55° Vinitaly, che dal 2 al 5 aprile ha portato a Verona la più grande “ambasciata” del vino, con oltre 4mila aziende da tutta Italia e da più di 30 nazioni, e un contingente record che ha superato i 1000 top buyer (+43% sul 2022) e che si è chiuso oggi con 93 mila presenze complessive, di cui 29.600 straniere.

Le nuove frontiere del vino a Vinitaly

Le nuove frontiere del vino sono entrate preponderantemente in scena a Vinitaly a partire dagli effetti del cambiamento climatico e le sue ripercussioni dalla vigna alla bottiglia. Questi aspetti sono stati indagati in quattro diverse masterclass che hanno avuto come protagonisti vini da vitigni resistenti alle principali malattie fungine della vite (oidio e peronospora, ma non solo) e i primi due appuntamenti si sono svolti domenica 2 aprile in apertura della manifestazione.

Parliamo di “Discover Piwi: Tutto quello che avreste voluto sapere sui Piwi e non avete mai avuto il coraggio di chiedere” organizzato dalla Cantina Pizzolato di Villorba di Treviso, moderato dal consulente enologico Filippo Bartolotta, e della degustazione con sette calici da diversi Paesi dal vecchio e dal nuovo mondo “New trends – Wine to the moon and back” a cura delle Donne del vino e condotta da Cristina Mercuri DipWset, per esplorare come l’industria del vino si stia adeguando al cambiamento climatico.

Quattro workshop sulle varietà Piwi

Lunedì 3 aprile le varietà Piwi sono state al centro di altri due workshop: il seminario “Viticoltura futura: le viti che resistono” tenuto da Attilio Scienza, direttore scientifico della Vinitaly International Academy e il seminario della rete d’imprese: “Resistenti Nicola Biasi”, un progetto che raggruppa al momento otto aziende vitivinicole differenti tra Veneto e Trentino a Vinitaly tasting – The DoctorWine selection. Questo evento ha previsto la degustazione di dieci vini da vitigni resistenti di cui due proposti dalla Cantina Vitivinicola Ca’ da Roman di Romano D’Ezzelino (Vicenza), attualmente la più grande cantina d’Europa a sola produzione di vini da uve Piwi.

Ma non è tutto. Proprio in occasione di Vinitaly 2023, le associazioni Piwi regionali Italiane hanno dato vita a Piwi Italia, la neo costituita sezione italiana dell’associazione Piwi International, che nel mondo conta già 16 sezioni e 26 Paesi aderenti per la promozione dei vini ottenuti dai vitigni “sostenibili”, nati per essere più tolleranti alle principali malattie della vite e agli effetti estremi del cambiamento climatico.

Conciliare sostenibilità e qualità

Produrre dunque vini di eccellenza praticando la vera e reale sostenibilità in vigna e in cantina, salvaguardando in maniera concreta l’ambiente è davvero possibile?

Una dettagliata discussione sull’impatto che questi vitigni hanno oggi sull’agricoltura è stata al centro della masterclass di approfondimento della cantina Pizzolato che ha portato la sua esperienza sui vitigni resistenti iniziata 6 anni fa. Un dibattito che ha visto anche la partecipazione di Alexander Morandell, presidente di Piwi International e di Nicola Biasi, enologo di vini da vitigni resistenti.

«Il progetto di Cantina Pizzolato si è affacciato nel 2017 al mondo dei Piwi con due diversi approcci: da un lato attraverso la creazione di un vigneto con molte varietà ammesse dal disciplinare veneto, dall’altro con l’individuazione, tramite l’impianto mono varietale di vitigni Piwi accuratamente selezionati, della varietà adatta al terroir della zona Piave” racconta Sabrina Pizzolato. «I vitigni resistenti alle malattie fungine permettono una diminuzione dei trattamenti a 2-4 annui – ha aggiunto – e sono una soluzione innovativa per ridurre l’impatto ambientale della produzione».

Alzare la quota dei vigneti non è la risposta ai cambiamenti climatici

Un vigneto che ha conquistato le colline a ridosso di un ambiente montano.

Due aspetti – la creazione di un vigneto “sostenibile” e la varietà più adatta al terroir -, che rappresentano la chiave per interpretare nel modo corretto le potenzialità dei Piwi e percorrere la strada della sostenibilità ambientale. «Molti di questi vitigni funzionano meglio con il clima che abbiamo oggi – spiega l’enologo Nicola Biasi -. Oggi la viticoltura in Italia tende ad alzarsi di quota per sfuggire al cambiamento climatico, ma sappiamo bene che oltre una certa altitudine la viticoltura non può esistere. La soluzione? Cambiare vitigno e trovare quello resistente adatto al terroir dove si coltiva la vite, ma soprattutto giusto per continuare ad esprimere il territorio in cui è collocato».

