Giovedì 11 e venerdì 12 dicembre, presso il Multisala Rivoli di piazza Bra, si è tenuta l’anteprima esclusiva di Bootay: Romanzo di provincia, il secondo capitolo del docu-film diretto da Johnny Calà, scritto e prodotto assieme a Jacopo Brama. La sala 2 del Rivoli si è tinta di viola con un doppio sold-out volto a celebrare un viaggio fra calcio dilettantistico, sogni, aspirazioni e impervie, con uno sguardo di critica, ma allo stesso tempo di aspirazione, verso quel mondo sempre più in costante allontanamento che chiamiamo “calcio professionistico”.

Tanti gli ospiti d’onore che hanno preso parte al film, presenti orgogliosamente anche in sala, a dimostrazione di un progetto pur sempre amatoriale, quindi dal budget auto-finanziato, in grado però di strizzare l’occhio ai piani alti senza mai staccare i piedi da quel campetto di via Ippolito Nievo, che ogni estate fa sognare in grande, ma anche riaffiorare dolorose memorie a centinaia di ragazzi che condividono l’amore per un semplice, ma allo stesso tempo contorto sport.

I Bootay e la Nievo Cup

Locandina ufficiale del film realizzata da Sebastiano Munafò

La squadra di Piazza Isolo, il colore viola, i “padroni di casa”, ma anche gli eterni sconfitti, sognatori disillusi: i Bootay del presidente Jacopo Brama, co-scrittore e co-produttore, sono l’emblema perfetto del messaggio veicolante i due capitoli del docu-film. Non a caso, la storia verte per gran parte sul loro percorso.

I Bootay nascono nel 2022 come squadra del quartiere di Veronetta/Piazza Isolo, con l’aspirazione di sollevare al cielo il trofeo della Nievo Cup, torneo di calcio a sette più ambito di tutta la provincia veronese. Ogni anno, a giugno, con il fischio d’inizio del torneo, sopraggiungono in via Ippolito Nievo decine di squadre composte da compagnie di giovani ragazzi, dai quartieri centrali fino ai comuni più periferici, al fine di coronarsi campioni di una competizione che nella provincia ha assunto ormai il peso di una Champions League. Il progetto targato Calà-Brama parte proprio da questa realtà: un torneo apparentemente provinciale, un passatempo estivo, ma che per chiunque ne calchi il sintetico assume impulsivamente le sembianze di un’occasione di rivalsa e rivincita verso uno sport spietato.

Nievo Cup, invece, nasce da un’idea di Alessandro di Franco e Lorenzo Bizzego, co-fondatori della competizione, che nel lontano 2019 scelsero di ricreare questo torneo sulle orme della più antica Coppa Liber, “nonna” dell’odierna Nievo Cup. Nel giro di pochi anni, il sintetico di via Ippolito Nievo si è trasformato in un vero centro di aggregazione giovanile veronese, con una presenza di spettatori che nelle fasi finali della competizione tocca persino cifre a tre zeri, a celebrare la genuinità e la popolarità radicata nell’etimologia di uno sport come il calcio e della città di Verona.

Lorenzo Bizzego e Alessandro Di Franco, co-fondatori della Nievo Cup, intervistati da Johnny Calà sul sintetico di via Ippolito Nievo

Leggende di un calcio che sta scomparendo

In entrambi i film, le vicende dei Bootay e i conseguenti risultati ottenuti sul campo vengono contrapposti a numerosi approfondimenti ed interviste a membri della squadra, avversari, dirigenti e soggetti esterni, al fine di creare una linea narrativa che parta dalla semplice dimostrazione calcistica rionale, finendo poi con il ramificarsi ed intrecciarsi con il passato e presente di chiunque prenda parte al racconto. Abbracciare dunque le dinamiche di un calcio dilettantistico, che ancora vive di semplicità, della gioia della partecipazione, del bisogno di scendere in campo vestendo una maglia, sposandone i valori e condividendone gli spazi, ponendolo però in contrapposizione con l’allontanamento, e conseguente precarietà, che il professionismo italiano persevera nell’imporre.

Locandina ufficiale del film realizzata da Sebastiano Munafò

E proprio questa contrapposizione è il valore aggiunto che conferisce alla saga dei Bootay un’incredibile equilibrio critico, sia sul piano puramente narrativo, sia su quello denunciativo. Ai membri delle squadre del torneo, spesso ragazzi militanti in campionati dilettantistici, vengono affiancate numerose figure di spicco di un calcio d’altri tempi. Tra il primo ed il secondo capitolo infatti, sono tantissimi i nomi di ex-professionisti interpellati: Damiano Tommasi, Sergio Pellisier, Stefano Sorrentino, Alberto Malesani, Pierino Fanna, Demetrio Albertini, Juanito Gomez.

«Come raccontavamo nel primo film, vedevo tanti dei miei compagni […] che avevano tutte le carte in regola per diventare professionisti e non lo diventavano […] purtroppo per pecche del sistema calcio italiano […]. Cerchiamo di ritrovare quella passione per il calcio, che nonostante giocando in categoria ci sia stata di volta in volta sradicata è ancora presente dentro di noi. Il fatto di giocare a calcio per divertirci, [..] in maniera sana […]. Io sono qua, gioco a calcio, metto in campo il mio talento e nonostante il calcio mi abbia tolto tantissimo io però ci credo ancora, sogno ancora rincorrendo un pallone, che è la cosa più bella secondo me».

