Doveva essere un viaggio come tutti gli altri. Una visita in Italia, nello specifico al Film Festival di Trento, per presentare l’ultimo cortometraggio. Un viaggio che dura ancora oggi. Perchè Soheila Mohebi Javaheri in Afghanistan non è più tornata.

L’Italia è stata fin da subito la sua casa. La sua “casa del cuore”, dove ha trovato asilo politico e un futuro per lei e la sua famiglia.

Ora vive a Londra, dove lavora assieme al marito Razi Mohebi come regista. I loro cortometraggi raccontano dell’Afghanistan, della sua storia, delle speranze e delle paure di un popolo che oggi più che mai ha paura. Un popolo a cui è stata negata la libertà. La libertà, semplicemente, di essere.

Soheila, com’è stato il suo arrivo in Italia?

«Siamo arrivati nel 2007 per partecipapre al Film Festival di Trento. La scatola marrone, che racconta l’ultimo soldato tornato dalla guerra e girato a Kabul, era stato messo in lista tra i candidati. Pensavamo di ritornare presto, ma questo viaggio poi è diventato una specie di esilio. Abbiamo chiesto asilo politico perchè abbiamo capito che non potevamo tornare. L’abbiamo ottenuto anche molto presto. Da quel momento siamo rimasti a Trento. Abbiamo fatto film, insegnato cinema, e siamo rimasti sempre in collegamento con l’Afghanistan. I nostri film raccontano la situazione dei rifugiati, la storia che riguarda l’Afghanistan».

Com’era la situazione all’epoca?

«C’era un po’ di speranza perchè vedevi una rigenerazione della società, vedevi le donne, l’emancipazione femminile era nell’aria. Le donne andavano a scuola, c’era un’espansione di energie positive. La speranza, la voglia di imparare, cambiare e scoprire il mondo. Kabul era una città internazionale, quasi forse più della Londra di adesso. Poi, già nel 2007 ha iniziato pian piano a cambiare la situazione. Nelle grandi città c’era sicurezza, ma tra l’una e l’altra no. Io lavoravo anche come corrispondente per alcune televisioni francesi. L’ultimo reportage che abbiamo fatto è stato su una giornalista, assassinnata a letto con i suoi due figli. Continuavo a pensare che sarei potuta essere io la prossima».

La locandina del film Afghanistan 2014 di Razi Mohebi e Soheila Javaheri.

Poi nel 2007 cosa è successo?

«Come rifugiato politico non avevi possibilità di ritornare. Abbiamo iniziato a girare un documentario, Afghanistan post 2014, che racconta cosa sarebbe accaduto con il ritiro delle truppe internazionali. Raccoglieva anche il pensiero della diaspora afgana. Tutti sapevamo tutto: nelle interviste che abbiamo girato, tutti dicevano che saremmo andati verso un altro caos. Questo dimostra che anche quando comprendi la realtà, non riesci a creare strumenti adatti a contrastarla».

Ha stupito molto la facilità con cui i talebani hanno ripreso il controllo dell’Afghanistan in così poco tempo…

«Noi non ci aspettavamo che avrebbero consegnato il paese ai talebani. Nessuno si attendeva che una cosa simile sarebbe accaduta così rapidamente, quando fino a un giorno prima i loro leader erano considerati terroristi a livello internazionale, ma poi diventano interlocutori del Paese. È stato tutto troppo veloce, il peggior scenario possibile. Una catastrofe.

Lei fa parte da qualche anno della diaspora afgana: come sta vivendo questi giorni nei confronti dei connazionali rimasti in patria dopo l’abbandono delle truppe Nato?

Insieme ad altri registri abbiamo organizzato un corridoio umanitario in Francia, siamo riusciti a far arrivare 270 artisti. Ma in tanti sono ancora là, come Tamanna, una giovane donna che per tanti anni ha lavorato a Kabul, è incinta, ha altri due figli piccoli e il terrore di uscire di casa. Mi ha mandato un messaggio vocale in persiano, in cui mi chiede se ci sono possibilità per la sua famiglia. Si sente minacciata per la loro sicurezza, non è in ottima salute e ha difficoltà economiche. “Mi trovo in tenebre prive di via d’uscita”, mi dice. Sono tanti i messaggi così che arrivano. La sento molto presente e il suo “non dimenticarmi” non è rivolto solo a me, ma a tutti, che siamo in un posto più tranquillo».

Secondo lei cosa sta facendo il mondo in questo senso?

«Mi ha colpita molto la presenza italiana. Mi ha stupita in positivo. Nel senso che il corridoio umanitario italiano, con la sua velocità e intelligenza, e procedere in modo democratico, mi ha profondamente sorpresa. L’immagine che io avevo, anche per il corridoio umanitario francese, è uno spiraglio di luce. Ma la questione è troppo grande. Ciò che è successo è ingiusto. Come puoi consegnare quaranta milioni di persone a un gruppo terroristico? Non puoi. Non si può calpestare la speranza, la voglia di cambiare e stare nel mondo».

Anche sul piano della libertà, per noi è normale andare a scuola, lavorare. Dovrebbe esserlo per tutti…

«Il mondo è circolare. La guerra, la solitudine, la sofferenza, sono contagiose. La sofferenza dell’Afghanistan è quella di tutti noi, come quella della Siria o di altri Paesi. Se sono afflitta, quello che trasmetto è dolore. Bisogna capire questo, così saremo più gentili, comprendiamo meglio le nostre relazioni».

Un fermo immagine da Cittadini del nulla, della Rezi Film House.

Lei ha la cittadinanza italiana, ma non è più tornata in Afghanistan. Come mai?

«Ottenere il visto non è facile. Mio marito è afghano, io ho origini anche iraniane, in Iran il problema è uguale. Godo della protezione che avrebbe un qualsiasi altro cittadino italiano, ma non è semplice per noi accedere al Paese. Abbiamo provato a portare in Italia la nostra famiglia rimasta là, ma i miei familiari non sono riusciti a entrare in aeroporto».

Come mai ha poi deciso di trasferirsi a Londra?

«Innanzitutto per lavoro: il mondo dei media è un po’ più vivace, la comunità afghana e persiana è più attiva. C’è molta più offerta, più cose che potresti fare per i film. Noi siamo un po’ nomadi, una dimensione importante della nostra vita».

Rispetto alle persone che sono riuscite a scappare, lei non ha vissuto l’esperienza della fuga, però non è nemmeno più potuta tornare a casa…

«Hai sempre le valigie pronte per partire. Ora che vivo in Inghilterra, ogni volta che torno in Italia la sento come casa, mi sento meglio, mi cura i dolori, è diventata parte di me. La lingua di mio figlio è l’italiano, parla solo italiano. L’italiano per me è la lingua figlia, impari a viverla. Non è facile, ma ci si abitua».

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