Alla fine saranno cinque, i referendum su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi. La Corte costituzionale ha concluso mercoledì scorso l’esame dei quesiti referendari, dando il via libera a cinque dei sei referendum sulla giustizia promossi da Lega e Radicali. Sono stati dichiarati inammissibili, invece, i referendum su eutanasia e cannabis, e quello sulla responsabilità civile diretta dei magistrati.

Qualche giorno prima, in un breve saluto agli assistenti di studio durante la riunione settimanale, il neopresidente della Consulta Giuliano Amato si era espresso anticipando l’approccio che avrebbe prediletto nella valutazione sull’ammissibilità dei referendum:

«Davanti ai quesiti referendari ci si può porre in due modi: o cercare qualunque pelo nell’uovo per buttarli nel cestino oppure cercare di vedere se ci sono ragionevoli argomenti per dichiarare ammissibili referendum che pure hanno qualche difetto. Noi dobbiamo lavorare al massimo in questa seconda direzione, perché il nostro punto di partenza è consentire, il più possibile, il voto popolare.»

Giuliano Amato
Giuliano Amato

Parole che avevano fatto ben sperare i promotori degli otto quesiti arrivati sul tavolo della Consulta, dopo che le richieste di referendum erano state ritenute regolari dall’Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione.

Il semaforo verde dei quindici giudici della Corte costituzionale è invece arrivato solamente per i quesiti sull’abrogazione delle disposizioni in materia di incandidabilità, la limitazione delle misure cautelari, la separazione delle funzioni dei magistrati, le valutazioni sulla professionalità dei magistrati e l’eliminazione delle liste di presentatori per l’elezione dei togati del CSM.

Legge Severino

Il primo dei referendum sulla giustizia punta a cancellare il decreto legislativo che porta la firma dell’ex ministro della Giustizia Paola Severino. Il decreto prevede l’incandidabilità, l’ineleggibilità e la decadenza automatica per parlamentari, rappresentanti di governo, consiglieri regionali, sindaci e amministratori locali che abbiano avuto una condanna definitiva per una serie di reati gravi contro la pubblica amministrazione.

Questa misura ha valore retroattivo e prevede, anche a nomina avvenuta regolarmente, la sospensione dalla carica se la condanna avviene dopo la nomina.

La legge Severino prevede un regime più rigoroso per gli amministratori locali, per i quali basta anche una condanna non definitiva per l’attuazione della sospensione, che può durare per un periodo massimo di 18 mesi.

Se il referendum passasse, sarebbe eliminato l’automatismo e si tornerebbe alla legislazione precedente, in base alla quale l’interdizione dai pubblici uffici è una pena accessoria che il giudice, in caso di condanna, ha la facoltà di decidere se applicare o meno.

Limitazione delle misure cautelari

Dai dati dell’associazione Antigone emerge che l’Italia è il quinto paese dell’Unione europea con il più alto tasso di detenuti in custodia cautelare, ossia indagati o imputati sottoposti a detenzione prima della sentenza definitiva: secondo il XVII rapporto sulle condizioni di detenzione, la percentuale di detenuti non definitivi in Italia è pari al 32,6 per cento, rispetto a una media europea del 22 per cento.

L’associazione Errorigiudiziari.com ogni anno rielabora i dati del Ministero dell’Economia sull’ammontare dei risarcimenti che lo Stato versa a chi ingiustamente è stato sottoposto a una misura cautelare e, una volta assolto in via definitiva, chiede i danni. Nel 2020 sono stati spesi, per risarcire queste persone, quasi 37 milioni di euro. La media di soggetti risarciti per ingiusta detenzione è di circa mille all’anno.

Secondo i promotori del referendum, la custodia cautelare “da strumento di emergenza è stata trasformata in una vera e propria forma anticipatoria della pena”, con una “palese violazione del principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza”.

In questo caso, il quesito referendario mira a limitare i casi in cui è possibile disporre la custodia cautelare. Resterebbe in vigore la possibilità di carcerazione preventiva nei casi di rischio di fuga o inquinamento della prova e rischio di commettere un reato di particolare gravità “con uso di armi o altri mezzi di violenza personale”.

Separazione delle funzioni dei magistrati

Agli italiani verrà chiesto di pronunciarsi anche sulla separazione delle funzioni dei magistrati: con il referendum si vorrebbero obbligare i magistrati a scegliere all’inizio della loro carriera se percorrere la funzione giudicante o quella requirente, per poi mantenere quel ruolo durante tutta la vita professionale.

Secondo l’ordinamento italiano, pubblici ministeri e giudici condividono la stessa carriera e si distinguono solo per funzioni. Funzioni che, attualmente, possono scegliere di cambiare per due volte (prima della riforma Cartabia, i passaggi possibili erano quattro).

Secondo i promotori del referendum, le “porte girevoli” tra gli incarichi di pubblico ministero e di giudice rischiano di creare conflitti di interesse, minando l’equilibrio e la terzietà del magistrato.

Elezione dei togati del CSM

La Consulta ha ammesso anche il referendum sulle norme che regolano l’elezione della componente togata del Consiglio Superiore della Magistratura.

