Un disco delle Orme può cominciare da una copertina. Un’immagine che cattura lo sguardo, il vinile che torna a girare sul piatto, qualche minuto di ascolto e quella musica che arriva da un’epoca lontana si rimette in moto. Non è detto che chi la ascolta oggi fosse già nato quando Felona e Sorona entrava nei negozi. Anzi, forse è proprio questo il punto. Il progressive italiano sta vivendo una nuova stagione. Non necessariamente una stagione nostalgica, perché accanto a chi torna ad ascoltare i dischi della propria giovinezza c’è chi li scopre per la prima volta. A Verona, una parte di questa riscoperta passa dal Teatro Alcione e dal lavoro di Gianni Lai, local promoter che da anni porta in città artisti legati soprattutto alla scena prog.

Da novembre ad aprile il Teatro Alcione in Borgo Santa Croce a Verona ospiterà quattro appuntamenti con Le Orme, Banco del Mutuo Soccorso, Piccola Orchestra dell’Osteria dei Fuori Porta e Off the New Trolls. Ma per Lai il passato ha senso soltanto se serve a guardare avanti.

Lai, la sua storia con il progressive comincia molto prima di diventare un lavoro.

Gianni Lai

«La musica mi ha accompagnato fin da bambino. Avevo un amico più grande di me che cominciò a farmi ascoltare Le Orme, il Banco e altri gruppi. È un tipo di musica che mi aveva catturato subito. Negli anni Settanta, secondo me, il prog italiano aveva raggiunto livelli altissimi. Le Orme, il Banco e altri erano riusciti anche a uscire dai confini nazionali, a farsi conoscere all’estero e a lavorare con etichette importanti. Questo significa che non era soltanto un fenomeno italiano, ma una musica che aveva una qualità riconosciuta anche fuori».

Oggi quella musica sembra avere trovato ascoltatori che allora non potevano esserci.

«È una cosa che noto anch’io. Naturalmente ai concerti c’è la mia generazione e ci sono persone ancora più grandi, ma arriva anche gente relativamente giovane. La riscoperta del vinile ha contribuito molto. Ci sono ragazzi che magari non conoscevano il Banco o Le Orme e che li scoprono quasi per caso. A volte partono dalle copertine, che nel caso delle Orme sono vere opere grafiche, e poi vanno a vedere cosa c’è dentro».

Forse anche perché quei dischi chiedevano un ascolto diverso.

«All’epoca un disco veniva concepito come un insieme. Tutto doveva avere un senso. C’erano i concept album, c’erano testi importanti, c’era una ricerca musicale. Felona e Sorona delle Orme, per esempio, è un disco che ha avuto una dimensione internazionale ed è costruito intorno a un vero progetto. Anche il Banco dava molta importanza ai testi. Un giovane che oggi si avvicina a quella musica può trovare contenuti che nella produzione contemporanea non sempre è facile incontrare».

Ma il dato forse più interessante è che la riscoperta non riguarda soltanto i grandi nomi. A Verona c’è ancora chi il prog lo suona e lo scrive.

«Sì. Organizzando i concerti ho scoperto che a Verona ci sono parecchi gruppi che fanno prog con musica originale. Prima delle Orme, per esempio, suoneranno i Seymour e I Fiori nei Giardini Chiusi. Prima del Banco ci saranno gli Astrolabio, che fanno proprio progressive e producono anche dischi. Questo significa che un humus c’è ancora. Bisogna soltanto riuscire a dargli spazio».

Ed è questo il filo che lega la rassegna dell’Alcione alla sua attività di promoter?

«Assolutamente. Io ho sempre cercato di portare avanti le musiche che piacevano principalmente a me. Oltre ai gruppi prog, seguo da molti anni anche Equipaggio Sperimentale, con ex musicisti di Battiato. Cerco di mantenere un discorso sulla qualità. E la risposta c’è. Altrimenti rischieremmo di andare avanti soltanto con le cover band».

La rassegna dell’Alcione prova così a mettere in comunicazione due tempi diversi. Da una parte Le Orme, il Banco, gli ex New Trolls, musicisti e repertori che appartengono alla storia del rock italiano. Dall’altra i gruppi veronesi che apriranno alcune delle serate e che continuano a produrre musica propria.

«Le Orme sono ormai un gruppo consolidato, con un repertorio enorme e un pubblico molto fedele. Il Banco invece manca da Verona da una decina d’anni ed è quindi particolarmente atteso. Essendo un gruppo romano, non capita spesso di averlo dalle nostre parti. Ma per me è importante soprattutto il fatto che ci siano anche le band veronesi. Non voglio soltanto riproporre il passato».

Quattro serate, dal 21 novembre al 2 aprile, con la possibilità di seguirle tutte con un abbonamento da 100 euro. Una piccola rassegna che però riapre una questione molto più grande: dove può suonare oggi una band che vuole proporre musica originale?

«A Verona gli spazi per i giovani sono pochi. Questo è un limite. Un gruppo che vuole fare musica fa fatica a trovare il luogo e la dimensione giusta. Così molti finiscono nei bar, dove è più facile trovare spazio ma dove naturalmente la cover band dà una risposta immediata. Se ci fosse uno spazio dove i giovani potessero esibirsi e proporre la propria musica, probabilmente potrebbe emergere qualche realtà interessante. Oggi è complicato».

È una questione che a Verona ritorna ciclicamente. Una città che ha avuto una scena musicale vivace, soprattutto negli anni Novanta, e che oggi può contare su alcuni teatri e spazi capaci di ospitare concerti, ma che continua a soffrire la mancanza di luoghi intermedi, quelli dove una band può crescere prima di arrivare ai palchi più grandi.

«Credo che gli anni Settanta siano stati fondamentali per la musica italiana, anche per i testi. Penso a Battiato: La voce del padrone ha compiuto 45 anni e, riascoltato oggi, è ancora attualissimo, sia per la musica sia per i testi. Forse i giovani dovrebbero ascoltare un po’ di più anche quello che è stato fatto in passato e trarre ispirazione da lì».

Forse è questa la ragione per cui il progressive continua a riaffiorare. Non perché il passato abbia bisogno di essere celebrato all’infinito, ma perché alcune idee resistono meglio delle mode che le hanno circondate. L’album come racconto, la musica come ricerca, il testo come parte integrante della composizione, il rifiuto dell’idea che una canzone debba necessariamente essere immediata. Al Teatro Alcione arriveranno musicisti che quella stagione l’hanno costruita. Ma, se le cose funzioneranno come Lai spera, sotto il palco ci sarà anche qualcuno che quella stagione non l’ha mai vissuta. E che potrebbe uscirne con la voglia di scrivere la propria musica. In fondo, per un genere nato mezzo secolo fa, non sarebbe un cattivo modo per dimostrare di essere ancora vivo.

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