Dina Lauricella è una giornalista d’inchiesta che si occupa in particolare di mafie. Ha collaborato con “La Repubblica”, “L’Espresso”, “Il Fatto Quotidiano”, Radio Capital e la Rai dove, tra le altre cose, ha firmato diversi speciali per Michele Santoro.

Per quello che racconta e che denuncia, ha ricevuto non solo molti premi di critica e di giornalismo, ma anche intimidazioni a fermarsi. A dicembre 2015 la sua auto viene bruciata; a maggio del 2016 le viene devastato il giardino di casa. Nonostante questi “inviti”, Lauricella ha continuato a descrivere il mondo mafioso, le sue caratteristiche e come cambia per rimanere “un’agenzia di affari efficiente e al passo con i tempi.”

Dina Lauricella, foto di L. Cappellazzo

Nel 2019 pubblica il suo ultimo libro Il codice del Disonore. Donne che fanno tremare la ‘Ndrangheta, edizione Einaudi. Racconta il coraggio ma anche le difficoltà e le situazioni estreme di vita, in cui incorrono le donne della ‘ndrangheta, quando decidono di diventare collaboratrici di Giustizia.

Pochi giorni fa Lauricella è stata in provincia di Treviso, per un incontro organizzato da Confindustria e Rotary Club, per affrontare il tema della presenza della mafia nella regione Veneto, e nel nord-Italia in generale.

Le infiltrazioni non esistono

Lauricella ha più volte sottolineato che non si deve più raccontare la mafia in Veneto come se fosse un qualcosa che proviene da fuori, e che ogni tanto intralcia il decorrere onesto degli affari dei nostri imprenditori. La mafia viene, perché qualcuno la chiama. Non ha bisogno di infiltrarsi, di muoversi silenziosa alle spalle degli imprenditori per approfittare di cedimenti o piccoli spazi per entrare e prendersi i soldi. Non è così che opera.

La mafia, e per la nostra regione la ‘ndrangheta più precisamente, aspetta tranquillamente che qualcuno la chiami perché ne ha bisogno. O meglio, ha bisogno dei suoi soldi, di liquidi in prestito. Del timore di un’intensificazione dell’usura e del ruolo della mafia, a causa della crisi economica in corso, ne abbiamo parlato in questo articolo. Nel 2020 in Veneto, c’è stato un aumento esponenziale di presenza mafiosa perché la crisi economica, dovuta alla pandemia, ha costretto molti imprenditori a rivolgersi alla criminalità per ottenere dei prestiti. Prestiti per mandare avanti le aziende, per pagare i debiti. Peccato, però, che quando la mafia entra con una valigetta piena di soldi in un’azienda, perché pronta a prestarli, l’intento vero è quello, pian piano, di impossessarsi di quella stessa azienda. Come un cancro che ti mangia da dentro.

La mafia non è affare del Sud Italia

Dobbiamo anche cominciare a smettere di pensare alla mafia come qualcosa legato alla provenienza geografica. Storicamente la ‘ndrangheta è nata in Calabria, certo. Ma ora gestisce affari nei cinque continenti. E in ogni paese in cui va, importa metodi e stili di vita mafiosi. Il sud Italia non interessa alla ‘ndrangheta come territorio di affari. È il luogo delle origine, è un luogo simbolico.

Ma i soldi, gli affari, li fa altrove. E dove si stabilisce, non solo lavora, ma ci vive. Come qualsiasi altra azienda di servizi che nel delocalizzarsi, apre sedi locali e trova case per i suoi dipendenti. Basti pensare a quando la Lombardia era tutto un fermento per l’Expo di Milano 2015. Più voci avevano chiesto una commissione antimafia ad hoc, visto la quantità di soldi che sarebbero girati per l’evento. Dalla Regione il no era stato categorico: “In Lombardia la mafia non esiste”. Finale della storia? Undici arresti per associazione a delinquere finalizzata a favorire gli interessi di Cosa Nostra.

Il mafioso non usa la coppola

Foto di Ben Rosett

Un altro stereotipo che abbiamo del mafioso, è che se ne vada in giro con la coppola in testa e il fucile sotto braccio. Non è più così. Il mafioso di oggi è laureato, ha elevate competenze manageriali, sa parlare molte lingue, viaggia in giacca e cravatta. Ha la faccia seria e pulita.

Quello che non cambia sono i suoi metodi violenti e totalmente al di fuori della legge. Non cambia nemmeno il totale disprezzo per ciò che è al di fuori degli interessi della sua associazione mafiosa. E purtroppo, per quanto riguarda la ‘ndrangheta, non cambia nemmeno l’idea che la donna non valga niente. Vale solo come merce di scambio per creare alleanze tra famiglie mafiose, attraverso matrimoni combinati.

La mafia è un virus che si nutre del silenzio

Negli ultimi due anni, i media e gli organi di stampa si sono occupati quasi prevalentemente del Covid 19 e delle sue conseguenze, in ogni aspetto della nostra vita. Questo ha portato i giornali e i programmi televisivi a distogliere l’attenzione da molti altri problemi dell’Italia.

Anche la mafia è un virus, un virus silenzioso che da almeno trent’anni non ha nessuno che se ne occupa seriamente a livello politico. La mafia odia avere i riflettori puntati. Si muove nel silenzio, lavora fuori dal palcoscenico. Questi due anni quindi, non hanno aiutato la lotta contro le mafie. E non ha nemmeno aiutato il fatto che non ci sia una politica seria contro l’agire della mafia. L’Italia è quel Paese in cui un Ministro della Repubblica può affermare pubblicamente che “con la mafia si deve convivere”. Ecco perché è importante parlarne, e parlarne correttamente.

Bisogna avere il coraggio e l’onestà di affermare ad alta voce che la mafia esiste in Veneto. Senza pregiudizi e senza smorzare i termini. Riconoscendola e chiamandola per nome. È questo l’unico modo per provare a fermarla.

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