Un signore di nome Peter Jackson, che qualche anno fa ha raggiunto imperitura fama con il colossal “Il signore degli anelli”, ha recentemente affidato alla storia una mini-serie sui Beatles, dal titolo “Get Back”. L’opera, attesa da molti, soprattutto dagli appassionati dei quattro di Liverpool, che sono ancora moltissimi, è di fatto un documentario senza voce narrante. Si sostanzia in sei ore circa di video, in tre puntate, ossia il riassunto di un totale di circa tre settimane di riprese effettuate all’interno di due studi ove i musicisti, attorniati dallo staff, hanno composto e registrato numerose canzoni, alcune delle quali sono poi finite nell’album postumo “Let  it Be”, pubblicato nel 1970 quando ormai il gruppo che ha “sconvolto il mondo” (cit.) non esisteva più.

Il documentario è difficilmente fruibile dalla massa. Chi sa poco o nulla dei quattro, o delle circostanze che li hanno portati a tale esperimento audio-video, condotto nel 1969, non viene accompagnato alla scoperta dei retroscena. Ogni tanto scorre qualche didascalia, quasi tutti i soggetti ripresi hanno in sotto impressione una scritta con nomi e ruoli, ma per il resto si assiste a ore e ore di discussioni tra i componenti e di prove su prove di una trentina di brani in tutto, alcuni dei quali vengono materialmente composti a favor di telecamera. La cosa è certamente interessante, in valore assoluto, perché non esistono molte altre documentazioni in grado di testimoniare con tale livello di prossimità i processi creativi di vere e proprie divinità della cultura pop, ma la lunghezza dell’intera serie gioca a sfavore dell’attenzione dello spettatore generico medio. Ne ho le prove.

I Beatles, che sono durati – rullo di tamburi – poco più di sette anni, in quei giorni erano già ben lontani dai tempi delle frangette e degli “yeah yeah”. Dopo aver cambiato le regole di ingaggio della musica moderna pubblicando, in rapida infilata, “Revolver” (1966) e “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club band” (1967 – per decenni al nr 1 degli LP più importanti di tutti i tempi secondo la rivista di settore “Rolling Stone”), venivano dal tiepido successo del film-LP  “the Magical Mystery tour” e dalla sconcertante virata dell’acclamato album doppio “The Beatles”, da tutti meglio conosciuto come “White Album”.

Per comprendere a fondo il momento storico fotografato dal documentario, occorre porre l’accento su un fattore determinante che, nell’agosto di due anni prima, aveva dato il LA a quel processo di sgretolamento che si accingeva a giungere a compimento, privando le orecchie del mondo del più grande fenomeno di musica e costume mai esistito. Brian Epstein, amico, manager e scopritore dei Beatles, nonché di fatto l’ideatore del concetto moderno di music business, morendo di overdose a 33 anni li aveva privati, da poco più di un anno, dell’unico faro capace di orientare quattro abili marinai ormai desiderosi di navigare in solitaria. In quattro la maggioranza si raggiunge con difficoltà e i Beatles, in assenza del loro capo, si erano ritrovati a non essere in grado di portare avanti un progetto condiviso. Il documentario testimonia egregiamente quella discesa, sempre più ripida. 

Dopo un periodo di sosta, all’inizio del ‘69, i Beatles, senza una guida artistica, si ritrovano in sala prove, con tante idee ma in compenso piuttosto confuse. Non hanno scelto gli EMI Studios, ad Abbey Road, teatro di tutte le loro precedenti incisioni, ma dei capannoni anonimi e freddi, che abbandonano in fretta per ripiegare negli spazi della “Apple Corp.”, in centro a Londra, Savile Row, sede della loro neo costituita società di produzione. I quattro, che raramente compongono assieme, giocano con gli strumenti, mostrandosi talvolta l’un l’altro, come pavoni nell’aia, le loro ultime creature. In un’atmosfera non sempre distesa, si interfacciano, si pungolano, spesso si prendono in giro. Canzoni in bozza, buttate lì per gioco, prendono lentamente forma diventando gli ennesimi classici.

