Giuseppe Civati, ricercatore universitario, ex deputato, fondatore del partito “Possibile”, blogger, saggista, oggi è l’editore di “People”. Analizzando la sua carriera, ci si accorge che in tutto quello che lei fa c’è un leit motiv: l’innovazione. Cosa mancava dunque nel panorama dell’editoria in Italia e che le ha fatto venire voglia di fondare una sua casa editrice?

«Beh intanto una voce, che secondo me manca anche nel dibattito pubblico, che è la voce di una sinistra senza dogmi, che abbia delle iniezioni di liberalismo sulla questione dei diritti e della persona, visto che anche nella fondazione del nuovo governo questi temi sono rimasti totalmente esclusi dal novero delle cose considerate importanti mentre io, per esempio, mi sono occupato molto di laicità sia come editore e prima ancora come “attore pubblico”. Una voce che rappresenti una porzione di paese che secondo me non è rappresentata né dalla politica, né tantomeno dai meccanismi editoriali dove tutto si gioca sul conflitto di interessi, sull’occupazione militare del mercato, sul franchising, un modello che già molto prima di Amazon era sostanzialmente compromesso. L’editoria rappresenta per me un ambito nel quale operare con gli stessi valori di quando facevo politica ma con una sfida ulteriore, che è quella di provare a fare un po’ di opinione pubblica in un settore dove se ne fa sempre meno. Se ci pensiamo, in Italia non ci sono case editrici orientate politicamente, o sono molto poche e molto piccole. L’editoria dunque è una prosecuzione con altri mezzi di un’attività che di fatto non ho mai del tutto interrotto, ma che ha solo cambiato forma. Dopo la mancata rielezione nel 2018 non ho cercato un “bonifico”, come ad esempio un posto da sottosegretario o simili, ma tutti mi dicevano di andare a lavorare, così sono andato a lavorare. La verità è che adesso lavoro molto meno di prima, perché un politico lavora moltissimo, almeno per come ho vissuto io la politica.»

Giuseppe Civati

Possibile, il partito che lei ha fondato e del quale è stato il primo segretario, ha tre obiettivi dichiarati: clima, patrimoniale e progressività fiscale. Recentemente è nata ClimaComune, la rete di sindaci a favore della campagna  StopGlobalWarming.eupromossa dall’attivista Marco Cappato che punta a fissare un prezzo minimo sulle emissioni di Co2, la cosiddettaCarbon Tax, spostando di fatto la pressione fiscale dal lavoro alle emissioni di C02. Un’idea oggi validata da 27 premi Nobel,da migliaia di scienziati e da molti sindaci in Italia. Ma lei già nel 2016 twittava: «Carbon tax per me è discrimine». Ha ragione D’Alema quando dice che in politica arrivare troppo presto equivale ad arrivare tardi?

«Questa è una delle mie frasi preferite, a cui allora risposi che però anche arrivare tardissimo, quando uscirono dal PD, sembrava quasi una civatizzazione di D’Alema. Comunque tutta la questione ambientale e climatica è centrale per me da sempre. Sono cresciuto politicamente a metà anni Novanta facendo una battaglia nella mia città, Monza, per un’area verde che Paolo Berlusconi voleva cementificare. Ho sempre avuto una vena ambientalista, che poi è diventata strategica con la questione dei cambiamenti climatici e che oggi assume un significato sempre più impegnativo, tanto che il famoso Recovery Plan è vincolato per un terzo alle spese diciamo climatiche, orientate alla riduzione delle emissioni. Questo governo ha l’obbligo di rispettare le linee europee in materia, che sono molto più ambientaliste di quello a cui siamo abituati in Italia. E c’è una partita importante da giocare in termini di innovazione perché, ormai, c’è una consapevolezza abbastanza diffusa che il mondo produttivo possa guadagnare molto da investimenti orientati al contrasto dei cambiamenti climatici. Io dico sempre che se il mondo finisce, finisce tutto. Ma se il mondo non finisce, l’Italia rischia di essere molto penalizzata se non si attiva rispetto ad altri paesi che sono ben più consapevoli a riguardo, quindi c’è un doppio interesse. Ho scritto un libro su questo atteggiamento tipicamente italiano che si intitola “Struzzi!”. Gli struzzi non sono particolarmente intelligenti, ma hanno una caratteristica: corrono velocissimi. Quindi se noi ci mettessimo a correre e facessimo davvero gli struzzi, forse potrebbe essere una buona idea. Un anno dopo, visto che non era cambiato nulla, gli abbiamo creato una manchette con su scritto: “Avremmo dovuto chiamarlo: Stronzi!”.»

