Le due giornate della Valpolicella Annual Conference si sono concluse ieri e, seppure “a distanza”, hanno accolto diversi player internazionali e personalità del mondo della politica, per trovare soluzioni, proposte e fare previsioni sull’andamento del mercato dei principali vini rossi veronesi.

Il Consorzio della Valpolicella, primo a fare un evento di questa portata, ha infatti spedito 1200 campioni in 26 paesi diversi a 100 stakeholder, per poter fare in diretta dei tasting di Amarone, Ripasso e Valpolicella, in compagnia di enologi, wine expert e alcuni Master of Wine tra cui Gabriele Gorelli, il primo Master of Wine italiano, nominato appena due giorni fa.

L’operazione ha trovato un ottimo riscontro nei partecipanti – produttori e buyer esteri – alcuni dei quali non si rivedevano dallo scorso Vinitaly, e hanno avuto occasione di ritrovarsi, anche se solo in una chat.

La fragilità dei piccoli produttori aumenta rispetto al gigante Gdo

L’Annual Conference, organizzata a partire da ottobre scorso, si è articolata in diversi momenti, incentrando la giornata di venerdì sulla situazione di Gdo, horeca, e-commerce. A introdurre la situazione della Valpolicella, Christian Marchesini, presidente del Consorzio, nominato ad agosto scorso: «Nel 2020 abbiamo prodotto circa 64 milioni di bottiglie pronte alla vendita. È un bel risultato in linea con i dati dell’anno precedente, nonostante il prezzo medio sia un po’ calato (-5% per l’Amarone, nda).

Considerato tutto quello che è successo potremmo dire che è una mezza vittoria, ma non lo facciamo: troppe piccole aziende del vino hanno pagato il gap della ristorazione, e non sono riuscite ad allargare le vendite agli altri canali distributivi».

Il risultato positivo delle vendite è forse il dato che maggiormente dà un’ingannevole percezione della situazione dei produttori di vino (in generale, in Italia), ossia quella secondo la quale sia uno dei settori meno colpiti dalla crisi.

Ma non è così, non per tutti almeno: nonostante i cali di fatturato del Belpaese siano stati inferiori rispetto alla concorrenza europea, il giovamento dato dall’aumento di vendite in Gdo non rispecchia la situazione dei piccoli e medi produttori (che in Gdo non sono presenti e vivono per lo più di horeca). Allo stesso modo per l’export: se l’Italia ha avuto un -2,9% sul mercato mondiale, mentre Francia un -10,8%, va detto che sono soprattutto i grandi brand ad averne tratto vantaggio.

«Le piccole imprese di qualità hanno pagato pesantemente la chiusura della ristorazione, con perdite medie del 10% per l’export e del 28% sulla domanda interna» riporta sempre Marchesini.

Dati Nomisma Wine Monitor

Il blocco dell’horeca e la spinta dei vini di alta gamma

La Gdo italiana, come rilevato dal responsabile alcolici di Coop Italia Francesco Scarcelli, ha avuto nel 2020 un incremento del fatturato vino importante, che si attesta attorno al 5,5%, con un leggero aumento dei prezzi (+1,5%) dato anche dalle minori promozioni.

«Stiamo assistendo a politiche diverse da parte di brand che fino a poco tempo fa non approcciavano la grande distribuzione, mentre oggi la ritengono un canale interessante per i propri prodotti di alta gamma».

Quindi, alta gamma e brand ultra riconoscibili: «Nella prima fase delle restrizioni per la pandemia – continua Scarcelli – la gente dopo interminabili file per entrare al supermercato, cercava di uscire dai supermercati il prima possibile, dopo aver fatto interminabili file per entrare. Non soffermandosi troppo di fronte agli scaffali, tendeva ad acquistare etichette già note ed affidabili».

Stessa tendenza per il mercato statunitense, come registrato dall’azienda Wilson Daniels, leader nell’importazione/distribuzione di prodotti luxury.

Dai dati riportati da Alessandro Boga, brand manager per l’Italia dell’azienda, emerge come sia cambiata la modalità di consumo in USA (primo mercato mondiale per l’Amarone), con l’horeca che in un anno ha registrato una contrazione della sua quota di mercato dal 57% al 35% e con l’off trade protagonista di un percorso inverso (dal 43% al 65%), con i vini della Valpolicella a +70%.

«Nel retail Usa – aggiunge Boga – assistiamo a un forte incremento delle vendite di vini di alta gamma. Nel 2020 i segmenti ‘luxury’ (oltre i 20 dollari a bottiglia), ultra e super premium (da 10 a 20 dollari) sono cresciuti a valore in Gdo rispettivamente del 26% e del 23%, e oggi incidono per più del 50% sull’intero fatturato vino».

Il potenziale dell’e-commerce del vino

Sale il retail ma scende, ovviamente, il “fuori casa”. A questo si aggiunge il boom di vendite online sul portale wine.com, che schizzano a +142%, e il raddoppio del mercato nel canale dei wine club.

Ma quante delle nostre piccole e medie aziende vitivinicole erano presenti nelle Gdo internazionali? O già pronte alla multicanalità dei mercati online? Purtroppo non molte, e questo spesso a vantaggio delle grandi aziende e industrie del vino.

