Il destino dell’Hellas Verona, quel giorno, si giocò anche su dieci minuti. La squadra era nella prima carrozza, quella attaccata al locomotore, ma i giocatori vennero chiamati in anticipo nella carrozza ristorante. Si spostarono e si salvarono. Anche una ragazza che viaggiava sul treno, diventata loro amica e invitata a raggiungerli, riuscì a evitare la tragedia. Una coincidenza, una decisione presa quasi per caso, una vita che prende una direzione diversa.

Da questo episodio prende le mosse Espresso 572 bis, lo spettacolo scritto e diretto da Giulia Tomelleri, in scena al Teatro Satiro-Off di Verona venerdì 16 e sabato 17 ottobre alle 21 e domenica 18 ottobre alle 17. Cinque interpreti del Teatro del Cimento e quattro musicisti dei Regina Mab portano sul palco una storia che parte dalla memoria sportiva per allargarsi agli anni di piombo, alla strategia della tensione e alle responsabilità che ancora interrogano la coscienza pubblica.

L’idea nasce da un racconto del padre di Tomelleri, il noto giornalista Raffaele, che all’epoca aveva seguito la vicenda anche attraverso il proprio lavoro. La ricerca sui quotidiani dell’epoca ha restituito il ritratto di un Paese attraversato da attentati, violenze e tensioni politiche, nel quale la tragedia ferroviaria finì presto ai margini delle cronache. L’obiettivo non è formulare nuove ipotesi sulle circostanze dell’incidente, ma utilizzare quell’episodio come punto di partenza per raccontare un periodo della storia italiana ancora poco conosciuto, soprattutto dalle generazioni più giovani.

Giulia, come nasce l’idea di portare in scena questa vicenda?

«La scintilla è stata proprio un racconto di mio padre, che circa due anni fa mi parlò di questo episodio. Sinceramente non lo conoscevo e mi sono resa conto che anche a Verona poche persone lo ricordavano. Parlando con altri, persino con chi all’epoca seguiva il Verona, ho scoperto quanto fosse poco presente nella memoria collettiva. Mio padre mi raccontò che la vicenda era stata archiviata come incidente ferroviario, anche se qualcuno aveva sollevato dei dubbi. Devo essere sincera: non volevo fare dietrologie né proporre tesi, perché è difficile ricostruire una vicenda del genere a così tanti anni di distanza. Mi interessavano la storia, il suo legame con il Verona e un tipo di calcio fatto di uomini, persone e vicende che si intrecciano. C’è una città intera attaccata a quella squadra, con i suoi giocatori e i suoi ricordi. È una storia che, per certi aspetti, avvicina l’Hellas alle grandi tragedie sportive del passato».

Il fatto che l’episodio si collochi negli anni di piombo ha progressivamente allargato il perimetro del racconto.

«Sono nata nel 1982 e ho sempre avuto un interesse per gli anni Settanta. Mi sembra un periodo ancora poco conosciuto, soprattutto dalle generazioni più giovani. Il giorno in cui accade questa vicenda siamo a circa un mese dal rapimento di Aldo Moro, ancora nelle mani delle Brigate Rosse, e viene pubblicata la sesta lettera dell’organizzazione, quella in cui si annuncia la conclusione del processo politico e la condanna a morte.

Giulia Tomelleri

Ho pensato di partire dall’episodio ferroviario per raccontare ciò che succedeva in Italia e, in particolare, a Verona. La città è stata un crocevia fondamentale delle vicende legate alla strategia della tensione e al terrorismo nero. È incredibile pensare a quanto Verona sia stata coinvolta in una serie di fatti che hanno segnato l’intero Paese. Eppure, quando si parla di quel periodo, permane spesso l’idea che sia tutto un mistero, che non si possa sapere che cosa sia successo».

Invece, sottolinei che alcune verità sono state accertate.

