La casa colonica del quartiere Saval, in via Marin Faliero 44, è uno stabile acquisito dal Comune nel 1978, dato in concessione fino al 2012 alla famiglia Cobelli, che aveva il permesso di abitarvi. Dopo la restituzione dell’immobile al Comune, che ne detiene la proprietà con la clausola contrattuale di vincolo a destinazione sociale, dal 2012 l’edificio si trova in stato di abbandono. È una struttura di 800 metri quadrati, su tre piani, con annesso porticato e deposito attrezzi, oltre ad un giardino di circa 2000 mq, che quindi ben si presterebbe a molte iniziative di riqualificazione. Dal 2015 ad oggi, si sono svolte tre raccolte firme e diverse iniziative, legate soprattutto alla pulizia e alla risistemazione del giardino esterno, e la cittadinanza si è mostrata sempre molto partecipe e reattiva: c’è la voglia – e si avverte l’esigenza – di rendere l’edificio nuovamente utilizzabile e di poterlo sfruttare nella vita del quartiere.

Abbiamo parlato con Riccardo Olivieri, consigliere della Terza Circoscrizione per il Partito Democratico e segretario PD per la zona, per capire in quali condizioni verta la casa colonica e quali siano le proposte avanzate per riqualificarla.

Riccardo, da anni si discute sul destino della casa colonica del quartiere Saval: da quanto tempo si trova in stato di abbandono? Come si è mossa la Terza Circoscrizione in questi anni?

Riccardo Olivieri

«La casa colonica è, purtroppo, lasciata a se stessa dal 2012, quando la famiglia Cobelli ha riconsegnato le chiavi al Comune. C’è stato grande disinteresse da parte delle amministrazioni che si sono succedute da dieci anni ad oggi, ma la cittadinanza si è sempre mostrata, di contro, molto volenterosa e disponibile. Ne abbiamo avuto prova nelle diverse raccolte firme che abbiamo organizzato in quartiere: la prima è stata nel 2015 e ci ha portato a raccogliere 500 firme per la realizzazione, nella casa colonica, di una sala civica, un centro anziani e un asilo nido; nel 2018 abbiamo organizzato tre giornate aperte alla cittadinanza, con una sorta di referendum per richiedere all’amministrazione un intervento sull’edificio. L’anno successivo abbiamo organizzato la piantumazione di fiori e piante proprio nell’area verde di pertinenza dell’edificio, con il contributo economico del Circolo PD Enzo Biagi e la messa a disposizione di attrezzi da giardinaggio da parte dei residenti del quartiere Stadio. Questo solo per aiutare a capire quanto sia sentita la questione legata alla casa colonica.»

Quindi, al momento, la casa, con giardino annesso, è totalmente abbandonata. Giusto?

«Sì, la casa colonica ha porte e finestre murate, un intervento reso necessario per la sua messa in sicurezza, visto che l’edificio era diventato rifugio di chi vi si intrufolava abusivamente. Il giardino esterno si trova anch’esso in gravi condizioni di abbandono, tanto che, quando abbiamo organizzato i nostri interventi di pulizia, ci abbiamo trovato di tutto. Abbiamo falciato l’erba alta, tagliato arbusti e piante infestanti, raccolto rifiuti e siringhe. Nonostante le esche topicida, inoltre, c’era stata un’invasione di topi, che continuavano a proliferare a causa dell’erba alta e della concentrazione di rifiuti. Non sappiamo a chi spetti la responsabilità della cura del verde relativo alla casa colonica: sia il Settore Strade e Giardini del Comune sia Amia hanno respinto qualunque tipo di responsabilità, affermando che non è di loro competenza.»

Quali sono al momento le proposte di riqualificazione della casa colonica?

«La proposta che avevamo lanciato nel 2015 prevedeva la realizzazione di un asilo, di un centro anziani, di un’infermeria di quartiere e di un orto didattico. Si tratterebbe, ad ogni modo, di uno spazio aggregativo dedicato in primis agli anziani, dal momento che il quartiere, in cui abitano circa 13.000 persone, ne è totalmente privo, perché il precedente centro anziani è ora utilizzato per gli uffici del Comune. Si potrebbe poi ricavarne delle aule studio, una biblioteca di quartiere, luoghi di riunione per le associazioni locali… All’esterno sarebbe molto bello realizzare un orto botanico, vista la vastità dell’area verde a disposizione. Una delle proposte viene dall’architetto Luigi Lazzarelli che, vista la presenza di un vincolo ambientale sull’edificio, suggerisce di mantenere intatta la facciata principale e di costruire un edificio annesso per poterlo adibire a centro di aggregazione.»

Con quali fondi verrebbe realizzata la riqualificazione?

«Verona ha vinto un progetto europeo chiamato S.T.E.P.S. (Shared Time Enhances People Solidarity), con durata triennale e un finanziamento di 4 milioni di euro. Il progetto affronta il tema del cambiamento demografico, agendo sul fenomeno della solitudine attraverso l’elaborazione di un indicatore della solitudine (LoLix – Levels of Loneliness Index) che monitora la qualità della vita dei cittadini e attraverso un sistema territoriale che sollecita la partecipazione attiva della comunità. È stata scelta la Terza Circoscrizione di Verona, perché la sua composizione demografica è rappresentativa delle caratteristiche della popolazione della città. Tra i vari progetti c’è una serie di interventi previsti nel quartiere di Borgo Nuovo e il recupero della casa colonica del Saval, per il quale sono stati stanziati 964.813 euro. Il programma ha, però, già subito un ritardo di sei mesi: il progetto sarebbe dovuto essere presentato entro marzo 2021 ed è slittato al 30 settembre scorso e, di conseguenza, il collaudo finale dei lavori, anziché avvenire a fine 2021, avverrà a fine luglio 2022. Non è comunque chiaro se i soldi previsti dal progetto siano sufficienti alla riqualificazione della struttura, tanto che il Comune si era mostrato intenzionato a stanziarne altro 900.000, che però non sono mai stati messi a bilancio.»

Lo scorso 11 settembre si è tenuto nel quartiere l’ennesimo incontro aperto alla cittadinanza con l’obiettivo di raccogliere suggerimenti e proposte sui possibili usi dell’ultima casa colonica sopravvissuta al Saval e alla quale i cittadini si mostrano legati ed affezionati. Il rischio è che, allungandosi ulteriormente le tempistiche di realizzazione dell’intervento, si perda la possibilità di usufruire del contributo dato dal progetto S.T.E.P.S., che vede come capofila il Comune di Verona e, attorno a sé, altri otto partners (ATER Verona, ARIBANDUS Cooperativa Sociale, CAUTO Cooperativa Sociale, Energie Sociali Cooperativa Sociale, MAG Cooperativa Sociale, Consorzio SOL.CO., Università degli Studi di Verona, Associazione Impresa sociale FabLab). L’intervento è atteso e richiesto da molti anni e ci si augura che non vengano ulteriormente prolungati i tempi, dando invece ascolto a chi abita e vive quotidianamente il territorio.

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