Il futuro, secondo Elisa Sorrentino, non appartiene a chi saprà fare meglio una macchina, ma a chi sarà capace di immaginare ciò che una macchina non potrà mai creare. È da questa convinzione che nasce l’identità di Moodart, l’accademia di alta formazione fondata a Verona nel 2011, oggi frequentata da oltre 250 studenti all’anno e inserita in una rete di circa 200 aziende partner. Un modello didattico costruito su misura, dove teoria e pratica convivono e la formazione accademica procede di pari passo con quella umana. La stessa filosofia ha dato vita a Io non scendo, una rassegna gratuita aperta alla città che porta sullo stesso palco filosofe, linguiste, sociologe, scrittrici e professioniste della creatività per affrontare temi come parità di genere, discriminazioni, linguaggio e cittadinanza. Un progetto, nato in collaborazione con Olivia Spinelli, nato quasi per caso, da un libro regalato e da una conversazione davanti a un caffè, che in pochi mesi è riuscito a riempire sale e a costruire una comunità di persone desiderose di confrontarsi.

“Io non scendo” è un titolo che incuriosisce e provoca. Che cosa significa oggi “non scendere”?

Elisa Sorrentino, fondatrice e amministratrice delegata di MoodArt

«Il titolo prende ispirazione dal libro Io non scendo, dedicato a quelle donne e bambine che, nella seconda metà dell’Ottocento, decisero di salire sugli alberi. Era un gesto di ribellione, ma anche un modo per cambiare prospettiva. In un’epoca in cui perfino gli abiti femminili rendevano difficile farlo, scegliere di salire significava sfidare le convenzioni. Oggi “non scendere” significa avere il coraggio di prendere posizione, far sentire la propria voce quando serve, restare fedeli ai propri valori e accettare anche una posizione scomoda pur di guardare la realtà da un altro punto di vista.»

Moodart è un’accademia di moda, eppure con “Io non scendo” si parla di filosofia, linguaggio, storia, diritti e letteratura. Perché una scuola di moda sente il bisogno di diventare anche uno spazio di dibattito culturale?

«Per noi è imprescindibile. Siamo un’accademia di moda, ma prima ancora siamo un’accademia creativa. Il nostro compito è formare persone capaci di leggere il presente e interpretare il futuro. La creatività nasce dall’incontro tra linguaggi diversi, per questo lavoriamo con musei, istituzioni culturali, aziende e realtà artistiche. Vogliamo formare ragazze e ragazzi che sappiano pensare criticamente, perché tutto ciò che è standardizzato lo farà una macchina. Quello che resterà alle persone sarà la capacità di immaginare, progettare e creare connessioni.»

Nei vostri incontri ricorre spesso il tema dello sguardo e del cambio di prospettiva. Verona ha bisogno di nuovi sguardi?

«Sì, perché percepisco un fermento molto interessante. Ci sono tante persone che desiderano fare divulgazione culturale, artistica e sociale. Il punto è riuscire a fare rete. Anche Io non scendo prende ispirazione dagli alberi, che attraverso le radici si sostengono a vicenda. Credo che Verona abbia bisogno proprio di questo: creare connessioni tra chi già lavora su questi temi e costruire luoghi e occasioni che facilitino l’incontro.»

Come ha risposto il pubblico di Verona a “Io non scendo”?

Una classe di studenti di MoodArt

«Molto meglio di quanto immaginassi. Il progetto è nato quasi per caso, da un caffè e dal regalo di un libro. Lo abbiamo costruito nei ritagli di tempo, senza particolari risorse economiche e senza campagne pubblicitarie. Eppure all’inaugurazione c’erano quasi duecento persone di età diverse. Tutto è cresciuto grazie al passaparola. Anche la città ha risposto con entusiasmo: il Comune ci ha sostenuti fin dall’inizio, l’assessora Alessia Rotta era presente all’inaugurazione e realtà come Fondazione Cariverona e il Giardino Giusti ci hanno aperto le loro porte. È stato un segnale bellissimo.»

La rassegna continuerà? State già pensando alla prossima edizione?

«Sì, ci stiamo già lavorando. Vorremmo strutturarla ancora meglio e stiamo ricevendo richieste anche fuori Verona, ad esempio da Milano. È un format che può uscire dalle mura della città. I temi resteranno quelli della parità di genere, delle discriminazioni e della prevenzione della violenza, affrontati da prospettive sempre nuove: dal lavoro alla medicina di genere. Molti partecipanti ci hanno chiesto anche di approfondire argomenti già affrontati. Significa che si è aperto un dialogo e vogliamo continuare ad alimentarlo.»

Lei lavora ogni giorno con ragazze e ragazzi che si affacciano al mondo del lavoro. Che cosa cercano oggi le nuove generazioni?

«Prima di tutto cercano senso. Li vedo molto più disorientati rispetto al passato. Hanno davanti un futuro incerto, tantissime possibilità e proprio questa abbondanza spesso li blocca. Hanno paura di sbagliare, di restare indietro, della competizione. Per questo la scuola oggi deve fare molto di più che trasmettere competenze. Deve ascoltare, accompagnare e aiutare i giovani a trovare fiducia. Spesso diciamo che non hanno voglia di lavorare, ma forse sono loro a insegnarci che alcuni modelli del passato non funzionano più. Credo molto in questa generazione: i valori che porta possono migliorare profondamente il mondo del lavoro.»

Che cosa significa dirigere oggi un’accademia in un mondo trasformato dall’intelligenza artificiale?

«La sfida è enorme. L’intelligenza artificiale non sostituirà semplicemente il lavoro: lo trasformerà. Per questo dobbiamo formare persone capaci di utilizzare questi strumenti, ma soprattutto di fare ciò che le macchine non sanno fare: leggere la realtà, interpretarla, creare, progettare. Le discipline umanistiche, la filosofia, la creatività diventeranno sempre più importanti. La scuola tradizionale è stata costruita privilegiando un solo tipo di intelligenza, quella logico-matematica. Oggi dobbiamo riscoprire il valore della creatività, perché è proprio lì che si giocherà il futuro.»

Nel suo percorso le avranno detto molte volte di restare con i piedi per terra. C’è stato un momento in cui ha deciso di non ascoltare quel consiglio?

«In realtà non l’ho mai ascoltato troppo. Il momento decisivo è stato quando mi sono licenziata. Avevo ventotto anni, un buon lavoro e uno stipendio sicuro, ma ho deciso di costruire la scuola che avrei voluto frequentare io. Non avevo grandi risorse economiche né certezze. L’abbiamo costruita pezzo dopo pezzo. Non credo nel fallimento come valore in sé: credo piuttosto nel rischio consapevole. Bisogna prepararsi, fare esperienza, evitare imprudenze, ma poi bisogna trovare il coraggio di provarci. Se avessi aspettato che fosse tutto perfetto, quella scuola non sarebbe mai nata.»

Qual è il sogno che deve ancora realizzare?

«Vorrei creare un grande hub creativo, uno spazio fisico dove convivano scuola, arte, cultura, ricerca e sperimentazione. Un luogo aperto alla contaminazione tra discipline diverse, perché credo profondamente nella collaborazione e nella forza della rete.»

Uno degli incontri della prima edizione di “Io non scendo” al Giardino Giusti

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