Roberto Cingolani

Roberto Cingolani, neoministro per l’ambiente e la transizione ecologica nel nuovo Governo Draghi, intervistato un anno fa sul sito di Eni dichiarava che il gas naturale rimane la risorsa più sostenibile, strizzava l’occhio al nucleare e non citava mai il solare termodinamico, che in tutto il mondo sta esplodendo e che da solo potrebbe sostituire il fossile. Ci sarà o no questa transizione verde in Italia secondo lei?

«L’ultima esperienza professionale di Cingolani è in Finmeccanica, quindi saremo dei watchdog, dei guardiani, riguardo a questo. Non deve diventare un’operazione di greenwashing, al di là del fatto che con il Recovery sono obbligati ad investire il 37% nella questione ambientale. Anche qui ci sono molte cose da capire. Per dirna una: saranno investimenti aperti davvero alla concorrenza o sosterranno solo alcune grandi agenzie, che senza fare nomi, lei ha citato prima? Ci saranno investimenti veri, la possibilità che si riconverta tutto il comparto produttivo o saranno investimenti pilotati verso alcuni settori e verso alcuni specifici attori imprenditoriali e industriali? Perchè questo mi farebbe molto incazzare. Dev’essere una sfida che parte dai comuni, dai condomini, dalle scelte di ciascuno, dalla mobilità, dalla viabilità, fino alla possibilità di produrre energia liberamente. Per esempio, nella scorsa legislatura noi presentammo una proposta basata sulla possibilità di “scambiarsi” energia: se in una certa area uno è proprietario di un tetto o di una superficie dove ha la possibilità di mettere un pannello solare, perché non può cedere energia al vicino di casa e la deve mettere nella rete? In sostanza: sarà libero l’accesso a questa sfida o vedremo solo mezzi “cingolati”, per stare in tema? Non so cosa pensi Draghi a riguardo, nessuno lo sa, perché a parte “whatever it takes” e “debito buono e debito cattivo” non l’abbiamo ancora mai visto alla prova dei fatti.»

Perchè la patrimoniale rimane un po’ ovunque una sorta di tabù?

«Perchè la pagherebbero i direttori di giornali, i politici, gli imprenditori, gli industriali, gli uomini di potere. Non la pagherebbe la povera gente. E questi non vogliono pagare mai niente. Come People stiamo per uscire con un libro che si intitolerà “Tax the rich” che è lo slogan di Bernie Sanders e Ocasio-Cortez negli Stati Uniti, perché in Italia l’ultima volta che se ne parlò seriamente fu nel 2011, quando De Benedetti e altri miliardari furono proprio loro a proporla. Dopodiché si smise di parlarne. Ma sarebbe chiaramente una questione di equilibrio più che di conteggio economico, perché un miliardario non diventa povero con la patrimoniale. A questo proposito un fatto interessante è che la riforma del catasto, con Renzi, era finita. La fece un deputato del PD che si chiama Marco Causi. Fu bloccata per via della stagione delle riforme con Verdini, Berlusconi eccetera, ma è l’unica cosa da fare perché la patrimoniale serve soprattutto se tu avvicini i valori catastali ai valori commerciali. Adesso non è così, dato che l’ultima mappatura di questo paese risale a 40 anni fa e il rischio è che uno abiti in una zona soggetta a grandi variazioni di valore commerciale.»

Mario Draghi

Progressività, equità, lotta all’evasione e meno tasse. Ma la flat tax sarebbe esclusa. Sono i pilastri sui quali il premier incaricato Mario Draghi intende costruire il suo disegno di riforma del fisco. Che ne pensa?

«Penso molto semplicemente che se lo fa, sono draghiano. Altrimenti non mi avrà mai. La redistribuzione deve essere un assunto di partenza. Perchè da noi la tassa di successione non la paga nessuno, neanche i ricchi? In Italia c’è molta avidità, c’è una cultura per la quale tutti sperano di diventare come Fedez e la Ferragni e nel frattempo si dimenticano che il patto sociale si basa sul presupposto che se uno ha grande successo, ce l’ha grazie al fatto che vive in una società, non solo perché è bravo, perché se uno fosse bravissimo come cantante ma nessuno lo ascoltasse, non gli servirebbe a diventare ricco. Chi ha successo, dunque, ce l’ha in modo relazionale. Così come il merito è un valore assolutamente relazionale. Se uno sa fare qualcosa che non ha mercato, non è che non sia meritevole in senso assoluto, non lo è dal punto di vista economico. Dobbiamo cambiare i parametri di fondo se vogliamo un paese diverso.»

