Per Barbara Schiavulli il conflitto israelo-palestinese non è soltanto una delle tante guerre raccontate in carriera. È il punto da cui è partito tutto. Il luogo in cui ha imparato a fare giornalismo e, forse, anche quello in cui ha iniziato a interrogarsi sulla domanda che attraversa da sempre il suo lavoro: cosa accade agli esseri umani quando la violenza diventa normalità? Da questa domanda nasce Voragini, un romanzo che rinuncia alle spiegazioni facili e alle certezze ideologiche per addentrarsi nelle coscienze di chi la guerra la vive, la subisce e la combatte.

Giornalista di guerra da oltre trent’anni, Schiavulli ha attraversato alcuni dei principali teatri di crisi contemporanei, dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Siria allo Yemen. Nei suoi libri precedenti ha spesso raccontato le conseguenze dei conflitti attraverso testimonianze, reportage e storie raccolte sul campo. Con quest’ultima opera compie però un passaggio ulteriore. Non si limita a osservare la guerra dall’esterno, ma prova a entrare nella mente di chi la attraversa quotidianamente, cercando di comprendere le paure, le convinzioni e i meccanismi che permettono alla violenza di perpetuarsi.

Le sei voci che abitano il romanzo diventano altrettanti “affacci” su una realtà che sfugge a qualsiasi semplificazione. C’è un contadino palestinese che difende i propri ulivi come una parte inseparabile della propria identità. C’è un colono israeliano convinto di esercitare un diritto antico sulla stessa terra. C’è un soldato che scopre il peso concreto delle proprie azioni. Una chirurga impegnata a salvare vite nel mezzo della devastazione. Una madre. E una giornalista che continua a raccontare ciò che vede pur avendo ormai maturato il dubbio che le parole, da sole, non riescano più a cambiare il corso degli eventi.

È proprio questo interrogativo a rappresentare uno dei nuclei più interessanti del libro. Schiavulli parte da una constatazione maturata negli ultimi anni: oggi sappiamo tutto. Le immagini delle guerre arrivano in tempo reale, le testimonianze circolano ovunque, l’orrore è sotto gli occhi di tutti. Eppure la consapevolezza sembra non tradursi necessariamente in cambiamento. Ci si indigna, si commenta, si prende posizione, ma il meccanismo continua a funzionare. La violenza non prospera soltanto grazie al silenzio. Può prosperare anche attraverso l’assuefazione.

In questo senso Voragini è un libro che parla tanto del presente quanto del conflitto israelo-palestinese. Le domande che pone non riguardano soltanto chi vive la guerra, ma anche chi la osserva da lontano. Come si arriva a considerare accettabile ciò che dovrebbe essere inaccettabile? Come si costruiscono le narrazioni che giustificano la sofferenza altrui? E soprattutto, quale responsabilità hanno coloro che assistono senza intervenire?

Schiavulli non offre risposte definitive. Anzi, sembra diffidare di chi pretende di averne. La sua scrittura evita accuratamente la tentazione di distribuire torti e ragioni in modo schematico. Non perché tutte le posizioni siano equivalenti, ma perché la realtà che racconta è troppo complessa per essere compressa in una formula. Al centro del romanzo non c’è la ricerca di una verità assoluta, bensì la volontà di mostrare come le persone arrivino a vedere il mondo attraverso prospettive spesso incompatibili tra loro.

Il titolo sintetizza efficacemente questa impostazione. Le voragini sono quelle lasciate dalla perdita, dal lutto, dalla paura e dall’odio. Sono ferite individuali e collettive che attraversano le esistenze dei personaggi. Ma sono anche le crepe che si aprono tra ciò che vediamo e ciò che scegliamo di fare con ciò che vediamo. Vuoti che nessuna spiegazione riesce davvero a colmare.

La scrittura è asciutta, controllata, priva di enfasi superflue. Schiavulli non cerca effetti spettacolari e non indulge nella retorica del dolore. La tensione nasce dalla vicinanza ai personaggi e dalla capacità di restituire la complessità delle loro scelte senza trasformarla in ambiguità morale. Il risultato è un romanzo che procede per accumulo di domande più che di risposte, lasciando al lettore il compito di orientarsi in un terreno volutamente instabile.

Chi ha avuto modo di ascoltare Barbara Schiavulli nelle diverse occasioni in cui è stata ospite del Festival del Giornalismo di Verona ritroverà molte delle riflessioni che da anni caratterizzano il suo lavoro: la centralità del diritto internazionale, la fragilità delle istituzioni chiamate a difenderlo, il rischio di normalizzare la violenza e la necessità di continuare a raccontarla anche quando sembra inutile.

Voragini è, probabilmente, il libro più disilluso dell’autrice. Ma sarebbe un errore scambiarlo per un libro pessimista. La sua forza sta proprio nell’ostinazione con cui continua a interrogare la realtà nonostante la consapevolezza dei propri limiti. Non promette soluzioni, non offre consolazioni e non permette al lettore di rifugiarsi nella tranquillità delle proprie convinzioni.

Alla fine resta soprattutto una sensazione di esposizione. Come se Schiavulli chiedesse a chi legge di sostare qualche minuto in più davanti a ciò che normalmente preferiremmo archiviare in fretta. Non per trovare una risposta definitiva, ma per evitare che la guerra diventi soltanto un’altra notizia destinata a scorrere via. In un tempo dominato dalle semplificazioni e dalle appartenenze automatiche, è forse questo il risultato più significativo che un libro come Voragini possa raggiungere.

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