Da un venticinque aprile all’altro si svolge la parabola di Castelvecchio. Il primo è quello del 1926, quando in pompa magna il re Vittorio Emanuele III inaugura il nuovo museo, maestosa rassegna della storia cittadina immersa nella favolistica ambientazione della reggia scaligera inventata da Avena e Forlati. Il secondo 25 aprile, invece, è quello nazionale, ultimo giorno di una guerra che a Verona, in verità, termina solo nella notte fra 25 e 26 con la fuga dell’esercito tedesco e il vile abbattimento dei ponti storici.

Il museo, che negli anni della Repubblica Sociale aveva servito da palcoscenico per gli estremi deliri del regime morente, esce prostrato dal conflitto, ma grazie al tempestivo intervento di Piero Gazola, soprintendente ai Monumenti, e di un valente gruppo di giovani architetti in pochi anni potrà risollevarsi. I corpi di fabbrica orientali, devastati dai bombardamenti alleati, vengono riedificati e il ponte ricomposto mattone dopo mattone, con un’operazione di restauro ai limiti dell’immaginabile.

Già nel 1951 il complesso scaligero è ripristinato nelle sue forme attuali, ma è soltanto cinque anni dopo, dopo l’arrivo di Licisco Magagnato alla direzione dei musei civici nel 1955, che Castelvecchio entra davvero nella contemporaneità.

Uno scorcio di Castelvecchio, dove ha sede il museo civico veronese, foto di Margherita Solfa

Museo modello grazie a Scarpa

Nel ’56 Magagnato suggerisce e ottiene dall’amministrazione l’affidamento dei lavori di restauro del museo a Carlo Scarpa, già reduce da interventi in importanti musei italiani (le Gallerie dell’Accademia e il Museo Correr a Venezia, palazzo Abatellis a Palermo, la Gipsoteca canoviana di Possagno) e nel pieno della propria maturazione professionale. Il sodalizio intellettuale fra i due trasformerà Castelvecchio in un museo-modello di quella straordinaria stagione di rinnovamento culturale, oltre che economico, che accompagnò il Paese fra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, facendo del principale museo civico non solo uno splendido luogo di esposizione per i tesori ereditati dalla città nei secoli, ma anche l’esempio vivo di un nuovo approccio progettuale, attentissimo nel reperire e valorizzare, gli elementi originali del manufatto e al contempo coraggioso nel farli dialogare, in un organismo complesso e perfetto, con interventi moderni e dirompenti.

Mentre Castelvecchio cambiava aspetto, anche Verona si trasformava sotto la spinta del boom economico, ma anche dei nuovi assetti geopolitici della Guerra Fredda. In un mondo diviso e fattosi più piccolo a causa dello sviluppo tecnologico, la città riscopriva la sua antica vocazione di piazzaforte di retrovia, e il 10 luglio 1953 accoglieva l’insediamento del comando dell’Allied Land Forces Southern Europe a palazzo Carli.

L’arrivo delle forze Nato

Con l’arrivo del quartier generale delle forze di terra Nato, qui dislocato in virtù della posizione strategica e della vicinanza alla Jugoslavia di Tito, si aprì una nuova pagina della storia di Verona come città-caserma. E mentre Carlo Scarpa e Licisco Magagnato portavano a compimento il disegno per un museo moderno e raffinato, pronto ad accogliere un pubblico colto e curioso distantissimo dal nostro turismo di massa, nelle sale poco distanti il Circolo – ancora riservato ai soli ufficiali – svolgeva la sua funzione di luogo d’incontro e socialità per i moltissimi militari, di stanza o di passaggio, presenti in città.

Due vite parallele, potremmo dire, di due istituzioni vocate ad assolvere pienamente il proprio ruolo nei modi e nelle forme previsti dal tempo.