Queste le parole di Jacopo Brama, che racchiudono perfettamente l’essenza del film: la fame di rivalsa che non ha bisogno di palcoscenici sgargianti per godere di soddisfazione, ma di un semplice ritorno alla trasparenza e genuina passione per lo sport, valori fondanti su cui il movimento calcistico è stato costruito e che sta inesorabilmente abbandonando. Valori che grazie a manifestazioni sportive come la Nievo Cup, e alla sensibilità con cui Johnny Calà è riuscito a riportare tutto ciò sul grande schermo, permettono di fare luce sull’utopica bellezza, ma anche e più frequentemente sull’imperterrita sofferenza e frustrazione che questo sport genera in numerosi giovani aspiranti professionisti.

Il calcio femminile

Alla Nievo Cup di quest’anno ha soffiato un vento nuovo: per la prima volta nella storia del torneo è stato introdotto un quadrangolare di squadre femminili. Una novità assoluta per competizioni di questa tipologia, che rappresenta molto più di un semplice ampliamento del programma. È il segno concreto della volontà di Jacopo Brama e dei fondatori del torneo di rimanere al passo con i tempi, aprendo le porte a un movimento, quello del calcio femminile, che continua a crescere ma che troppo spesso trova ancora poco spazio e visibilità. La Nievo Cup sceglie così di farsi promotrice di inclusione, valorizzando il talento e la passione senza distinzione di genere, e confermando la propria attenzione verso il futuro dello sport. Una buona parte del film, infatti, è dedicato proprio alla squadra femminile dei Bootay, le Bootay Women, comunemente chiamate “Bootele“.

«Quello che noi abbiamo tenuto a dire con questo racconto è: il movimento calcistico è uno, siamo tutti sulla stessa barca. I campi in Italia sono carenti, le infrastrutture non ci sono, […] e se mancano queste cose alla base il problema ce l’ha il calcio maschile così come quello femminile. La riflessione che abbiamo voluto fare con questo capitolo è: due sport diversi, per certi versi sì per certi versi no, ma ricordiamoci che siamo un unico movimento»

L’orgoglio del fallimento è medicina della rivalsa

«Il successo, se ci pensi, è passare da un fallimento all’altro senza perdere l’entusiasmo, la voglia di fare».

Si apre in questo modo il primo capitolo della saga, Bootay: Untold – L’arte di perdere. Untold poiché dietro a quelle partite estive nel sintetico di via Ippolito Nievo si celano storie fantasma e retroscena inimmaginabili, spesso evocative. “L’arte di perdere” perché il fallimento è soltanto un punto di vista, una tendenza di pensiero, un’interpretazione virtuale. Si pensa spesso di poter controllare qualsiasi fattore ci orbiti attorno, di predire il futuro senza fare i conti con gli imprevisti, le incognite di percorso. Una presunzione che, nel momento in cui subentra la realtà concreta, fa crollare l’idilliaco castello immaginario composto da aspirazioni, obiettivi, sguardi lungimiranti e prefissati ancor prima di conoscere l’impegno stesso.

Il fallimento è un’arte, perché convergerlo all’entusiasmo del percorso non andrà mai a sovvertire il risultato finale, così sarebbe certamente troppo comodo, ma permette di conferire un sapore diverso al viaggio intrapreso verso il proprio esito conclusivo. Permette di osservare il quadro completo da un punto di vista differente, magari quadrangolare piuttosto che da un’ottica più aggressiva – visto che proprio di cinema e grande schermo stiamo parlando – permettendo così di svelarci quelle storie fantasma che osservando esclusivamente un’ipotetico traguardo prefissato non saremo mai in grado di considerare.

Questo è il punto di giunzione fra i due capitoli: se nel primo persisteva l’implicito entusiasmo per la cinepresa puntata addosso, il sogno automatico ed inconsciamente vivo di agguantarsi un’impensabile vittoria, senza però rinunciare ad approfondire i racconti e le disgrazie che hanno tranciato i sogni di molti ragazzi, la svolta del secondo capitolo è stata la volontà di godersi il viaggio piuttosto che guardare all’obiettivo su cui far vertere le proprie aspirazioni. Quella “voglia di fare”, a cui il presidente Brama accennava nel primo film, ha preso forma nel secondo. In perfetta coerenza ed armonia.

Ma attenzione: voglia di fare, non necessità di raggiungere. Perché da un lato è certo che la consapevolezza di una meta sia motivo di traino e di spinta, ma è anche, e forse, la stessa consapevolezza ed ossessione per la meta il motivo per cui ci si dimentica la bellezza di viaggiare. E così come Odisseo verso Itaca, sono convinto che i Bootay, in questo secondo capitolo, abbiano sognato in grande e viaggiato a lungo, verso un obiettivo che però era in secondo piano rispetto alla bellezza dell’infinito tragitto affrontato.

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