Le telecamere riprendono tutto, senza sosta, senza vergogna, e il grande fratello, che qualcuno pensava essere nato nel nuovo millennio, muto. L’idea originaria, quella di fare un documentario della preparazione di un fantomatico show televisivo, si spegne poco a poco, sostituita improvvisamente da quella di suonare le canzoni sul tetto, il 30 gennaio, senza autorizzazioni, così, a crudo, dopo anni dal loro ultimo concerto, per vedere di nascosto l’effetto che fa, e dare, di fatto, un’ulteriore, definitiva prova di creatività avanguardistica, che ha fatto scuola.

Per dovere di cronaca, dopo tale epocale concerto, il progetto Get Back è stato abbandonato, per divergenze artistiche. I quattro menestrelli si sono dedicati alle loro compagne e a progetti solisti, per poi tornare in studio e regalarci “Abbey Road”, ultimo album in studio, latore di meraviglie quali Come togetherSomethingHere Comes the Sun e la devastante suite finale. Le registrazioni di quel gennaio sono state riprese e triturate l’anno dopo, per poi finire, come detto, nell’ultimo LP pubblicato col titolo di “Let it Be”, colonna sonora di un film omonimo, di fatto un mini-documentario simile, negli intenti, al progetto di Peter Jackson, ma ben più corto.

Paul, John, George e Ringo vengono ritratti nella loro umanità, innanzitutto. Sono proprio umani, incredibilmente, con la dotazione standard di noi mortali. Lennon si lava i capelli forse due volte in tre settimane, porta abiti a volte consumati e scarpe che nemmeno a Beirut dopo la bomba ne avevano di così sporche. Paul ha i denti gialli, quasi come quelli di George, e Ringo emana gas, vantandosene. Ci sono le loro compagne, più o meno presenti, con le quali si coccolano un po’.

I Beatles si confrontano molto, su scelte artistiche e manageriali, e spesso non sono d’accordo. La tanto sbandierata tensione che si legge nei libri, e che già il film “Let it Be” in parte testimoniava, è però da considerarsi fisiologica. Dall’appassionata visione di quelle sei ore in studio si ricavano dati, a profusione, per certificare un rapporto d’amicizia e condivisione intenso, tra quei giovanotti, nemmeno trentenni e già icone pop milionarie e idolatrate. Quando, dopo aver condiviso ricordi d’infanzia suburbana, hai costruito un impero strimpellando, percorso migliaia di chilometri assieme, per anni, fuggendo a orde di fan assatanate, in tutto il mondo, trasformando in oro ogni cosa che toccavi, hai una connessione superiore. I Beatles ce l’avevano, nel bene e nel male, e questa serie TV ne è la prova.

Poco prima di iniziare il concerto sul tetto, John e Paul si guardano e sorridono. Ma quei due non sono semplici musicisti, e sono una spanna sopra chiunque altro, nella storia dell’umanità, abbia mai provato a prendere in mano una chitarra e comporre qualcosa. Vederli uniti, convinti, forse per l’ultima volta, pronti a fare musica, è a dir poco commovente.

