Tra nove giorni, domenica 26 settembre, l’elettorato tedesco sarà chiamato a votare per il rinnovo del Bundestag, il parlamento federale. Queste elezioni politiche e la campagna elettorale in corso presentano diverse novità, rivelatrici di un panorama politico più frammentato e più volatile che nel passato.

Le novità più appariscenti sono due: è la prima volta nella storia della Repubblica Federale che il cancelliere, ovvero la cancelliera, in carica non si ripresenta ed è la prima volta che sono tre i partiti a presentare un candidato, ovvero candidata, al cancellierato.

Annalena Baerbock

Partiamo da questa inedita corsa a tre, in cui la novità vera e propria è data dalla candidatura di Annalena Baerbock, leader dei Verdi. La candidatura della 40enne Baerbock, maturata nei primi mesi di quest’anno, è stata annunciata il 19 aprile, in una fase di forte crescita dei consensi per i Verdi, che è culminata nella prima metà di maggio, quando i sondaggi davano il partito della Baerbock intorno al 25-26%, cioè in fase di sorpasso nei confronti della CDU. Se si pensa che alle elezioni del 2017 i Verdi avevano raggiunto l’8,9%, mandando al Bundestag la rappresentanza più piccola di tutte, si tratta di un vero exploit, dovuto in buona parte alla preminenza che il problema dei cambiamenti climatici ha in questa campagna elettorale. Tuttavia già a fine maggio la curva dei consensi per i Verdi ha cominciato a calare e attualmente si attestano intorno al 16% nelle intenzioni di voto. Questa forte discesa è dovuta a una campagna elettorale impostata male e alla mancanza di significative esperienze politiche da parte della Baerbock. Eletta al Bundestag nel 2013, la 40enne di Hannover non ha finora ricoperto alcun incarico di governo, mentre i suoi due avversari sono ben più noti e navigati. Difficile poi dire quanto abbiano pesato e ancora pesino le campagne di disinformazione, soprattutto sui social media, da cui la leader dei Verdi e il suo partito sono stati pesantemente bersagliati. D’altra parte nei due confronti televisivi avvenuti finora Annalena Baerbock si è battuta con bravura e, nei sondaggi fatti a caldo, è risultata la più “simpatica” e “decisa”.

Armin Laschet

Tutt’altro va detto riguardo al candidato della CDU, Armin Laschet. 60 anni, nato ad Aquisgrana in Renania e dal 2017 Primo Ministro del suo Land, la Renania del Nord-Vestfalia (il Land più popoloso della Germania). Laschet avrebbe in teoria le carte in regola per il cancellierato. Tuttavia la sua candidatura si sta rivelando un autogol per la CDU. Fino a febbraio di quest’anno nei sondaggi la CDU era il primo partito e veleggiava intorno al 36%; adesso è intorno al 21/22%, dietro alla SPD di Olaf Scholz. È vero che questa debacle non va attribuita esclusivamente al candidato: già al momento della nomina di Laschet la CDU aveva perso 8 punti percentuali, sia a causa di una crescente scontentezza per l’azione del governo, anche in relazione alle misure antipandemia, sia per la modalità stessa in cui il partito ha scelto il suo candidato.

Come detto, un’assoluta novità di questa elezione è che la cancelliera in carica non si ricandida. Angela Merkel annunciò questa sua intenzione già nell’ottobre del 2018, ma negli anni successivi la CDU non è riuscita a trovare un successore credibile. L’erede designata dalla Merkel, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha dovuto gettare la spugna per le ostilità incontrate nel partito. La scelta di Laschet è avvenuta alla fine di un percorso lungo e tormentato e se il renano ha il favore dell’apparato di partito, gli manca però quello degli elettori. Già prima della sua nomina a candidato si sapeva che gli elettori della CDU gli preferiscono di gran lunga il più prestante e “decisionista” Markus Söder, leader della CSU, la sorella bavarese della CDU. Così l’ombra di Söder, o meglio il fatto, regolarmente ribadito dai sondaggi, di essere poco gradito dall’elettorato del suo stesso partito ha ipotecato già in partenza la corsa al cancellierato di Armin Laschet.

