In un docufilm di Travis Beard si affronta la difficile realtà culturale nell’Afghanistan di oggi.
 
Come può essere la vita di chi suona in una metal band in Afghanistan, ai giorni nostri? Complicata. Estremamente complicata. Per tante ragioni. A cominciare, ovviamente, dall’atteggiamento delle autorità talebane – tornate da qualche anno a controllare buona parte del territorio, dopo le note e drammatiche vicende legate al post 11 settembre e alla missione Enduring Freedom inaugurata prima da Bush Jr e rilanciata, poi, da Obama – che impongono solo espressioni culturali legate alla tradizione del paese. Tutto ciò che è di emanazione “occidentale” nel paese mediorientale viene osteggiato e, in qualche caso, addirittura bandito. Il Governo centrale presieduto da Ashraf Ghani si oppone come può (cioè poco o nulla) a questa barbarie, ma è indubbio che oggi la vita culturale afghana sia fortemente limitata. Si, quindi, alla musica tradizionale afghana e si, anche, alla musica pop, generalmente tollerata per la leggerezza dei temi trattati. Viene storto il naso per la musica rap, ma se non parla di argomenti particolarmente scabrosi tutto sommato viene accettata. Ma la musica rock-metal, considerata satanica per i testi e l’impatto sonoro particolarmente “rumoroso”… quella no, non va bene. A tal punto che rischia moltissimo chi sfida questo tipo di leggi non scritte, ma imposte psicologicamente e non solo. Rischia, oggi, addirittura la pena di morte, se dopo la segnalazione delle autorità il musicista non abiura e si converte pubblicamente.A volte, però, la passione, il desiderio di esprimersi, la volontà di andare contro le regole – e il rock, in questo senso, è sempre stato un movimento reazionario, fin dalle sue origini – impone a se stessi di superare i limiti e cercare di cambiare, per quanto possibile, la storia del proprio Paese. Dare un esempio e lottare per la libertà di espressione.
Ci hanno provato in tanti, a vari livelli, e fra questi ci hanno provato anche i District Unknown, la prima e – fin qui – unica band metal afghana. La cui storia è stata sapientemente documentata – dalle prime prove in fatiscenti scantinati con strumentazione rudimentale all’ascesa, i tour, i concerti di fronte a migliaia di persone fino al suo inevitabile epilogo – dal regista e giornalista australiano Travis Beard, che come molti stranieri ha contribuito alla vita culturale di Kabul nel corso del decennio 2004-2014. Con il calare della presenza militare americana nel Paese deciso recentemente da Trump e con l’abbandono anche di molti giornalisti e diplomatici, da qualche anno a questa parte si è fermato un po’ tutto. Ecco, il film, proiettato recentemente a Verona nell’ambito della quarta edizione di Mediorizzonti (la rassegna cinematografica veronese che tenta di abbattere gli stereotipi e i luoghi comuni sul Medio Oriente), ha ricevuto numerosi premi internazionali e consente di approfondire una vicenda poco conosciuta.
Travis, ci racconti come ti sei imbattuto nei membri del gruppo e perché hai deciso di girare un film sulla loro storia?
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    Perché l’heavy metal è bandito dalle autorità talebane?
    <. Ti osservano, ti studiano. Vogliono farti vergognare per aver suonato questo tipo di musica e vogliono fermarti. Infangano il nome della tua famiglia e tu non vuoi rovinarlo per la musica metal. E alla fine quasi tutti i musicisti desistono. Questa è la pressione a cui sono sottoposti i giovani afghani. Pressione che, sia chiaro, vale anche per molte altre cose>>.
    Quanto è stato difficile girare questo film?
    <<È stato in realtà difficile  contribuire a creare una scena musicale in una società del genere, ma questa sfida costituiva  per me almeno la metà del divertimento>>.
    Ci descrivi la vita culturale di Kabul?
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    Nel tuo film i personaggi principali sono uomini. Perché? 
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    Sei rimasto in contatto con i membri della band? Sai dove vivono oggi?
    <ndr) tre di loro oggi vivono negli Stati Uniti, uno nel Regno Unito e uno in Australia. Quest’ultimo, Lemar, vive nella mia stessa città e ci vediamo regolarmente. Yosuf nel Regno Unito e Sully negli Stati Uniti stanno cercando di tenere in vita la band, mentre gli altri due membri della band stanno esplorando altri percorsi di carriera>>.
    E quali sono i tuoi progetti futuri?
    <The Afghan Bug (anche se il titolo è ancora provvisorio, ndr) scavo in profondità sulla presenza occidentale nel paese. Guardiamo a come sono stati spesi i fondi militari e di aiuto, l’impatto dell’afflusso di denaro sul nuovo stato democratico, la motivazione e l’esperienza degli espatriati che hanno scelto di vivere in un ambiente ostile, ma per certi aspetti ospitale e di come gli afghani hanno risposto a questo afflusso . La domanda che ci poniamo è: dopo tutto ciò che è successo in questi anni, ne è valsa davvero la pena? >>
     
    Per vedere il trailer del film: https://vimeo.com/218723564