A inizio luglio è iniziata anche a Verona, così come in tante altre città italiane, la raccolta delle firme per contribuire al raggiungimento delle 500mila firme necessarie a indire il referendum sull’eutanasia legale.

Con la predetta consultazione si chiederà agli italiani la parziale abrogazione della norma del codice penale che attualmente vieta al malato, anche se perfettamente in grado di decidere consapevolmente, la possibilità di accedere ad un aiuto medico esterno per porre fine alle proprie sofferenze quando siano divenute intollerabili a causa di una malattia irreversibile.

La proposta del referendum sull’eutanasia legale

Tale referendum è proposto dall’Associazione Luca Coscioni che da anni si batte per l’affermazione della libertà di decidere in tema di fine vita e di cui è stato in passato co-presidente Piergiorgio Welby che divenne noto nel 2006 quando, gravemente malato, chiese ripetutamente la cessazione delle cure che lo tenevano in vita.

Piergiorgio Welby morì il 20 dicembre 2006 grazie all’aiuto di un medico (l’unico) che risposte al sua richiesta e gli praticò la sedazione profonda all’epoca non consentita in Italia.

Nella sua battaglia Piergiorgio ha sempre avuto al suo fianco la moglie Mina che tuttora lotta per il riconoscimento dell’eutanasia legale e in attesa del raggiungimento di tale obiettivo supporta i malati che le chiedono aiuto per porre fine alle proprie sofferenze, attività per la quale ha subito anche dei processi che l’hanno vista assolta.

L’impegno di Mina Welby

Per questa ragione abbiamo chiesto proprio a Mina Welby, una “ragazza” di 84 anni per l’energia e la positività che emana, di parlare della raccolta firme in atto e abbiamo piacevolmente chiacchierato a lungo con lei sul tema del fine vita trovando una persona estremamente umile e disponibile sempre accanto al ritratto del marito Piergiorgio.

È soddisfatta di come sta andando la raccolta firme?

«Una bomba! Faccio un confronto: nel 2013 c’è stata la proposta di legge di iniziativa popolare che durava 6 mesi con obbligo di raccogliere 50mila firme, ora nemmeno in un mese siamo arrivati a già 100mila. C’è la fila davanti ai banchetti. Spero solo che gli italiani non prendano la cosa troppo sottogamba quando ci sarà da andare a votare il referendum. Ci sono tante persone convinte anche fra medici, preti e frati. Sono persone che stanno col cuore vicino ai malati, vicino alle persone che soffrono e – questo lo voglio dire – voglio chiedere fortemente che si continui a fare questo perché solo in questa maniera, solo pensando in questo modo, saremo anche pronti ad andare a votare, il 50% degli aventi diritto al voto più uno, altrimenti il referendum non passa. Anche se manca una sola persona, non passa.»

Perché i media parlano poco del tema del fine vita e pressoché nulla della raccolta firme in corso?

«Anche noi ce lo siamo domandati: perché la RAI e Mediaset non ne parlano a sufficienza nelle notizie? Nei telegiornali? Perché questo referendum verte su una tematica molto scomoda. Il partito Radicale è sempre stato messo in secondo piano a livello mediatico, ma noi andiamo avanti a tamburo battente strillando a bassa voce nelle piazze e con i manifesti perché non bastano i social network, perché non tutti li usano.

Ci sono comunque dei piccoli partiti che ci aiutano, nonché i giovani democratici i quali avranno un tavolo permanente nei giardini Welby. Sono molto felice che abbiano scelto questo posto, inoltre, possono essere indirizzate lì le persone che vogliono firmare.»

Secondo lei la pandemia ha influito sulla sensibilità delle persone sul tema del fine vita oppure no?

«Certamente molte persone hanno subito uno scossone, perché l’essere soli, vedere la fila dei camion militari a Bergamo ha avuto un effetto lancinante così come l’idea di morire soli. Tantissime persone sono morte sole, magari c’era un infermiere che ha tenuto loro la mano, i parenti hanno sofferto per non aver più visto i loro cari. Sono state delle scosse molto forti.

Probabilmente forse era utile questo lockdown per insegnarci ad essere più attenti gli uni agli altri, più vicini col cuore con la mente, a prendersi più cura degli altri.»

Molte persone sono venute a firmare ma ci sono ancora tante persone che non firmano perché non sanno, non hanno sufficienti informazioni e non sono in grado di farsi una opinione. Come è possibile sensibilizzare queste persone sul tema?

«Io andrei molto indietro nel tempo, alle leggi sull’aborto e sul divorzio, nessuno con queste leggi deve divorziare o deve abortire ma hanno introdotto delle regole che danno delle possibilità. Così è anche per l’eutanasia, è una possibilità di scelta.»

Una domanda che fanno in tanti: perché ritiene che sia necessaria la legalizzazione dell’eutanasia pur in presenza dell’accesso alle cure palliative e, nei casi più gravi, alla sedazione profonda?

«Io non vorrei l’eutanasia. Le cure palliative sono importantissime, sono previste dalla legge ma ci sono pochi palliativisti. Ci devono essere specialisti per le cure palliative per ogni tipo di patologia. Per la Sla lo specialista non può essere lo stesso che per un’altra malattia. È necessario che ci siano medici che si formano in cure palliative per accompagnare le persone per ogni specifica malattia (Sla, distrofia, il cancro, per esempio).

Ricordo sempre che in una intervista Umberto Veronesi disse che “meno dolore ci sarà e meno richiesta di eutanasia si farà”.

Poi c’è la sedazione profonda che non è eutanasia, sono gli ultimi passi che la persona percorre, i medici possono addormentare il malato affinché abbia una morte serena.

Ma, quando il dolore è immenso e non ci sono cure per lenirlo, l’unica cosa è la somministrazione del morire, in questi casi la sedazione profonda non è sufficiente perché non conduce alla morte in tempi brevi e in modo sereno. Proprio per questa ragione dj Fabo ha voluto andare in Svizzera.»

Che parole userebbe per spiegare cos’è l’eutanasia?

«Vorrei ricordare persone come Piergiorgio Welby. Io per lui avrei voluto che gli fosse somministrato un medicinale per morire.

Io oggi gli vorrei risparmiare quella tortura. Io vorrei risparmiare a ogni persona qualsiasi tortura.

Morire con calma, con tranquillità sentendo la propria musica preferita, credo sia la morte giusta per ogni individuo, o con l’eutanasia o con la sedazione ognuno dovrebbe poter scegliere la sua morte che fa parte della vita nella quale ha avuto amore, dolcezza e dolore.

Alla fine rimane solo lei, la morte, che lo abbraccia e lo porta con tranquillità lì. Non so… io sono credente e spero che ci sarà una grande festa da qualche parte.

Ognuno dovrebbe pensare a questo, e non aver paura di morire.»

La raccolta firme a Verona

Per saper dove firmare a Verona, oltre che a gli uffici comunali (URP e uffici circoscrizionali) è possibile consultare il sito referendum.eutanasialegale.it oppure la pagina facebook cellulacoscioniverona e la pagina Instagram eutanasialegale_veneto.

Le raccolte firme a Verona, inoltre, sono oggi, 22 luglio, e il 29 luglio, dalle 18.30 alle 20.30 nella sede UAAR, in via Vipacco 6, di fronte alla biblioteca Frinzi, oppure mercoledì 28 luglio al Ratafià, piazza XVI Ottobre, 17, vicino Porta Vescovo.

L’articolo è stato scritto grazie alla collaborazione dell’avvocata Laura Parotto, referente per il referendum su eutanasia legale a Verona.

La foto di copertina è stata concessa da Mina Welby.

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