Pizzolato appartiene al network delle 22 cantine che hanno aderito all’associazione PIWI Veneto con lo scopo di far conoscere e promuovere le varietà di viti resistenti alle malattie funginee di cui fanno parte anche le aziende Gianni Tessari, il primo a coltivare, già nel 2014, vitigni resistenti a San Floriano (Verona), e Roeno, vincitore nel 2021 del premio speciale “Ambiente & Sostenibilità” alla 25^ edizione della Vinitaly Design International Packaging Competition con il vino Repanda Solaris.

La longevità dei vini Piwi

«Per noi il progetto Piwi nasce come risposta alle anomalie climatiche con l’acquisto di terreni nel 2013 in cui ho deciso di impiantare il Solaris abbracciando sia la sfida della sostenibilità in un territorio differente, sia quella di una viticoltura innovativaracconta Gianni Tessari .– Nel 2017, ho portato la prima annata di “Rebellis” qui a Vinitaly, una scelta che ha fatto parecchio discutere» spiega Tessari, che però ha voluto proseguire il percorso iniziato «per dare continuità ad una scelta fuori dagli schemi» e per portare avanti la «sfida allo scetticismo sulla longevità di questi vini», rendendo disponibili le tre annate 2017, 2019, 2021.

Per l’azienda agricola Roeno di Brentino Belluno (VR) il vino Solaris “Repanda” rappresenta il suo impegno per la salvaguardia della natura e un omaggio alla biodiversità del suo territorio. «Il nome “Repanda” deriva da guanthera repanda, una pianta spontanea scoperta sul Monte Baldo, chiamato il Giardino d’oro d’Europa con il 40 per cento della flora delle Dolomiti. Questa scoperta è stata inserita tra le specie endemiche dal Willdenowia di Berlino, massimo organo botanico mondiale» spiega Martina Cento, che rappresenta la quarta generazione dell’azienda Roeno.

Ma facciamo un passo indietro: cosa sono queste varietà resistenti e perché stanno diventando il simbolo di una nuova viticoltura a basso impatto ambientale?

Come nascono i Piwi

I Piwi sono stati sviluppati dalla seconda metà dell’Ottocento, inizialmente in Francia, con uno obiettivo ben preciso: tramite l’innesto di alcune varietà di viti europee con varietà americane si testava la resistenza della vite alle malattie fungine e alla fillossera che, in quel periodo, stava martoriando la maggior parte dei vigneti in Europa. 

Da qui, la creazione di nuovi vitigni il cui utilizzo ha come conseguenza anche il perseguimento di pratiche agricole più sostenibili. Ad oggi sono circa un centinaio i vitigni Piwi registrati in Europa.

Cosa sono i vitigni “ibridi”

Non si tratta di piante Ogm, frutto di interventi genetici, bensì nascono da incroci e selezioni di piante predisposte a fronteggiare le sfide future dovute al cambiamento climatico e all’insorgenza di patologie fungine. «Sono vitigni creati in vigneto per impollinazione tramite incroci fra vitis vinifera e altre specie del genere vitis per aumentarne la resistenza. Gli incroci proseguono per molte generazioni diverse fino a raggiungere una percentuale di vite asiatica inferiore al 5%» sottolinea Nicola Biasi. «Si tratta di un progetto generazionale in cui non c’è genoma editing – aggiunge Filippo Bartolotta – e dal 6°-7°incrocio si arriva ad avere il 99% di corredo genetico della vitis vinifera”.

Perché queste due viti? «Le eccellenti proprietà per l’alta qualità del vino delle viti nobili sono state unite alla resistenza delle viti americane e asiatiche, ma serve qualità nel bicchiere. Dobbiamo fare dei vini più buoni dei vitigni tradizionali perché non possiamo pensare che i Piwi vengano bevuti solo perché sono più sostenibili» rimarca Biasi, sottolineando come sia necessario produrre qualità da vitigni con caratteristiche organolettiche diverse dai vitigni tradizionali.

Come diminuiscono l’impatto ambientale i vitigni Piwi?

«Si tratta di vitigni resistenti a tutti i crittogamici, come ad esempio le malattie fungine come l’oidio e la peronospora, ma anche meglio resistenti alle alte e basse temperature – evidenzia Bartolotta -. Alcuni resistono anche al marciume acido e alla botrite».