Poi Laschet ci ha messo anche del suo con una serie di errori strategici e figuracce. La più clamorosa l’ha fatta ad Erfstadt, uno dei luoghi più colpiti dalle inondazioni dello scorso luglio. Mentre il Presidente della Repubblica Federale Frank-Walter Steinmeier pronunciava parole di cordoglio, ricordando le numerose vittime dell’alluvione, alle sue spalle Laschet, insieme ad altre tre persone, se la rideva di gusto, facendo linguacce come un ragazzino in gita scolastica. Laschet non è riuscito a recuperare terreno neanche nei dibattiti televisivi a tre (i cosiddetti “trielli”), risultando sempre perdente, ciò sia per scarsa forza propositiva (la CDU non è mai riuscita a dettare l’agenda della campagna elettorale), sia per un complesso di fattori anche fisiognomici (ha una notevole somiglianza con Barney della serie “Gli antenati”) che lo fanno risultare in complesso poco autorevole. La cosiddetta “mancanza di carisma” del candidato CDU è stato uno dei motivi conduttori dei commenti alla campagna elettorale e qualche osservatore ha fatto notare che perfino nei manifesti elettorali la CDU evita di fare leva su Laschet, preferendo presentare persone normali in situazioni quotidiane.

Olaf Scholz

In questa situazione la SPD ed il suo candidato, l’attuale Ministro delle Finanze, Olaf Scholz appaiono oggi come dei miracolati. Nei sondaggi la SPD stagnava da tempo intorno al 15%, con un minimo storico del 13/14% a maggio, quando tutti davano ormai per scontato che in autunno Verdi e CDU si sarebbero spartiti gli incarichi di governo. Invece oggi i sondaggi danno la SPD in testa con il 25-26%, una rimonta di oltre 10 punti in solo due mesi. Viene spontaneo chiedersi il perché e soprattutto se questa congiuntura favorevole si rifletterà davvero in una chiara vittoria elettorale.

È plausibile che si tratti in parte di un travaso di consensi dai Verdi, ma anche dalla CDU. Se anche la FDP (i liberali) sta profittando sensibilmente delle difficoltà della CDU, è probabile che per una parte dell’elettorato di centro, un po’ paradossalmente, Scholz rappresenti meglio di Laschet stabilità e continuità con i governi Merkel. Caratterialmente le è simile ed inoltre ha governato con lei, prima come Ministro del Lavoro (dal 2007 al 2009) e, negli ultimi quattro anni, come vice-cancelliere e Ministro delle Finanze. Come tale è di fatto l’esponente di punta della socialdemocrazia, anche se non è segretario di partito. Infine la SPD, negli ultimi anni notoriamente divisa in lotte intestine, in questa campagna elettorale ha ritrovato un’unità d’intenti e di programma che è invece venuta a mancare alla CDU. Pur a fronte dell’inesperienza della Baerbock e delle pesanti difficoltà di Laschet, sorprende comunque che Olaf Scholz, personaggio tutt’altro che fascinoso, sia riuscito a trascinare alla riscossa – per ora solo “sondaggistica” – un partito che sei mesi fa tutti i commentatori davano per moribondo. Va anche ricordato che in Germania di solito sono i partiti a sospingere in alto i loro candidati e non l’opposto. La Germania non è una Repubblica Presidenziale e quindi, alle elezioni politiche, si vota comunque il partito e non il futuro cancelliere, anche se ormai l’attenzione mediatica si concentra sempre sui singoli candidati.

Stando quindi alle ultime prognosi alle prossime elezioni la SPD dovrebbe risultare vincente, tallonata dalla CDU e poi dai Verdi. Nel Bundestag dovrebbero poi entrare la FDP (12%), il partito di estrema destra AfD (11%) e, fanalino di coda, Die Linke con il 6-7%. Non si può escludere che negli ultimi giorni ci sia una rimonta della CDU, che tuttavia non pare più in grado di annullare il distacco di 4-5 punti percentuali.

La sorpresa più grossa potrebbe invece venire dalla AfD. Tenuto conto che molti sostenitori della AfD non rivelano la loro intenzione di voto nei sondaggi, che il numero degli incerti è ancora alto (25%) e che lo scontento per le misure antipandemia in Germania è forte e contiguo a posizioni di destra, non ci sarebbe da stupirsi se l’AfD ottenesse diversi punti in più rispetto all’11% a cui da mesi la vedono ancorata tutti i sondaggi.

Nel dopo elezioni l’ennesima riedizione della Große Koalition (SPD-CDU) pare esclusa anche numericamente. Il prossimo governo sarà piuttosto sostenuto da una coalizione a tre. Quali partiti la comporranno è impossibile dirlo, dato che adesso sembrano possibili almeno tre combinazioni e, comprensibilmente, nessuno dei partiti maggiori, ha voluto formulare una chiara opzione. Ci aspettano quindi trattative lunghe, difficili e incerte, da cui verosimilmente nascerà una coalizione di governo meno stabile ed esposta al rischio di una sfiducia costruttiva, data la presenza di maggioranze alternative. Con l’”era Merkel” potrebbe quindi anche finire quella della proverbiale stabilità politica tedesca.

© RIPRODUZIONE RISERVATA