La Biblioteca Capitolare di Verona sta partecipando al contest Volotea4Veneto, un’iniziativa organizzata dalla compagnia area Volotea nell’ambito della quale è possibile ottenere un importante finanziamento al fine di valorizzare le realtà culturali del territorio. La proposta della Biblioteca Capitolare è di digitalizzare tutti i suoi preziosissimi volumi: uno sguardo al futuro per custodire il sapere più antico.

Per sostenere la candidatura della Biblioteca Capitolare nel contest Volotea4Veneto e con essa il progetto della Digital Library è possibile votare sul sito di Volotea fino al 22 maggio. 

Abbiamo parlato del progetto con don Bruno Fasani, prefetto della Capitolare e già direttore di Verona Fedele, che ci ha avvicinato al patrimonio inestimabile conservato nella biblioteca più antica al mondo ancora in attività.

Don Fasani, qual è ad oggi l’attività della Biblioteca Capitolare?

«La Biblioteca è attiva su più fronti. La consultazione e la digitalizzazione, che riguardano tipicamente l’aspetto culturale e che non si sono mai interrotte, continuano a pieno ritmo in collaborazione con l’Università di Verona. Oggi abbiamo una macchina per digitalizzare ad altissima definizione, di cui esistono solamente due esemplari al mondo e che ci consente di mettere il nostro patrimonio culturale in comunione con tutto il mondo accademico e non solo. Inoltre la sala consultazione è aperta a ricercatori provenienti dalle università, ma anche a cittadini privati che vogliono venire a conoscere i testi. 

L’altra attività è quella museale, che però ha patito le limitazioni della pandemia. Riprenderemo gradualmente dagli inizi di maggio, sia con le “passeggiate col prefetto”, di cui mi occupo personalmente, sia con altre guide a disposizione del pubblico. La pandemia ci ha tarpato le ali proprio nel momento in cui la biblioteca aveva cominciato a volare in alto, anche dal punto di vista dei visitatori.»

A chi è diretto il progetto di digitalizzazione? Solo agli studiosi o anche al pubblico più vasto?

«Noi vogliamo mettere a disposizione una grande memoria a cui i ricercatori e gli studiosi potranno fare riferimento. Chi avrà bisogno di scaricare e riprodurre i nostri testi potrà sfruttare il servizio, per il quale ovviamente ci sarà un costo, mentre appassionati e ricercatori che vorranno solo consultare le opere potranno farlo gratuitamente.»

La digitalizzazione potrebbe dunque diventare un’opportunità per ottenere l’attenzione del turismo culturale?

«Assolutamente. Uno dei nostri obiettivi, che speriamo di raggiungere in tempi non biblici compatibilmente con i fondi a disposizione, è creare una digital library in cui sarà possibile fare dei percorsi virtuali per conoscere i nostri testi e codici. Questo ha un valore promozionale in quanto permette a chiunque di visitare la Capitolare da qualsiasi luogo del mondo. E naturalmente crediamo che gli orizzonti del digitale faranno da volano anche per le visite di persona e per fare della biblioteca anche una destinazione di turismo culturale.

Per questioni molto pratiche abbiamo capito che era necessario mantenerci attraverso il pubblico. Aprire a tutti un luogo finora riservato agli studiosi è sembrato un azzardo all’inizio, invece poi si è rivelata una carta vincente e siamo riusciti, negli anni pre-Covid, a ricevere migliaia di visitatori.» 

La vostra però è una biblioteca particolare…

«Il nostro materiale va trattato letteralmente con i guanti. Un conto è rendere il materiale visibile attraverso teche speciali e illuminazione non invasiva, un altro è conto è la consultazione. Noi speriamo che la progressiva digitalizzazione ci aiuti a proteggere i nostri tesori rendendoli allo stesso tempo più fruibili. Molte delle innovazioni che stiamo conoscendo vengono da un’importante partnership col Museo Egizio di Torino, che è molto attivo nel campo della conservazione e molte delle loro innovazioni vorremmo usarle anche qui, dal papiro alla pergamena.»

Oltre alla catalogazione le nuove tecnologie possono aiutare anche la ricerca?

«Senz’altro. Le faccio solo l’esempio dell’Indovinello Veronese: i filologi hanno studiato il codice, le sue glosse e le sue annotazioni e sono riusciti a farlo risalire a Cagliari, a Pisa e prima ancora alla Spagna. Con le nuove macchine digitali siamo riusciti a scoprire su una miniatura del Trecento un’impronta digitale, che potrebbe essere la firma dell’autore o più probabilmente un tentativo di verificare se il colore si fosse asciugato. Queste strumentazioni moderne ci consentono di vedere ciò che l’occhio umano non vede. Siamo in grado di vedere il disegno sotto una miniatura, o nel caso dei palinsesti (pergamene raschiate e riscritte, ndr) possiamo separare le due scritture e scoprire nuovi tesori tra i tesori che già conosciamo. Le possibilità sono infinite.»

Quante sono le opere da digitalizzare?