Il tempo, però, passa, e con l’andare dei decenni condiziona anche gli equilibri di Castelvecchio. Perché se il museo scarpiano, inaugurato nel 1964 e pienamente compiuto undici anni dopo, diviene il fulcro pulsante dell’offerta culturale di una città a sempre più accesa vocazione turistica, con il terminare della Guerra fredda e il passaggio delle Forze armate dalla leva all’esercito professionale la dimensione militare di Verona inizia progressivamente a stemperarsi. Nessuna scomparsa da un giorno all’altro, naturalmente, ma una progressiva smobilitazione di reparti, comandi, caserme perfettamente in linea con la mutata temperie politica mondiale – gli scacchieri “caldi”, dopo la guerra del Kossovo a fine anni Novanta, sono altrove – e con le nuove esigenze militari dell’Italia e dei suoi alleati.

L’occasione per ripensare la città

Nel 2004 chiude definitivamente il Joint Command South, che da qualche anno aveva preso il posto del quartier generale Nato, e negli anni successivi si susseguono gli annunci da parte del ministero della Difesa, deciso a liberare, cedere e vendere un numero sempre crescente di infrastrutture militari non più in uso nell’ambito di un vasto programma nazionale di razionalizzazioni. Programma che, per città come Verona, può davvero costituire un’occasione epocale di ripensamento urbanistico, per ricollocare servizi, rigenerare quartieri, dotare i cittadini di spazi pubblici necessari per soddisfare antichi e nuovi bisogni.

La Verona degli ultimi vent’anni, dunque, è sempre meno una città di guarnigione, e sempre più una città del turismo e della cultura. Ambiti forse gestiti poco e male dalle amministrazioni, spesso apparse in balia di un fenomeno crescente che erano incapaci di indirizzare, ma la cui sempre maggiore influenza sull’economia scaligera non può essere messa in discussione. È attorno a questa trasformazione, innegabile quanto profonda, che si gioca la partita del Grande Castelvecchio.

Mentre le Forze armate diminuivano progressivamente la propria presenza a Verona, mentre il numero di ufficiali, sottufficiali e soldati in servizio attivo calava anno dopo anno per l’ineluttabile mutamento della pratica militare, il Circolo restava ancorato a Castelvecchio, seppure sempre meno popolato dagli ufficiali per i quali, un secolo prima, era stato costituito. Al loro posto, una varia umanità abituata, per tradizione o pratica sociale, a frequentare le sale allestite nel maniero scaligero e risoluta nel non volerle abbandonare, nonostante fosse chiaro a tutti che il mondo e il tempo che ne giustificavano la presenza in quella sede non esistevano più. Mentre il Circolo si apre, prima ai sottufficiali poi a chiunque desideri frequentarlo in virtù della generica patente di sostenitore “dei valori delle Forze armate”, Castelvecchio si riempie dei turisti sempre più numerosi e se la sua posizione, nell’Olimpo della museologia mondiale, è ancora intatta anche grazie al contribuito di Carlo Scarpa, i suoi servizi, vecchi di più di cinquant’anni, iniziano a mostrare la corda.

Un museo senza spazi per dirsi moderno

Non basta essere un capolavoro per resistere all’incedere della Storia, e anche Castelvecchio, così equilibrato nelle sue forme e proporzioni, fatica a tenere il passo con la trasformazione globale dei musei, che sul finire del XX secolo iniziano, in tutto il globo, ad ampliarsi, dotarsi di nuovi servizi, aprirsi alle innovazioni portate dalla società e dalla tecnologia. Castelvecchio vorrebbe farlo, ma non può. E negli stessi anni in cui dialoga da pari con Louvre, National Gallery e un’altra miriade di grandi musei internazionali, non trova gli spazi per dotarsi di servizi igienici all’altezza del pubblico accresciuto, per aprire una caffetteria, per ricavare un bookshop e una biglietteria moderni, per offrire ai suoi visitatori, grandi e piccoli, aule per la didattica utili per far conoscere e apprezzare con linguaggi nuovi i capolavori del passato.