Un espositore nel padiglione dedicato ai vini biologici a Vinitaly.

L’infestazione da queste malattie rende sempre più difficile una resa ottimale per viticoltori fino alla perdita totale di intere vendemmie. Ne sono un esempio le ultime annate caratterizzate da eventi estremi e diffusione di queste malattie. La resistenza ottenuta permette di limitare i trattamenti in vigna abbassando l’impatto ambientale della viticoltura.

Non si tratta però di vitigni «immuni alla malattia, ma che richiedono pochi trattamenti fitosanitari, tra i due e i quattro ogni anno, e ciò è importante per ridurre l’inquinamento causato dalla viticoltura, evitando gli innumerevoli passaggi dei trattori nei filari per effettuare la copertura fitosanitaria, oltre a tradursi in un risparmio economico perché i costi per i pesticidi e l’orario di lavoro sono inferiori» ribadisce Nicola Biasi.

L’impronta della viticoltura 

I dati riportano che per la difesa dai principali patogeni fungini in viticoltura si utilizza circa il 65% di tutti i fungicidi impiegati nel settore agricolo (The use of plant protection products in the European Union: data 1992-2003, Eurostat statistical books) e che fino all’80% delle sostanze ausiliarie fitosanitarie utilizzate oggi per la viticoltura sono fungicidi. ll dossier di Legambiente “Stop Pesticidi 2021”, che riporta i dati elaborati nel 2020 dai laboratori pubblici italiani accreditati per il controllo ufficiale dei residui di prodotti fitosanitari negli alimenti, ha rilevato che tra gli alimenti trasformati, il vino e il miele sono quelli con maggior percentuali di residui permessi, contando rispettivamente circa il 39,90% e il 20%.

L’aumento della coltivazione di questi nuovi vitigni può rappresentare dunque una delle chiavi per la soluzione al problema dell’inquinamento chimico della viticoltura e all’impatto del cambiamento climatico. 

I Piwi in Italia

In Italia il progetto sui vitigni resistenti è partito nel 1998, in collaborazione con l’università di Udine, l’istituto di Genomica applicata e privati. Nel nostro Paese sono il Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia a guidarne la ricerca, con progetti portati avanti dai più affermati centri di ricerca sulla viticoltura tra cui la Fondazione Edmund Mach. La realizzazione dei primi vitigni è datata 2011.

Secondo i dati diffusi da Piwi Italia, oggi sono 36 le varietà attualmente iscritte al Registro nazionale delle varietà di vite del ministero dell’Agricoltura (18 a bacca rossa e 18 a bacca bianca). Le regioni che ad oggi hanno autorizzato la coltivazione di queste varietà (in parte o tutte) sono Abruzzo, Provincia di Bolzano, Emilia–Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Piemonte, Trentino Alto Adige e Veneto, che è capofila italiano con 256 ettari vitati di varietà Piwi su un totale che l’anno scorso ha raggiunto quota 1.050 ettari nel nostro Paese.

I principali vitigni Piwi

I principali vitigni resistenti europei includono il Bronner, Cabernet Cortis, Gamaret, Leger e Solaris. Il Solaris è il vitigno Piwi più noto in Italia, ottenuto nel 1975 in Germania presso l’Istituto di enologia di Friburgo. Tra il 2013 e il 2015 sono stati iscritti al Registro italiano il Bronner, il Cabernet Carbon, il Cabernet Cortis, il Gamaret, l’Helios, il Muscaris, lo Johanniter, il Prior, il Regent e il Solaris. Queste varietà sono ammesse alla vinificazione, non sono al momento impiegate per la produzione di vini a denominazione di origine nel nostro Paese ma sono ancora limitate al solo “vino da tavola” o Igt.

Un grappolo di Cabernet Cortis.

Al contrario, in Austria, Francia, Germania, Danimarca, Ungheria le Doc sono già autorizzate a inserire le varietà resistenti nei loro disciplinari. Alexander Morandel, presidente di Piwi international, ha evidenziato tuttavia che il tema dei vitigni resistenti «sta diventando una iniziativa europea, globale» specialmente in seguito alla modifica del Regolamento Ue del 6 dicembre 2021, con il quale l’Unione europea ha dato il via libera all’inserimento dei vitigni resistenti alle malattie fungine o “Piwi” nei vini a Denominazione di origine. 

