Nella prima parte dell’indagine abbiamo scorso velocemente alcuni fatti di cronaca nell’ultimo anno, che nel loro susseguirsi, ci danno l’idea di quanto frequentemente accadano in Veneto episodi di vero e proprio sfruttamento lavorativo. Con questo secondo articolo si comincerà ad andare oltre le notizie per approfondire il fenomeno. C’è un filo rosso che collega i vari episodi? Si può parlare di un sistema economico che si poggia sullo sfruttamento del lavoro così che la maggior parte di noi possa godere di prestazioni, beni e servizi a basso costo?

Abbiamo posto queste ed altre domande all’avvocato Alessandro Pierobon, Presidente provinciale Acli Treviso, che da poco si è espresso proprio su questi temi attraverso un comunicato apparso nel sito dell’associazione.

Avv. Pierobon, Presidente Acli Treviso

Le Acli, sono una associazione di promozione sociale con più di 60 anni storia. Contano oltre un milione di iscritti in Italia, circa 50 mila in Veneto

Avvocato Pierobon, come Presidente provinciale lei ha preso una posizione netta rispetto al fenomeno del caporalato e dello sfruttamento lavorativo.

«Quando si parla di sfruttamento lavorativo, bisogna aver chiaro del perché se ne parla. Anche io, vedendo il susseguirsi di notizie di cronaca a riguardo, avevo la sensazione che non se ne parlasse nel modo giusto. Che l’obiettivo fosse solo cronachistico: di informazione certo, ma dimenticato il giorno seguente. Mi sono posto la sua stessa domanda: si trattava sempre di casi isolati o stiamo vedendo un sistema di vita? Siamo di fronte ad un segnale di allarme a cui non diamo la giusta attenzione? Se fossero solo casi isolati, sarebbero eventi di competenza delle forze dell’ordine e della magistratura. Come società civile non ci rimarrebbe che stare a guardare, magari provando un po’ di commiserazione per i poveri braccianti sfruttati, ma dimenticandoci di loro il giorno dopo perché, comunque sia, il fatto non ci riguarda da vicino. Con questi pensieri ho letto un libro, La società signorile di massa del sociologo Luca Ricolfi. Lì ho trovato la conferma di quanto stavo riflettendo:

Il nostro sistema economico ha bisogno di persone fragili da sfruttare, da usare direi, per poter garantire ai più, uno stile di vita “signorile”.

Quando io parlo di sfruttamento lavorativo quindi, lo faccio con questo obiettivo. Riflettere sul sistema economico, sul nostro modo di vivere, e questo sì, che interessa davvero tutti. Che ci tocca da vicino. Senza distinzioni tra imprenditori, lavoratori e consumatori. Se un sistema è marcio, crea danno a tutti, qualunque sia il ruolo che occupiamo nella struttura economica in cui viviamo.»

foto di Gabriella Clare Marino, unsplash.com

Nel Documento della Camera dei Deputati, pubblicato il 12 maggio 2021, a conclusione dell’indagine conoscitiva sul fenomeno del caporalato in agricoltura, si legge della necessità di incentivare l’iscrizione delle aziende agricole alla Rete del lavoro agricolo di qualità. Secondo l’idea legislativa, tale rete gioverebbe a tutta la filiera: gli imprenditori verrebbero premiati, i lavoratori tutelati, i consumatori avrebbero la certezza di utilizzare prodotti etici. Questo strumento però non ha preso piede.

«La dialettica imprenditori/lavoratori fa parte di uno schema di contrapposizione passato. O che comunque oggi, non è utile per affrontare questo problema. Lo stesso imprenditore in realtà, ha forti interessi a non entrare nel giro dello sfruttamento della manodopera, perché la catena dello sfruttamento è collegata all’abbassamento drastico dei prezzi di produzione e quindi alla concorrenza sleale. Ma perché le aziende siano invogliate ad entrare in questo circuito virtuoso, ci deve essere prima di tutto una sensibilità comune. Le leggi servono, certamente. Ma sono tanto più efficaci, quanto rispondo ad un reale sentire della società. Senza questa sensibilità, senza questa formazione, la legge rischia di essere un ulteriore cavillo da rispettare.»

Cosa intende per formazione?

«A mio avviso la formazione all’etica del lavoro è qualcosa che ci riguarda a più livelli. Per un imprenditore, serve, come dicevo prima, a togliersi da un circuito di riduzione dei prezzi di produzione a scapito dei diritti dei lavoratori. La formazione serve ai lavoratori per non incappare nella trappola dello sfruttamento. Avere più competenze professionali, più capacità contrattuale, aiuta a tutelarti. Non è un caso che le persone sfruttate siano per la maggior parte stranieri, privi di qualifiche, vulnerabili. La formazione aiuta la società a sentire che la problematica dello sfruttamento lavorativo interessa tutti. Non è qualcosa che capita solo ad altri, ai migranti per esempio. Ma da come si sta mettendo la situazione attuale, anche a causa della pandemia che ha reso il nostro tessuto sociale ed economico molto più fragile, può davvero toccare anche noi. E da vicino. Può capitare ai nostri figli, che a causa della DAD hanno abbandonato gli studi e si trovano a cercare lavoro privi di strumenti adatti. Può capitare ad adulti che si trovano improvvisamente senza lavoro. Insomma, ci riguarda. Se saremo capaci di aumentare questa sensibilità allora, avremo quella che si definisce sanzione sociale, cioè il ritenere un’azione negativa per tutti. Se lo sfruttamento lavorativo arriva ad essere sanzionato socialmente, ecco che le leggi avranno più efficacia.»

Perché secondo lei in Veneto, non si riesce ad affrontare il problema dello sfruttamento lavorativo in modo aperto e diretto?

«Perché non c’è la volontà politica per farlo. È un argomento che non porta consensi.»

In che modo Acli Treviso, vuole impegnarsi su questo fronte?

«Vorremmo avviare una riflessione che raggiunga quell’obiettivo di formazione e sensibilizzazione di cui parlavamo prima. Una riflessione che vada al di là della cronaca, per riflettere sui coni d’ombra del nostro sistema economico. Desideriamo partire ad autunno, ma non posso anticipare molto perché siamo ancora in fase di progettazione. Sicuramente il nostro impegno, andrà in questo senso.»

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