“Pensavo che l’amore fosse anche questo: tenere qualcuno dentro un confine” così pensa Teresa, protagonista e narratrice di Come sorelle. E se dovessi descrivere questo romanzo con la strategia del tre, due, uno – che utilizzo in classe per catturare l’attenzione su in libro – sarebbe proprio questo: tre parole chiavi, ovvero memoria, confine, corpo. Due domande: si può alleviare il senso di colpa, anche senza un momento di riconciliazione? Come vedono il mondo quelli che restano, restano nel senso di rimangono, resistono, ai cambiamenti, ai conflitti storici, alle congiunture tragiche?

Una similitudine: Come sorelle ti entra in testa, e nello spirito, come ruvide parole ricevute che prima sospendono il giudizio, e poi si sciolgono in un canto lieve, in cui ogni nota, ogni voce, trova perfettamente il suo posto.

Un passo indietro, intanto. Come sorelle è la storia di Ester e Teresa, bambine che vivono in un borgo contadino del veronese, Soave, negli anni Venti del Novecento. Sono cugine, fjole de scarpari, ma la loro relazione simbiotica va ben al di là del grado di parentela: dall’infanzia dividono il letto, esperienze, giochi, segreti. Se stanno insieme, non può succedere loro niente, fino alla dipartita di Ester, vero spartiacque della storia. Mentre quest’ultima si trasferisce, impara un mestiere e inizia a una nuova vita fuori dal borgo, Teresa appartiene a coloro che rimangono: smette di studiare, inizia a lavorare con la madre, e subisce, dopo la partenza dell’amica, una serie di perdite devastanti, una progressiva espoliazione. Cova un profondo rancore per Ester che di fatto è il motore della narrazione e sembra essere la causa di tutto il dolore.

Elisa Bellero durante una presentazione del suo libro – Foto dal profilo Facebook di Elisa Bellero

Torniamo, però, alle tre parole chiave citate in precedenza. Memoria, perché il punto di vista della protagonista, che racconta la storia, agisce per selezione e sottrazione: sceglie i tasselli memorabili di un mosaico che intuiamo molto più complesso, e rende l’assenza di un personaggio una reale presenza. Inoltre, la memoria personale si intreccia inevitabilmente con alcune tessere, potentissime, della memoria comune: così Teresa solleva alcune zone d’ombra che risuonano per tutto il romanzo.

Le marce per l’Uomo nero, le tensioni sull’arruolamento del Secondo conflitto mondiale, l’attesa estenuante delle donne, le condizioni disperate di chi torna, i margini sottili della Resistenza e di chi si colloca dove rispetto ad essa. La memoria, poi, si nutre di reticenze, disseminate lungo tutta la trama. Il non dire diventa esso stesso un linguaggio e in questo l’autrice si dimostra abilissima, poiché i silenzi prendono corpo, si reificano. E il silenzio, o meglio tutta la sfera semantica attinente alla reticenza, si collega perfettamente alla parola chiave “corpo”.  

In Come sorelle il silenzio, tra i personaggi o in solitaria, si lega indissolubilmente alla fisicità, al gesto, alla corporeità delle donne e degli uomini, e ne forma una lingua col proprio alfabeto. Così, il dormire attaccata alla schiena dell’amica, l’uccisione di un coniglio come tappa necessaria, la Matrigna di Ester che toglierà i cuccioli appena nati alla cagna e il fatto di continuare a percuotere la figliastra, l’azione di pettinare i defunti, diventano episodi emblematici, iniziazioni di una comunità che perpetua il proprio legame con la terra.

La memoria del corpo non tradisce, perché trascrive ogni sensazione e la custodisce nel tempo. La terra poi non è soltanto fonte di sostentamento, è anche il luogo dove riposano i cari, ventre gravido, foriero di frutti, e secco, come quello della Signora, presso la quale Teresa lavora da giovane. In alcune pagine, ho ritrovato lontani ricordi dal romanzo di Tozzi, Con gli occhi chiusi, e da Canne al vento della Deledda, dal legame con la terra, ai personaggi asciutti, ai legami e le loro inibizioni e incomprensioni.