L’organo di autogoverno dei magistrati, presieduto dal Presidente della Repubblica, che è membro di diritto al pari del Presidente della Suprema Corte di Cassazione e del Procuratore Generale presso la stessa corte, per due terzi è composto da magistrati eletti, mentre il restante terzo viene eletto dal Parlamento in seduta comune.

Con il referendum, gli italiani decideranno sulla cancellazione dell’obbligo delle liste di “presentatori” necessarie per proporre una candidatura. Un magistrato che voglia candidarsi a far parte del CSM, infatti, deve raccogliere dalle venticinque alle cinquanta firme di altri magistrati e, nella sostanza, avere il sostegno di una delle correnti.

Secondo i promotori, la soluzione proposta dal referendum limiterebbe il peso delle correnti, e il rischio di dinamiche spartitorie e consociative all’interno del CSM.

Valutazioni sulla professionalità dei magistrati

Un altro quesito ammesso riguarda le valutazioni sulla professionalità dei magistrati e prevede un doppio intervento abrogativo su una legge del 2006, finalizzato a estendere la partecipazione ai rappresentanti dell’università e dell’avvocatura alle decisioni dei Consigli giudiziari regionali.

Attualmente, professionalità e competenza dei magistrati vengono valutate dal CSM sulla base delle indicazioni impartite dai Consigli giudiziari. Questi ultimi sono organismi territoriali composti anche da “non togati”, ossia avvocati e professori universitari in materie giuridiche, nei quali si può però esprimere solo chi appartiene alla magistratura.

Una riunione del Consiglio Superiore della Magistratura

Questa dinamica, secondo i promotori, porta con sé il rischio di sovrapposizione tra controllati e controllori e, quindi, di promozioni e bocciature legate a logiche corporative.

Se vincesse il “sì”, anche la componente laica dei Consigli giudiziari parteciperebbe attivamente alla valutazione dell’operato di pm e giudici.

I quesiti bocciati

Nulla da fare per gli altri quesiti, su responsabilità civile diretta dei magistrati, eutanasia e cannabis.

Il primo è stato dichiarato inammissibile perché, come ha spiegato il presidente della Corte costituzionale in conferenza stampa, avrebbe avuto un effetto non abrogativo ma propositivo (e, nel nostro ordinamento, i referendum possono essere solo abrogativi), introducendo di fatto una normativa del tutto nuova rispetto alla quella attuale, che prevede che la responsabilità dei magistrati sia indiretta.

Ma gli stop che hanno fatto più scalpore sono stati quelli su eutanasia e cannabis, i due referendum più “popolari”, che la scorsa estate avevano dato il via a una grande mobilitazione dal basso. Per il referendum sull’eutanasia erano state raccolte oltre 1 milione e 200 mila adesioni, mentre per quello sulla cannabis erano state presentate in Cassazione 630 mila firme, raccolte dal comitato promotore quasi esclusivamente online e in tempi record, in poco più di un mese.

«A seguito dell’abrogazione, ancorché parziale, della norma sull’omicidio del consenziente, cui il quesito mira, non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili», si legge nel comunicato della Consulta che ha dato notizia dell’inammissibilità del quesito sull’eutanasia, promosso dall’associazione Luca Coscioni.

Il referendum sulla cannabis, che voleva intervenire sul “Testo unico in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope”, sia sul piano della rilevanza penale sia su quello delle sanzioni amministrative legate al possesso di droga, avrebbe portato a violare obblighi internazionali. “Il quesito è articolato in tre sotto-quesiti e il primo sotto-quesito prevede che scompaia, tra le attività penalmente punite, la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, che non includono neppure la cannabis ma includono il papavero, la coca, le cosiddette droghe pesanti”, ha spiegato il presidente della Consulta, in attesa del deposito delle motivazioni.

La ricostruzione di Amato è stata fortemente contestata dal comitato promotore, che invece sostiene la correttezza del quesito così come era stato formulato.

Manca solo la data

Ora spetta al Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei ministri, indire con un decreto i referendum, che si terranno in una data compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno.

Lega e Forza Italia chiedono di accorpare il voto a quello delle amministrative. “Ci auguriamo, per non avere costi aggiuntivi, che si voti in un election day”, ha detto il coordinatore di Forza Italia, Antonio Tajani. Questione di costi o di quorum?

L’assenza dei referendum su eutanasia e cannabis, che avrebbero sicuramente trascinato molte più persone alle urne, facendo da traino a quelli – certamente meno popolari – sulla giustizia, fa intravedere all’orizzonte il rischio di un buco nell’acqua.

I referendum saranno davvero cinque?

C’è un ultimo aspetto da tenere in considerazione: in questi giorni è in discussione, in Parlamento, la riforma dell’ordinamento giudiziario appena licenziata dal Consiglio dei Ministri.

I contenuti della riforma Cartabia toccano tre delle proposte di referendum ammesse: quella sulla separazione delle funzioni dei magistrati, quella sull’eliminazione delle liste di presentatori per l’elezione dei togati del CSM e quella sulla valutazione dei magistrati.

L’andamento della discussione in Parlamento potrebbe avere riflessi sulla sopravvivenza dei referendum: da qui alle urne, c’è tempo per altri colpi di scena.

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