Giovanni Domaschi, l’antifascista veronese riscoperto attraverso i suoi diari
Dai diari ritrovati alla memoria dell’antifascismo veronese: Andrea Dilemmi ripercorre la vita, le lotte e le evasioni dell’anarchico Giovanni Domaschi.

Dai diari ritrovati alla memoria dell’antifascismo veronese: Andrea Dilemmi ripercorre la vita, le lotte e le evasioni dell’anarchico Giovanni Domaschi.

Fabbro, meccanico, anarchico, antifascista. La vita di Giovanni Domaschi attraversa alcuni dei passaggi cruciali della storia politica e sociale veronese della prima metà del Novecento: dalle lotte operaie del Biennio rosso alla repressione fascista, passando per il carcere e il confino, fino alla partecipazione al secondo Comitato di liberazione nazionale veronese e alla deportazione in Germania, da dove non fece più ritorno.
Una vicenda rimasta a lungo ai margini della memoria cittadina e riemersa anche grazie al fortuito ritrovamento di due suoi diari, oggi raccolti nel volume Le mie prigioni e le mie evasioni, pubblicato da Cierre Edizioni e curato dallo storico Andrea Dilemmi.
Quello di Dilemmi su Domaschi si inserisce in un percorso di ricerca più ampio dedicato alla storia dell’anarchismo e della conflittualità sociale veronese. Già nel 2006 lo storico aveva pubblicato per BFS Edizioni Il naso rotto di Paolo Veronese. Anarchismo e conflittualità sociale a Verona (1867-1928), uno studio che ricostruisce lo sviluppo delle lotte operaie e contadine e delle organizzazioni sindacali tra l’Unità d’Italia e l’avvento del fascismo, soffermandosi in particolare sul ruolo assunto in questo contesto dai sindacalisti rivoluzionari e dagli anarchici.
La vicenda individuale di Domaschi diventa così anche una lente attraverso cui osservare una Verona diversa dall’immagine di città immobile e pacificata: una realtà attraversata, soprattutto nel primo dopoguerra, da forti tensioni sociali e da un movimento sindacale capace di assumere un peso rilevante anche a livello nazionale. Proprio attraverso le parole di Dilemmi abbiamo ripercorso la storia di Domaschi, dalla militanza politica e sindacale ai rocamboleschi tentativi di evasione, fino alla partecipazione alla nascita della Resistenza veronese. Una storia che permette anche di interrogarsi sulle ragioni per cui alcune componenti dell’antifascismo siano rimaste ai margini della memoria pubblica e su ciò che la loro riscoperta può ancora raccontare alla Verona contemporanea.
Dilemmi, come nasce il progetto editoriale di Le mie prigioni e le mie evasioni e cosa l’ha spinta a recuperare e pubblicare gli scritti di Giovanni Domaschi?
«L’idea di ricostruire la vita di Domaschi e di pubblicare i suoi diari nasce da due circostanze fortuite: il ritrovamento da parte di una docente dell’Università di Firenze, Adriana Dadà, di uno dei suoi diari tra le carte di uno storico anarchico, Ugo Fedeli, conservate presso l’Istituto di Storia Sociale di Amsterdam. Dopo questo ritrovamento, negli anni Novanta, avevamo organizzato con l’allora Centro di documentazione anarchica La Pecora Nera un incontro pubblico che aveva portato alla “riscoperta” di Domaschi. La seconda è quando il professor Zangarini dell’Università di Verona, fondatore dell’Istituto per la storia della Resistenza, mi chiamò per verificare la calligrafia di un diario che un antiquario gli aveva proposto di acquistare: era effettivamente un secondo diario di Domaschi. A questo punto, assieme a Zangarini e all’istituto, abbiamo deciso di pubblicarli e io mi sono dato da fare in archivi e biblioteche per trovare tutti i possibili tasselli della sua biografia.»
Quali sono state le principali difficoltà nel ricostruire e contestualizzare la vicenda biografica di Domaschi?
«Fortunatamente la polizia aveva scritto molto su di lui e anche i suoi compagni di confino e di prigionia ne hanno parlato spesso nelle loro memorie, quindi, avendo i suoi diari, non è stato troppo complesso ricostruire gli anni di detenzione durante il ventennio fascista. Più difficile è stato ricostruire la sua attività dagli anni precedenti, dall’inizio del secolo alle lotte del Biennio rosso, perché esistevano soltanto frammenti tratti dai giornali dell’epoca che ho poi cercato di mettere assieme. Ci sono però ancora delle lacune, soprattutto perché non è stato possibile intervistare testimoni che l’avessero conosciuto di persona, visto il tempo trascorso.»
C’è un episodio raccontato da Domaschi che, durante il lavoro sul volume, l’ha colpita più degli altri?
«Sicuramente i due tentativi di fuga, che sembrano tratti da un film: quello di Lipari del 1928, dove Domaschi che di mestiere era fabbro meccanico, riuscì a fabbricarsi una chiave per aprire le celle del carcere, da cui fuggì con altri tre travestito da prete. Non essendo riusciti a procurarsi una barca, i quattro non poterono però lasciare l’isola. Il fallimento della fuga di Domaschi e compagni fu osservato da Emilio Lussu, Carlo Rosselli e Francesco Fausto Nitti che riuscirono a scappare dall’isola l’anno seguente a bordo di un motoscafo giunto appositamente dalla Francia per prelevarli. La seconda rocambolesca evasione fu quella dalle carceri di Messina, dove nel 1929 segò le sbarre con una lima calandosi poi con le lenzuola. Purtroppo fu riconosciuto e catturato prima che riuscisse a imbarcarsi sul traghetto per il continente.»
Quanto conta la formazione anarchica di Domaschi nel determinare tanto il suo percorso politico quanto la repressione che subisce?
«Dagli esordi nel movimento giovanile socialista e antimilitarista fino all’adesione al movimento anarchico negli anni della Prima guerra mondiale, Domaschi non abbandonò mai la militanza politica e sindacale e quindi certamente le sue convinzioni lo portarono a subire la repressione da parte della polizia e del regime fascista.