E poi confine. L’amore si misura nel conservare una persona all’interno di un confine, in questo caso, fisico. Chi esce dal borgo, chi si allontana dalle Coste, luogo simbolo con il capitello della Madonna nera, contravviene a una sorta di patto di sangue con quella terra, con quel microcosmo dotato di leggi proprie. Ma il confine è anche quello tra ruoli destinati alle donne e altri ben precisi per gli uomini, tra sentimenti ritenuti accettabili e altri invece percepiti come scomodi. Ed è proprio su questi ultimi che Teresa riflette, che si fa voce autorevole in una coralità femminile ben definita.

La rabbia provata e a lungo repressa, il rancore verso l’amica sparita e il malaugurio nei suoi confronti, il senso di colpa e lo sdoppiamento interiore. La protagonista abita un dolore silenzioso di cui forse non è la sola portatrice. Anche la madre, la vicina di casa Bruna, le altre donne del borgo conservano lo stesso grumo di buio? Non si può sapere perché non si può dire. Però allora torna ancora lo sguardo, il gesto singolo carico di significato, a suggerire e a salvare. È la Madre di Teresa, di cui non sappiamo non a caso il nome fino alla fine, che le sistema il vestito per il giorno delle nozze e lo fa con cura e di nascosto, riadattando quelle che era il suo. Senza bisogno di parole, così come Teresina non le troverà nemmeno al ritorno della figlia.

Come sorelle poi si distingue per la forza espressiva della lingua e l’iconicità dei luoghi. Partiamo da quest’ultimi. L’autrice narra una provincia veneta che non è scomparsa e di cui rimangono alcune vestigia, soprattutto nei nostri nonni e nelle loro fonti orali; e non si tratta solamente delle colline soavesi, dei vigneti, dei borghi e le corti, ma anche del modo di vivere le relazioni, l’intensità del lavoro in cui annegare ogni pensiero, di godere della felicità per piccoli momenti, per piccole cose, che però durano. La gioia di Teresa è silenziosa e non fa rumore, ma è dentro ed è piena.

E poi la lingua: una lingua essenziale, cristallina, dove la scelta della parola denota un forte peso referenziale. Nel mondo di Ester e Teresa nominare significa far esistere realmente, materializzare. La frase scarna detta piano, sottovoce, o in maniera forte e chiara, ha un forte potere evocativo. Come nella tragedia greca, al quale potrebbe rimandare anche il personaggio corale degli abitanti del borgo, i dialoghi sono serrati, le battute brevi, le immagini antitetiche.

Il dialetto veneto, poi, sapientemente dosato, partecipa di questa potenza espressiva: da un lato àncora la storia al suo tempo, al suo contesto, dall’altra richiama un microcosmo quasi mitico, una lingua delle origini che può spiegare in maniera più pura, più precisa, senza contaminazioni.

In conclusione, non ho solo letto, ma ho letteralmente abitato i capitoli di questa storia, vi ho dimorato a lungo. Se chiudo gli occhi e penso ancora al mondo di Teresa e Ester vedo la Madonna nera delle Coste, guardinga e senza risposta, testimone silenziosa delle disperate domande della protagonista, della sua rivalsa, del suo logorante senso di colpa. La sorella-suora, legata alla figura di Maria, osa essere imperfetta poiché dimostra come la confidenza e la fiducia che distinguono un rapporto familiare possano venire meno.

Teresa lo afferma e lo urla davanti al capitello: anche la famiglia può vacillare e tradirti. La Madonna, però, non risponde. Così, dentro di sé, la protagonista conserva domande aperte e brucianti, finisce per accarezzarle, per tenerle buone. Ed è il lettore stesso, infine, che viene messo dall’autrice di fronte alla Madonna nera, chiamato a scrutarsi all’interno e ad essere onesto, a farsi domande. E un libro che pone tante domande, anche disturbanti, è un libro che lascia il segno.

Il borgo di Soave

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