Possibile sta registrando numeri importanti in termini di adesioni soprattutto tra i giovani, che faticano a trovare risposte adeguate alle loro aspettative nelle fila di altri partiti. Al di là della sua nota passione per le cause perse, è verosimile ipotizzare che in Italia si stiano creando le condizioni per un passaggio generazionale vero in politica?

«Non saprei, la composizione di questo nuovo governo sembra un riassunto di tutti i governi precedenti, una specie di All star games. Certamente noi come Possibile alle prossime elezioni romperemo tutti gli schemi e presenteremo una lista di giovani, con gli ingredienti che abbiamo a disposizione.»

Luca Zaia

Qual è il suo giudizio sulla gestione della pandemia da parte del governatore Zaia in Veneto?

«Diciamo che su questo argomento io sono molto clemente verso tutti, perché ho l’impressione che fosse una sfida davvero difficile. Quello che sicuramente non mi è piaciuto è stata la gestione di Arcuri, che mi auguro non venga riconfermato. Zaia, soprattutto all’inizio con Crisanti, si è comportato sicuramente meglio di altri. Ha avuto la fortuna di trovare uno scienziato più accorto, più previdente di altri. Sono molto prudente nel mio giudizio a riguardo e sinceramente non so cosa avrei fatto più di quello che ha fatto Zaia. Certamente lui ha una personalità forte, e quando uno è molto popolare ha la possibilità di incidere molto sui comportamenti delle persone. Di sicuro il carisma di Zaia è servito, soprattutto nella prima fase della pandemia. In politica questo conta moltissimo, per questo la responsabilità è così grande. Zaia è stato prudente su molte questioni, si è preoccupato di cose per le quali altri hanno fatto finta di nulla, come la questione delle varianti del Covid-19 che temo ci toccheranno molto nei prossimi mesi. Infatti ho trovato bizzarro che in campagna elettorale abbiano attaccato Zaia proprio sul Covid quando, volendo, c’erano mille altre questione più forti da un punto di vista di opposizione politica. Poi sulla questione dei vaccini, per esempio, ha fatto invece bene a massacrarlo Andrea Pennacchi in questi giorni, perché l’idea di uno che va a prendersi i vaccini col bilico è decisamente bizzarra. Ma perché questo brevetto di Pfizer non viene messo a disposizione di altre case farmaceutiche, in modo che possano produrlo tutti, con un giusto guadagno?
È assurdo che ci siano sempre interessi commerciali che vengono prima di qualunqu cosa. Quindi diciamo che la sparata di Zaia che va in Cina e in Russia a prendersi i vaccini rimane, appunto, una sparata.»

Damiano Tommasi

Lei vive a Verona ormai da anni. Nel 2022 si voterà per il rinnovo dell’amministrazione comunale e, storicamente, il centro-sinistra locale ha grandi difficoltà a imporsi. Cosa pensa dei rumors su una possibile candidatura di Damiano Tommasi a sindaco di Verona?

«Voglio molto bene a Damiano Tommasi. E posso dire che anche qui sono arrivato evidentemente troppo presto perché nel 2017, quando poi vinse Sboarina, io proposi proprio Tommasi alla coalizione di centro-sinistra a Verona. Per ragioni incredibili la sinistra radicale non capì, Renzi provò a mandare Lotti a convincerlo facendola diventare una questione troppo politica, quando io avevo più l’idea di un progetto civico che Damiano interpretasse in modo diverso. Rimango convinto che, in quella tornata elettorale, lui avrebbe vinto. Oggi le cose sono diverse da un punto politico perché cinque anni fa il centro-sinistra locale stava un po’ meglio di adesso. Poi si vocifera di un ritorno di Tosi, che non so quanto appeal possa ancora avere, ma Damiano Tommasi rimane un candidato molto buono. Lui non è solo un ex calciatore, è una persona complessa, ha fatto molte cose interessanti, ha realizzato progetti sociali di grande valore. Ha un approccio sobrio e molto rigoroso, nel mondo del calcio ha combattuto battaglie giuste da sindacalista, ed è un mondo curioso e non facile. Si è scontrato con interessi forti, è una persona libera, intelligente. Soprattutto, è una persona pulitissima, e dopo tutti questi energumeni che ha avuto Verona come sindaci, Damiano Tommasi romperebbe davvero uno schema.» 

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