«In Italia l’e-commerce, partito in sordina, ha registrato lo scorso anno il raddoppio del proprio giro d’affari, oggi a 200 milioni di euro, ma è bene ricordare – ci spiega Denis Pantini, di Nomisma Wine Monitor –  che vale il 7% del fatturato vino della Gdo». Ora la speranza è che l’espansione dell’e-commerce si attesti come un fenomeno strutturale e non più solo dettato dall’emergenza.

A tal proposito ci dà uno spaccato davvero interessante, per quanto riguarda l’e-commerce nostrano Paolo Zanetti, fondatore di Callmewine, che non nasconde di aver raddoppiato i numeri di fatturato del portale dall’inizio dell’emergenza. Nell’analisi sull’andamento dei rossi veronesi su Callmewine, ci riporta dati molto positivi: «L’incremento sui volumi è stato dell’84%, grazie in particolare al Valpolicella e all’Amarone. A valore le vendite della Docg rappresentano il 55% del totale, con il Ripasso al 28%, il Valpolicella (classico e superiore) al 17% e il Recioto all’1%».

L’identikit dell’acquirente online di vino illustrato da Denis Pantini di Nomisma WM

Tra cauto ottimismo, Vinitaly 2021 e numeri reali

Nella giornata di sabato è stata invece protagonista la politica del vino italiano nel focus Nuove politiche a sostegno del mercato del vino italiano: il presidente della Regione Veneto Luca Zaia ha sottolineato quanto sia importante mettere le imprese e l’horeca nelle condizioni di ripartire. «Non si capisce perché la ristorazione debba rimanere chiusa la sera, come se il virus, come Dracula, col buio uscisse allo scoperto». Gli ha fatto eco Federico Caner, assessore veneto dell’Agricoltura che, ponendo l’accento su quanto sia strategico il rilancio dell’enoturismo, è fiducioso sulla ripartenza, che a suo parere avverrà prima di quanto non prevediamo.

Meno positivo il segretario generale di Unione italiana vini, Paolo Castelletti, il quale ha illustrato come secondo l’Osservatorio UIV, le chiusure dell’horeca nel mondo, e quindi del commercio globale del vino (che si stima uscirà dalla crisi non prima della fine del 2022), «comporteranno una contrazione dei consumi di vino di oltre 100 miliardi di dollari nel triennio 2020-2022, un danno commerciale enorme per il nostro settore».

È poi intervenuto Giovanni Mantovani, direttore generale Veronafiere, per raccontare dell’imminente Vinitaly, previsto per il 20-23 giugno. «Non dovete immaginarvi la fiera cui siamo abituati: sarà fortemente contingentato e allineato ai nuovi standard sanitari, a partire dallo stand espositivo, dalle presenze e dalla gestione degli spazi. Occorre poi farsi trovare pronti a intercettare gli operatori extra europei che a giugno saranno già in fase di ripartenza perché già vaccinati. Il vino italiano non può permettersi di perdere questo vantaggio competitivo».

Sul fronte del crollo di fatturato dell’industria fieristica italiana, Mantovani auspica che il nuovo governo attui in tempi brevi i finanziamenti e i ristori a fondo perduto previsti dai diversi decreti e che si possa procedere al superamento del limite del de minimis come già fatto dalla Germania. «Se così non fosse – ha concluso il direttore generale – si verificherebbe una grave disparità con i competitor europei, che metterebbe al palo non solo la fiera di Verona, ma l’intero settore».

Vinitaly 2019, l’ultimo prima del Covid

L’UE tra dazi Usa ed altri guai all’orizzonte

Una panoramica delle preoccupazioni più imminenti, per il mercato del vino, la fornisce poi l’europarlamentare Paolo De Castro, intervenendo su dazi Usa, vino e piano anticancro della Commissione Ue, e disastro Brexit.

«Sul tema dei dazi Usa-Ue – ha detto il primo vice presidente della commissione Agricoltura – proprio in questi giorni abbiamo avuto un confronto con il responsabile del Commercio, che ha assicurato l’impegno europeo per una moratoria di 6 mesi su tutti i dazi che intercorrono tra i due alleati. La speranza è che la richiesta europea sia accolta dall’amministrazione Biden, con cui lavoreremo non appena la sua squadra si insedierà definitivamente: la nuova responsabile al commercio sarà Gina Raimondo».

Sul discusso piano anticancro delle Commissione Ue, che punirebbe alcolici e carni, indistintamente da tipologie e quantità, per De Castro «si tratta di un piano sacrosanto, che però può avere declinazioni pericolose per alcuni prodotti del made in Italy, come carne rossa e vino. Come Parlamento europeo e commissione Agricoltura lavoreremo per evitare che ci siano conseguenze sia sul versante promozione, sia sull’etichettatura, ma ad oggi si tratta di un piano che non ha comunque alcuna proposta legislativa”.

Infine la Brexit, che per l’europarlamentare «si sta rivelando un dramma, non solo per noi ma soprattutto per i britannici, che se ne stanno accorgendo ogni giorno di più. Purtroppo nonostante l’accordo dell’ultimo minuto a fine 2020, registriamo molte problematiche di ordine burocratico-amministrative. Con l’Intergruppo vino abbiamo richiesto una sospensione fino alla messa a sistema di una piattaforma elettronica dei certificati di esportazione, che risolva i grandi problemi che stiamo accusando nell’export vitivinicolo».

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