«…E poi, venne quella partita contro la Juve.»

Quando nonno?

«Se non sbaglio trentacinque anni fa, credo fosse durante l’inverno del 2020. Eravamo appena risaliti in serie A. Pensa che ci arrivammo per il rotto della cuffia vincendo uno spareggio col Cittadella. Ad allenare il Verona chiamarono un croato, Ivan Jurić, uno di Spalato. Aveva fatto collezione di esoneri, ma era passato alla storia per aver portato per la prima volta il Crotone in serie A, giocando un calcio bellissimo tra l’altro. Era bravo, molto bravo, ma aveva bisogno di trovare un ambiente che lo mettesse nelle condizioni giuste per poter lavorare. Perché era uno poco disposto ai compromessi. Aveva le sue idee, era un tipo molto diretto e schietto. Mi piaceva tantissimo. Una gran persona, quell’uomo.»

E Maurizio Setti, il presidente, chi era?

«Era un imprenditore di Carpi. Non era amato, anzi. Però con lui facemmo parecchi campionati in serie A.  E poi a Verona, non c’era in quegli anni nessun industriale della città che si prendesse a cuore le sorti della squadra. Setti aveva un bravo direttore sportivo. D’Amico si chiamava, uno giovane che parlava poco e lavorava sodo. Ma questa è un’altra storia, ragazzo mio.»

E quella notte con la Juve?

«Aspetta. Prima devi sapere che la squadra, quando la fecero in estate, era data per spacciata, e sicura retrocessa. Jurić a Verona non lo volevano, nessuno aveva fiducia in lui. La grande stampa nazionale lo ritraeva già con la valigia in mano. La rosa era fatta di giovani fatti in casa e gente che da altre parti erano dati per bolliti. E invece erano buoni, eccome. Quei ragazzi formarono un bellissimo gruppo, che senza paura andava ad affrontare gli squadroni a viso aperto. In Belgio, D’Amico aveva pescato un marocchino, di cui ora non ricordo il nome. Babbarat, Albatar, no aspetta, Amrabat: stava in mezzo al campo a brandire la spada. Dovevi vedere che roba. In difesa c’era un ragazzo albanese, ma nato sul Lago di Garda. Aveva poco più di vent’anni, ma giocava come se fosse un veterano. Fortissimo. Fece in gran carriera, quel ragazzo. Kumbulla, si chiamava. In poco tempo il Verona fece ricredere tutti e divenne la sorpresa del campionato, tanto che quell’anno me lo ricordo bene ancora oggi.»

Ma che successe con la Juve? Dài, racconta

«Prima, apri il cassetto della credenza. In fondo, nascoste sotto le tovagliette, ci son le sigarette. Prendimene una.»

Ma lo sai che non dovresti fumare!

«Hai mai sentito parlare di Woody Allen?»

Beh, sì. Ho visto qualche suo film

«E lo sai che disse del fumo?»

No

«“Smetti di fumare, vivi una settimana in più, ma finisce che quella settimana piove tutti i giorni”. Ecco che disse. Quindi, per favore prendimi le sigarette e fammi fumare.»

foto dagli spalti del Bentegodi di Marco Moretti degli Adimari

Va bene, dài. Mi parli della partita adesso?

«Fu qualcosa d’incredibile. Lo stadio, il vecchio Bentegodi, non quello di oggi, ma il nostro stadio, quello dello scudetto intendo, era strapieno. Vendettero tutti i biglietti. La Juve la allenava un certo Sarri, uno che pareva avesse inventato il calcio, ma che alla fine fece poca strada. Aveva però fior di campioni, Cristiano Ronaldo su tutti. Che giocatore, avresti dovuto vedere che roba. Un fuoriclasse. Elegante nella corsa come una gazzella, letale sotto porta come un mamba verde.»

Sì, ho letto e visto i video.

«Il Verona era ovviamente sfavorito. Sembrava dovesse essere una vittima predestinata. E invece i ragazzi di Jurić aggredirono la Juve, non le dettero respiro. Nel primo tempo, segnammo anche un gol, ma il Var lo annullò per un fuorigioco di un centimetro.»

Oggi, con la regola della fascia di tolleranza, sarebbe stato buono?

«Assolutamente sì. Ma allora le regole erano quelle. La Juve si fece pericolosa, fu anche sfortunata quando centrò due pali. Ma furono due azioni un po’ sporadiche, perché il pallino del gioco lo teneva il Verona. Il primo tempo finì 0-0.»

E poi?

«Nel secondo tempo segnò Ronaldo, il portoghese. E che gol. Scappò via a tutta velocità, e una volta giunto davanti al nostro portiere piazzò la palla nell’angolino. Sembrava finita. E invece il Verona non si arrese, e non perse la testa. Prima pareggiò. Segnò Borini, uno che il Milan aveva in pratica mollato. La Juve andò sempre più in difficoltà, Il Verona ci credette e i tifosi anche. A cinque minuti dalla fine, Il Var ci assegnò un rigore, che c’era tutto, ma di cui nessuno si era accorto. Quando Pazzini lo infilò in rete, venne giù lo stadio. Ricordo la sofferenza dei minuti di recupero e l’apoteosi al fischio finale. Avevamo vinto, avevamo battuto la Juve dei campioni. Fu un’impresa. Una delle più belle che ricordi in tanti anni passati a seguire il Verona. Ma quella partita fu di più…»

 E cioè?

«Fu una lezione di vita. Non porti limiti, che se ci credi, puoi. Sacrificati per le tue idee, e se ne hai convinzione, lavora duro per realizzarle. Ci vuole umiltà, tanta umiltà, tantissima umiltà. Vale nello sport, ma anche nella vita di tutti giorni. Se pensi di saper giù tutto, di essere il primo della classe, non vai da nessuna a parte. Tienilo sempre a mente. E la bellezza del Verona di Jurić era proprio questo spirito di umiltà e sacrificio. Che notte! Pensa che tornai a casa, con così tanta adrenalina in corpo che non riuscii a dormire.»

E che facesti?

«Mi accesi una sigaretta e mi misi a rivedere la partita in tv gustandomela in santa pace.»

E ancora con ste sigarette, nonno. Ma perché piangi?

«Cose mie, figliolo. Cose mie. Un giorno capirai. È che gli anni passano e non tornano più. Goditeli. E non rimandare a domani ciò che puoi fare oggi.»

Sì, nonno.

«Come quel Verona di Jurić. Promesso?»

Promesso, nonno. Ti voglio bene.

«Anch’io, ma dammi un’altra sigaretta.»

foto dagli spalti del Bentegodi di Marco Moretti degli Adimari.