«Alcune sono già state scansionate, ma il nostro progetto è di ricominciare con una nuova digitalizzazione. Naturalmente cominceremo dai 1250 codici più antichi: pensi che la prima pergamena risale alla fine del III-inizio del IV secolo d.C, poi proseguiremo con le cinquecentine e le seicentine. L’idea comunque è di digitalizzare l’intero catalogo per renderlo completamente fruibile.»

Quali sono i problemi da superare per la digitalizzazione?

«Sicuramente la parte più delicata è intervenire sui nostri tesori nel modo meno invasivo possibile, ma devo dire che i nostri operatori sono estremamente competenti e sanno trattare i codici in modo molto sensibile. Questi testi vengono toccati solo raramente dagli studiosi, con le dovute precauzioni e con le adeguate misure di sicurezza. Pensi che abbiamo una bilancia con una sensibilità al centesimo di grammo, i codici vengono pesati prima e dopo la consultazione per verificarne il grado di umidità e proteggerli in ogni momento.» 

Quale può essere il valore delle nuove tecnologie per aprire la Biblioteca Capitolare anche ai più giovani?

«Ovvio che la digitalizzazione va a raggiungere l’universo degli studiosi e degli universitari, ma credo che gli orizzonti digitali aperti da queste tecnologie non abbiano limiti. Si possono creare nuovi percorsi educativi anche dedicati ai ragazzi, come già facevamo prima della pandemia quando abbiamo ricevuto persino delle scuole elementari, peraltro con ottimi risultati. Nei nostri codici non ci sono solo San Tommaso e Sant’Agostino, ma anche cultura generale, botanica, zoologia, persino giochi antichi. Rendere accessibile la conoscenza permette agli interessi e alle passioni di moltiplicarsi.»

Dal punto di vista dell’identità culturale europea, lei si sente un custode della cultura dell’Europa delle origini?

«Il patrimonio della cultura medievale è senz’altro europeo. Qualche anno fa abbiamo organizzato una mostra in collaborazione con l’Università di Verona in cui abbiamo esposto dodici codici preziosissimi che andavano dal V al VII secolo, e questi tesori venivano da Costantinopoli, dal nord Africa, da Roma, dai regni barbari fino al nord Europa. Tutti gli studiosi sono stati d’accordo nell’affermare che questi codici mostravano come qui a Verona fosse presente la cultura che ha fatto da culla alla nascita dell’Europa. Qui si mettevano a confronto il sapere, la sensibilità religiosa, la teologia di vari ambienti dell’Europa, che non è mai stata un concetto politico o geografico, ma un dato culturale. Mettendo a raffronto questi codici ci siamo accordi come dentro ci fossero le radici dell’Europa.»

Riguardo alla missione della Capitolare di custodire e proteggere le nostre radici culturali più antiche, qual è il suo giudizio sulla cosiddetta cancel culture, la tendenza recente a rimuovere la cultura considerata non più accettabile?

«Purtroppo la nostra società contemporanea ha perduto il senso della memoria e questo ha delle conseguenze disastrose. E ciò mette le basi al fiorire del pregiudizio. Se non si sa come la realtà è evoluta e si è sviluppata, è chiaro che si tenda a interpretare il presente con le categorie che ci vengono messe sotto il naso dai creatori d’opinione. Questo porta al pregiudizio legato all’ignoranza, non si riescono più a capire le ragioni e la ricchezza della storia. Conservare non è solo un concetto statico, ma significa mantenere la capacità di leggere la vita quotidiana con categorie più grandi di quelle che ci vengono proposte dall’esterno e che ci rendono tutti eterodiretti, insegnandoci cosa pensare e dire. La memoria è la condizione che ci può aiutare a leggere il presente con categorie più allargate e illuminanti, e così programmare il futuro.»

Tornando invece a Volotea4Veneto, è interessante vedere come anche la cultura più alta non abbia paura a rapportarsi con le moderne logiche del marketing.

«Noi siamo liberi perché poveri, e poveri perché liberi. Non abbiamo particolari sponsor come gli altri progetti presentati al contest. La Capitolare non ha un grande giro d’affari, ma crediamo che tutti gli amanti della cultura dovrebbero capire che chi ama la bellezza e la memoria dovrebbe farsene carico attivamente. Non siamo così ingenui da non cercare l’aiuto di nessuno e sappiamo che ogni tempo ha i suoi strumenti e i suoi modi per comunicare. Quando sono nato, in montagna, si davano le notizie gridando da una vallata all’altra, ora si usa il telefono. Un tempo per diffondere la cultura si copiavano i manoscritti e ora c’è l’e-book. È necessario usare ogni strumento che la storia ci offre per comunicare la cultura.» 

Un’ultima domanda di colore: tra tutti i volumi che la Biblioteca Capitolare custodisce, lei ha un preferito?

«Ne ho personalmente due nel cuore. Il primo è Le Istituzioni di Gaio, risalente al II secolo d.C. e unica opera di giurisprudenza romana classica giunta ai nostri giorni, senza il tramite di compilazioni, tradotto persino dai cinesi qualche anno fa. L’altro è il De Civitate Dei di Sant’Agostino, di cui non esiste l’originale e di cui noi possediamo la prima copia conosciuta che risale al 420-423 d.C. Libri che per importanza culturale e l’antichità valgono un’intera biblioteca.» 

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