Il suo radicale antifascismo si manifestò subito già nel periodo dello squadrismo, quando fu arrestato in seguito a uno scontro a fuoco con alcuni fascisti a Ponte Pietra, nel 1921.»
Quale ruolo ebbe Domaschi nell’antifascismo veronese? E quanto la sua figura era inserita in una rete più ampia di opposizione al regime?
«A parte gli sporadici scontri prima della Marcia su Roma, Domaschi venne arrestato nel 1926 e trascorse tutto il Ventennio fascista al carcere e al confino dove conobbe il futuro Presidente Pertini e condivise la cella con Ernesto Rossi, padre del Manifesto di Ventotene. A Verona ebbe un ruolo solo dopo l’8 settembre, quando riuscì fortunosamente a fuggire dal campo in cui era recluso ritornando in città. Qui partecipò in rappresentanza degli anarchici alle attività del secondo Comitato di liberazione nazionale diretto da Francesco Viviani, ancora un embrione di quello che sarebbe stato poi la Resistenza. Fu arrestato tra i primi, torturato e poi deportato in Germania, da dove non fece ritorno. Si trattò quindi di pochi mesi di attività clandestina, che gli furono purtroppo fatali.»
Esiste secondo lei il rischio che figure come Domaschi, meno facilmente riconducibili a una narrazione “eroica” e lineare della Resistenza, finiscano ai margini della memoria pubblica?
«A Domaschi non mancavano certo il coraggio, le forti convinzioni e la costanza. Ma la sua storia è rimasta a lungo nell’ombra, per due motivi: faceva parte della generazione dei “vecchi” antifascisti che erano stati per vent’anni costretti al silenzio, rinchiusi nelle carceri e deportati nelle isole; inoltre non ebbe modo, al contrario di altri, di partecipare attivamente all’“epopea” armata della Resistenza. In generale, va detto, è stato il contributo degli anarchici alla Resistenza a essere messo in ombra nell’Italia repubblicana, dove diventeranno protagonisti i partiti politici dell’arco parlamentare. Negli anni Duemila, come piccolo contributo per mantenere viva la sua memoria gli è stata intitolata la biblioteca che ha sede oggi presso La Sobilla, a Veronetta.»
Quale eredità culturale e civile ritiene abbia lasciato Domaschi a Verona?
«Innanzitutto è stato una delle principali figure di militanti veronesi nel periodo del Biennio rosso, degli scioperi agrari ma soprattutto dell’occupazione delle fabbriche in città nel 1920. Verona aveva un movimento sindacale e socialista molto forte in quegli anni, e Domaschi certamente ne è stato uno dei protagonisti, anche se al di fuori delle istituzioni.

C’è poi il lascito simbolico e umano che emerge in particolare quando si legge ciò che ha lasciato scritto di sé durante il lungo ventennio di detenzione e confino: anche dalle carte di polizia e dai procedimenti giudiziari risulta sempre la sua profonda convinzione in ciò che riteneva giusto e la fortissima coerenza con cui non si è mai lasciato piegare dal regime, anche in momenti molto difficili che riguardavano le sue relazioni familiari.»
Conoscere oggi una figura come Giovanni Domaschi può aiutarci davvero a leggere il presente oppure esiste il rischio opposto, cioè quello di interrogare la storia soltanto per trovare conferme alle nostre categorie contemporanee?
«Questa domanda in realtà può essere posta per qualsiasi avvenimento, processo o soggetto della storia, perché noi interroghiamo sempre il passato stando nel presente, con i nostri quadri mentali. La società in cui è vissuto Domaschi e ha cercato di mettere in pratica le sue convinzioni e le sue speranze è molto diversa da quella attuale. Oggi il mondo non è però molto più giusto e libero di allora. Anzi, alcune tendenze odierne sembrano prospettare un autoritarismo che rischia di diventare peggiore di quello dei regimi totalitari del Novecento. Credo innanzitutto che la vita di Domaschi sia interessante per comprendere meglio, appunto, il mondo in cui è vissuto e il modo di pensare e di agire di un operaio anarchico del secolo scorso, liberandosi almeno in parte di narrazioni eccessivamente semplicistiche. Inoltre, a cominciare dal titolo che volle dare alle sue memorie e che riprende, con un accenno di sarcasmo autocelebrativo, quello delle memorie di Silvio Pellico, la forza tranquilla ma determinata della sua resistenza negli anni del regime può rappresentare indubbiamente – se usciamo per un attimo dai binari della storiografia senza però sconfinare nella retorica – un esempio e uno stimolo per chi sente profondamente le ingiustizie che lo circondano e intende attivarsi per un mondo migliore, sapendo che dovrà confrontarsi con gli ostacoli che l’autorità, nelle sue varie forme, frappone sempre alla volontà di emancipazione.»
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