Ancora fermo l’accesso ai disciplinari Doc

In Italia non c’è ancora una data per l’ingresso dei Piwi nelle Doc ma si tratterebbe comunque di un passaggio graduale. «L’Igt è un banco di prova. Spetterà al Comitato nazionale vini, su richiesta dei Consorzi, il possibile inserimento dei Piwi nei disciplinari per un massimo del 15% – spiega Attilio Scienza, tra i massimi esponenti accademici dello studio sul vino italiano – . Negli anni successivi, che sarebbero almeno tre, si passerebbe ad un esame quantitativo e qualitativo per poi incrementarne la quota all’interno delle Doc».

Una decisione che ha creato una notevole spaccatura nel settore: sebbene tanti viticoltori abbiano intrapreso questo percorso, certi che rappresenti un passo in avanti verso una viticoltura più sostenibile, c’è chi diffida ad impiegare queste varietà, additandole come una minaccia per la tradizione e la tipicità delle eccellenza enoica italiana.

«Mi piacerebbe che la distinzione futura fosse tra vini che rispettano la natura e vini che non lo fanno: ad oggi quelli che si avvicinano di più al rispetto per la natura sono i vitigni resistenti, a partire dall’abbattimento dell’impronta del carbonio che scende quasi del 38% tra vitigni coltivati in modo tradizionale e quelli resistenti» dichiara Biasi.

Misurare la riduzione dell’impatto

La rete di aziende Resistenti Nicola Biasi (aziende Albafiorita a Latisana, Della Casa a Cormons, Ca’ da Roman a Romano d’Ezzelino, Colle Regina a Farra di Soligo, Poggio Pagnan a Mel, Nicola Biasi a Coredo, Villa di Modolo a Belluno e Vigneti Vinessa a San Zeno di Montagna) ha realizzato uno studio comparativo sull’impronta di carbonio nella produzione di vini da varietà tradizionali e vini da varietà resistenti in collaborazione con Climate Partners. Ne è risultato un calo del -37,98% in termini di CO2 prodotta nella gestione di un vigneto con vitigni resistenti, rispetto a uno condotto con varietà classiche, a parità di condizioni climatiche e territoriali.

Lo studio, condotto nel 2022 presso l’azienda Albafiorita in provincia di Udine, ha tenuto in considerazione tutti gli aspetti globali della produzione, dal vigneto alla commercializzazione, mettendo in luce l’importanza delle scelte imprenditoriali sul tema dell’impatto ambientale. I dati rilevati vanno dal packaging, alla chiusura, passando per la tipologia di bottiglia utilizzata fino ad arrivare a ciò che ha fatto veramente la differenza: l’utilizzo di vitigni resistenti. I dati rilevano che con essi oggi si ottengono non solo minori emissioni di CO2, ma anche alta sostenibilità grazie alla riduzione dei trattamenti, un minor utilizzo di antiparassitari, ridotto consumo d’acqua, con un conseguente impatto ambientale non paragonabile alla viticoltura attuale.

Una scelta che parla di difesa del territorio, valorizzazione del luogo e consapevolezza che, grazie all’innovazione, si può creare una viticoltura reale sempre più sostenibile.

La scelta del consumatore

La sfida ora per queste nuove varietà non è rappresentata solo dallo scetticismo del settore, ma dalla non facile conquista dei palati più esigenti e rigorosi del consumatore di oggi che non ha ancora familiarità con vitigni come Solaris, Johanniter, Cabernet Blanc o Cabernet Cortis.

«Bisogna spiegare al consumatore che le cose stanno cambiando. Non sarà semplice, ma è necessario farlo, perché il vitigno è sempre stato lo strumento più efficace con cui il viticoltore si è adattato ai cambiamenti climatici» sottolinea il professor Scienza nella sua riflessione sulla viticoltura del futuro.

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«I trend di consumo rivelano un consumatore sempre più consapevole e attento alle credenziali ambientali. Il cambiamento climatico è un fatto oggettivo e l’industria del vino si sta adeguando con rimedi di breve, medio e lungo termine al fine di continuare a produrre vini di qualità e accrescere il valore del settore. Azioni in vigna, approcci produttivi in cantina ma anche innovazione nel packaging si diffondono e incontrano i bisogni delle prossime generazioni» sottolinea Cristina Mercuri DipWset, che ha condotto l’appuntamento “New trends – Wine to the moon and back” con cui le Donne del Vino hanno voluto evidenziare come stiano contribuendo concretamente ad un futuro più sostenibile.

Ora dunque tocca al consumatore: chi non ha mai degustato un Johanniter, un Souvignier gris o un Solaris o una numerose varietà Piwi disponibili oggi può farlo, concedendo una chance a queste varietà “resistenti” e dando valore ad una scelta che parla di futuro.

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