Attività didattica in un museo, foto da Unsplash di Monika Kozub

Non riesce, soprattutto, ad adattarsi alle esigenze di chi ha mobilità ridotta o difficoltà motorie, attualmente costretto a visitare il museo a ritroso, e soltanto in maniera parziale, a causa dell’assenza di ascensori e rampe. Non è facile intervenire su un castello trecentesco, e lo è ancora meno se quel castello è diventato, nel secondo Novecento, un caposaldo della museologia a livello mondiale, oggetto del pellegrinaggio laico di moltissimi cultori di una stagione architettonica che a Verona è stato possibile preservare nelle sue forme pressoché immutate.

Ma la soluzione ci sarebbe, e a portata di mano, per via di quel Circolo sempre meno funzionale alle necessità di un esercito moderno, e sempre più stretto – se non per le serate danzanti – nei saloni fané ricavati nel maniero, inadatti ad accogliere la foresteria, i parcheggi e i servizi necessari ai professionisti delle Forze armate.

Ci sarebbe anche la possibilità, intatta fin da quel 1928, di ricollocarlo facilmente, se il Comune offrisse una sede adeguata, magari proprio fra i tanti edifici prestigiosi che nel frattempo, in città, si sono liberati.

Quello che Verona non ha fatto e Roma sì

La politica, però, ci mette lo zampino, e quando, nel 2012, si tratta di ricorrere agli strumenti previsti dalla normativa sul federalismo demaniale, per richiedere il trasferimento al Comune di beni dello Stato, l’amministrazione Tosi decide di fare domanda per la cessione di Castelvecchio – ancora di proprietà demaniale in virtù della concessione degli anni Venti – ma soltanto per la porzione relativa al museo. Accanto ad esso, la cinta magistrale, alcuni forti e la vasca dell’Arsenale, per un totale di un milione e duecentomila metri quadri. Un’estensione enorme, dalla quale per convenienza elettorale si fanno uscire i circa 2000 metri quadri del Circolo, entità minima su una simile trattativa, ma enorme e sovradimensionata se si pensa alle sue esigenze effettive e al fatto che il suo equivalente romanotrasferito negli stessi anni da Palazzo Barberini a un villino poco lontano proprio per consentire la creazione della Galleria nazionale d’Arte antica – occupa una superficie assai inferiore pur potendo contare su una popolazione militare assai più numerosa.

Questo lo stato dei fatti ad oggi. Negli ultimi anni, si sono avvicendati dichiarazioni quantomeno azzardate, come quelle del ministro Trenta che nel 2019 dichiarò “l’interesse strategico per l’esercito Italiano del Circolo”, e momenti di distensione, il cui culmine è forse rappresentato dalla donazione all’esercito, da parte della benemerita associazione degli Amici dei musei civici, di un progetto esecutivo per un nuovo Circolo, realizzato su suggerimento dell’allora comandante di piazza – generale Tota – presso l’ex convento di San Giacomo di Galizia, nel complesso imponente quanto negletto dell’Ospedale militare di Santo Spirito.

Cangrande I della Scala, risalente al 1340-1350

E la vicenda ha assunto, specie in tempi recenti, gli sgradevoli connotati di una guerra di posizione, fra quanti – sempre più numerosi – invocano lo spostamento (e non la cancellazione) del Circolo per consentire al museo di estendere spazi e servizi, e ai cittadini di riappropriarsi di uno spazio pubblico senza paragoni, e coloro che, sul fronte opposto, accusano gli assertori del Grande Castelvecchio di voler condurre una crociata antimilitarista.

Un confronto aspro quanto logorante, che danneggia la città, mentre a Palazzo Barbieri si fa un gran parlare di cultura, ma si tace sul progetto (salvo posizioni isolate di singoli assessori), e a Roma, al Ministero, si dichiara stancamente che senza un’iniziativa di Verona l’iter, anche volendo, non potrà iniziare. Ancora una volta, la “fortezza Bastiani” Verona attende immobile e serafica un destino manifesto che sembra non realizzarsi mai. E Cangrande, dall’alto del suo maestoso podio in calcestruzzo, osserva sconsolato il destino del castello costruito dai suoi successori. La sua Verona sede di una corte raffinata e dotta, aperta ai saperi e alle arti, sembra oggi quanto mai lontana.

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