«Sì. Ci sono state indagini e processi lunghissimi, durati anni, e almeno alcuni punti fermi sono stati raggiunti. Se oggi sappiamo determinate cose, lo dobbiamo anche a chi ha indagato. Per questo mi interessa il tema della responsabilità individuale: ognuno di noi può dire che è tutto troppo complicato, che è impossibile arrivare alla verità, oppure può provare a informarsi, a fare le domande giuste, a capire che cosa è successo. Magari non riusciremo, come singoli, a ricostruire l’intero quadro. Ma possiamo cercare dei pezzi di verità, sapendo che qualcuno dopo di noi potrà continuare. È un modo per non rassegnarsi a vivere in una specie di eterno presente, nel quale si può dire tutto e il contrario di tutto senza rendere conto a nessuno».

È un tema che riguarda anche il modo in cui oggi viene raccontata la storia degli anni Settanta.

«Mi colpisce che, ancora oggi, su vicende così importanti si possa evitare di affrontare fino in fondo la questione delle responsabilità. Penso, per esempio, alle commemorazioni in cui si ricordano le vittime del terrorismo senza nominare la matrice neofascista di una strage. Oppure a dichiarazioni pubbliche che confondono fatti storici fondamentali. Credo che si possa prendere le distanze da una stagione politica, riconoscere le responsabilità di determinate frange e condannarle senza ambiguità. Questo vale per tutte le parti politiche. Quando, invece, si continua a confondere le acque, si impedisce di fare i conti con il passato. E senza giustizia anche la memoria perde significato. Mi interessa che chi guarda lo spettacolo possa interrogarsi su questo, senza che io debba consegnargli una risposta già pronta. Raccontare gli anni Settanta è anche un modo per guardare al presente attraverso ciò che è già accaduto».

Come hai lavorato per tenere insieme la storia del Verona e quella politica?

Foto di Martina Poggiani

«Gli articoli di mio padre e di altri giornalisti dell’epoca ha rappresentato il punto di partenza. Ho lavorato soprattutto da sola, come mi succede quando scrivo, ma il confronto con mio padre e con Franco Manzini dei Regina Mab è stato fondamentale per capire come far convivere le diverse anime dello spettacolo. Ho fatto anche una ricerca sui quotidiani dell’epoca, tra cui la Repubblica, il Corriere della Sera e l’Unità, per verificare come la vicenda fosse stata raccontata e per quanto tempo avesse trovato spazio. Abbiamo scoperto che se ne parlò per circa tre giorni, poi praticamente più nulla.

Nelle stesse pagine si susseguivano le notizie sul rapimento Moro e sugli attentati: era un periodo davvero tumultuoso. Mi ha colpito anche la lingua degli articoli. C’era una qualità della scrittura che oggi è difficile ritrovare, persino nel racconto di un evento drammatico. Alcuni passaggi sono entrati nello spettacolo proprio perché avevano una forza narrativa straordinaria. Scrivere significa anche togliere. Ho prodotto molto materiale, poi ho tagliato, riscritto e ricominciato. Il finale, per esempio, non lo avevo: è arrivato una notte. Poi ho fatto leggere il testo a mio padre e a Franco, e il loro riscontro mi ha aiutata a capire che quella poteva essere la versione definitiva».

A proposito di Franco, leader dei Regina Mab, con te e gli altri attori sul palco: la musica ha un ruolo importante, anche nel rendere accessibile una materia impegnativa.

«È un elemento chiave, perché permette di attraversare il periodo anche attraverso le sensazioni e le atmosfere. I brani sono quasi tutti canzoni note del 1978, italiane e internazionali. L’eccezione è Anni di piombo dei Virginiana Miller. La scelta è stata fatta insieme a Franco, che ha avuto un ruolo importante nella costruzione musicale. La musica aiuta a dare ritmo e a far sentire al pubblico qualcosa di quel tempo. Non è soltanto un accompagnamento: dialoga con la narrazione e con le azioni sceniche. Veniamo da un teatro piuttosto fisico, quindi il racconto si sviluppa anche attraverso il movimento».

In scena convivono personaggi realmente esistiti e figure costruite per lo spettacolo.