Ecco l’altro aspetto fondamentale che sorge dalla visione di “Get Back”. I Beatles, strumentisti in valore assoluto mediocri, avevano un talento fuori dal comune. Lennon viene venduto come un sepolcrale, un santino già da vivo, e non lo era assolutamente. Era un giullare matto, quasi incapace di rimanere serio, dissacrante e tagliente, sagace e a tratti bastardo. Inoltre era John Lennon, cosa non da tutti, e te ne accorgi ogni volta che canta, con quella voce che ti penetra e ti mette incinto. In quel periodo era nell’eroina, dicono, grazie alla sua nuova ombra di nome Yoko, anche lei meno antipatica di quanto ci viene venduta. George era forse il più stanco, di quella giostra dell’esagerato a tutti i costi, e il film lo testimonia a più riprese. Sempre un passo indietro, come indole, rispetto agli altri, ma quando tirava fuori i suoi pezzi (molti dei quali pubblicati da solista), gli altri ascoltavano a bocca aperta. Talento superiore, schiacciato dagli amici fraterni, ma comunque presente, importante, a tratti determinante per la creazione del suono che ha caratterizzato un’epoca intera. Ringo era Ringo, non serve dire molto altro. Musicista di livello, a quell’epoca, serio, metodico, preciso, a totale disposizione degli amici.

E poi c’è Paul.  La notizia, tra gli addetti ai lavori, circolava da un po’, e questo documentario ne è la prova, forse definitiva. Paul era il vero motore dei Beatles, all’epoca, e teneva le redini senza indugi. Nessuna nota, in buona sostanza, veniva incisa senza il suo placet, cosa che talvolta poteva generare dissapori. Era un gentiluomo, inoltre, e lo vedi limitarsi, nell’imporre il suo dominio artistico, principalmente perché lui quei tre amici li adorava, tanto quanto adorava i Beatles, al contrario degli altri, ormai stanchi. Il documentario è lungo, e a volte ci si distrae, quando i quattro si abbandonano a discussioni o scherzi, o suonano per la millesima volta lo stesso brano. Poi, però, vedi Paul andare al piano e imbastire The Long and Winding Road, così, come io sbuccerei delle noccioline. La volta dopo è Let it be, invece, forse la ballata più venduta, scaricata, ascoltata e osannata di tutti i tempi, e lui la butta lì così, sciolto, quasi inconsapevole. Quell’uomo è la musica, letteralmente, trasuda melodie e arrangiamenti, e quello immortalato in quei giorni è forse il suo periodo di massimo picco artistico. Paul non riesce a trattenersi, cambia strumento e compone, canta, intaglia accordi, in preda a una pulsione onirica, incontenibile. Lo fa e lì a due metri c’è Lennon, immenso, pronto a fargli da spalla, con gli altri due che regalano ricamini musicali che poi finiranno incisi in canzoni che da cinquanta anni non trovano eguali, e fanno da sottofondo alle vite di tutti noi, appassionati, disinteressati e anche, perché no, detrattori.

I Beatles sono conosciuti, da chi non li conosce, come quelli delle canzoncine d’amore facili facili, i bravi ragazzi figli di papà, baronetti allineati al volere della regina, capitanati da Santo Lennon (di cui oggi ricorre l’anniversario della morte, 8 dicembre 1980).

Peter Jackson ci aiuta a sdoganarci da tali luoghi comuni. Erano quattro rockstar, maledette al punto giusto, frequentatori di sostanze proibite, nonché musicisti scaltri e affiatati, agli ordini dell’incontenibile McCartney. Erano affascinanti, consapevoli, sbruffoni, recalcitranti alle regole e capaci, in molti ambiti, di scriverne di nuove. Prima che i poliziotti li arrestassero, durante quel concerto epocale del 30 gennaio 1969, sul tetto, mentre Londra si fermava, attonita, di fronte a tale maleducazione artistica, i ragazzi riescono a portare a compimento l’ennesima esecuzione di “Get Back”. Le telecamere testimoniano la scaltrezza e la disinibizione con cui i quattro disobbediscono fino al limite delle manette e Lennon, genio maledetto, prima di scappare via spara una delle sue frasi al fulmicotone, forse l’ultima, certamente una delle più azzeccate, che finirà per essere l’ultima cosa incisa in un disco dei fantastici 4 di Liverpool: “Vorremmo dire grazie a voi dal parte del gruppo e di noi stessi, e speriamo di aver passato l’audizione”.

 Sì, ragazzi. Audizione superata. 

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