«C’è una ragazza realmente esistita, che si trovava sul treno e che entra in contatto con i calciatori. È una figura importante anche per raccontare come l’Hellas si sia salvato. I giocatori vennero chiamati con dieci minuti di anticipo nella carrozza ristorante e si spostarono. La ragazza non aveva un posto lì, ma nel frattempo aveva fatto conoscenza con gli atleti e fu invitata ad unirsi a loro. Anche lei si salvò. Non voglio anticipare troppo, perché questo passaggio ha un suo peso nella narrazione. Accanto a lei ci sono personaggi costruiti appositamente, tra cui una sorta di giornalista, qualcuno che cerca di ricostruire i fatti e mettere insieme gli elementi. Il risultato è un intreccio tra chi si trovava sul treno e chi, da fuori, prova a capire che cosa sia accaduto».

Lo spettacolo ha debuttato l’8 agosto al Lazzaretto. Che cosa ti ha restituito il pubblico?

Giulia Tomelleri

«È stato bellissimo. Avevo visto il Lazzaretto l’anno precedente per un concerto e avevo pensato che sarebbe stato un luogo perfetto. Ci sono state circa duecento persone, un risultato che non mi aspettavo, considerando che era agosto e che un debutto porta sempre con sé molte incognite. La cosa che mi ha colpita di più è stata la reazione di persone che non conoscevo.

Tra il pubblico c’erano familiari di alcune persone che si trovavano su quel treno. Erano commossi e ci hanno ringraziato per aver affrontato la storia in quel modo. Non era affatto scontato. Poi sono venute persone che avevano vissuto quegli anni e che mi hanno detto di essersi sentite riportate in quel periodo, grazie alla musica, alla narrazione e al ritmo. Quando scrivi, lavori a lungo da sola e non sai se ciò che funziona nella tua testa riuscirà ad arrivare agli altri. Quel riscontro mi ha fatto capire che qualcosa era passato».

Che cosa ti porti dietro, dopo aver approfondito e raccontato questa storia?

«Penso che raccontare gli anni Settanta sia stato anche un modo per guardare al presente. Mi porto dietro soprattutto l’idea della responsabilità individuale, la convinzione che non sia vero che le cose sono sempre troppo grandi per essere comprese. Possiamo provare a capire, cercare informazioni, mettere insieme i pezzi, anche sapendo che non arriveremo necessariamente a una risposta definitiva. Mi colpisce molto la forza dei familiari delle vittime, da piazza della Loggia a Ustica, fino a tanti altri casi della nostra storia recente. Persone che hanno dedicato una parte enorme della propria vita alla ricerca della giustizia. È anche grazie a loro e a chi ha indagato che oggi conosciamo fatti che non riguardano soltanto le famiglie direttamente coinvolte, ma tutti noi. Credo che ci sia ancora molto da approfondire, anche per quanto riguarda il modo in cui raccontiamo gli anni di piombo alle nuove generazioni. Mi sembra difficile capire come si possa non avere la curiosità di approfondire vicende che riguardano il nostro Paese e, quindi, anche il nostro presente».

Ti piacerebbe che lo spettacolo lasciasse al pubblico una domanda da portarsi a casa?

Foto di Martina Poggiani

«Sì. Non ho nessun delirio di onnipotenza, quindi lo dico con molta trasparenza: spero che qualcosa dell’idea arrivi. Magari qualcuno coglierà soprattutto la parte calcistica, qualcun altro quella politica, storica o musicale. Dentro ci sono diverse anime e ognuno può trovare il proprio punto d’accesso. Il teatro civile, per come lo intendo io, dovrebbe lasciare qualche domanda in più. Non pretendo che uno spettacolo possa esaurire questi temi, ma mi piacerebbe che le persone uscissero dalla sala con la voglia di approfondire un aspetto della nostra storia, di leggere un libro, cercare un documento, farsi una domanda che prima non si erano poste.

C’è anche un elemento che mi ha colpita molto: a volte è davvero un quasi a determinare una vita. La squadra si salva per una coincidenza, per pochi minuti che determinano uno spostamento. Sei sempre sul filo del rasoio e una circostanza minima può separare due destini completamente diversi. È un pensiero che mi porto dietro anche fuori dal teatro. Ognuno di noi ha il dovere di informarsi e di fare domande, non soltanto quando una vicenda lo riguarda personalmente, ma anche quando coinvolge altre persone. Perché, alla fine, non siamo isole».

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