In un quartiere come Veronetta segnato dalla presenza di scuole, uffici e attività storiche, aprire oggi un negozio significa spesso andare oltre la semplice dimensione commerciale. È il caso di Jaja Chiara Zambelli, titolare di Panetti club, una piccola attività nata per offrire un servizio di ristoro a studenti, insegnanti e lavoratori della zona e diventata, nel tempo, un vero punto di riferimento per il quartiere.

Il negozio, situato in Via Muro Padri 4 e inizialmente pensato come una rivendita di pane, focacce, caffè e prodotti da asporto, si è trasformato in uno spazio di prossimità e relazione. Qui gli anziani trovano accoglienza e attenzione, gli studenti un aiuto concreto quando serve, i rider una pausa e le associazioni del territorio un supporto per iniziative. La sua è una storia di impresa, ma anche di comunità.

Chiara, come nasce l’idea di aprire questo negozio?

«È nata quasi per caso. Un giorno stavo passeggiando in centro con i miei genitori e, vicino a un’altra attività, abbiamo notato una porta con scritto “affittasi”. Non ce ne eravamo mai accorti prima. Era una posizione perfetta, proprio vicino alle scuole e agli uffici. Da lì, nel giro di un mese, con mio fratello abbiamo fatto business plan, chiesto il finanziamento in banca e iniziato a muoverci concretamente. È stato tutto molto rapido all’inizio, poi ovviamente la realtà ci ha fatto rallentare. Per molti può sembrare una cosa piccola, ma in realtà era un problema enorme che non ci fosse un posto per mangiare, soprattutto per insegnanti, personale scolastico e studenti che passano lì dentro gran parte della giornata. I docenti spesso hanno riunioni improvvise, rientri pomeridiani, attività extra e si affidavano a quei servizi per mangiare qualcosa al volo.»

L’entrata di Panetti Club. Foto di Emanuele Antolini.

E partire com’è stato?

«Noi eravamo pronti già a ottobre, nel senso che se avessimo avuto il locale saremmo entrati subito. Invece questo spazio si è liberato soltanto ad aprile dell’anno successivo e quindi abbiamo dovuto aspettare mesi. Quando finalmente siamo entrati, ci siamo resi conto che il lavoro vero iniziava lì. Prima qui si vendeva artigianato: ceramiche, gioielli, piccoli oggetti fatti a mano, quindi ovviamente non era minimamente strutturato per la vendita di cibo. Per aprire un’attività alimentare servono norme rigidissime: laboratorio separato, frigoriferi adeguati, affettatrice, spazi distinti per evitare contaminazioni, tutto secondo HACCP. Noi abbiamo il laboratorio sul retro proprio per questo motivo: qui davanti si serve, dietro si lavora. È stato necessario rifare praticamente tutto. Abbiamo aperto il primo settembre e all’inizio è stato davvero molto emotivo e anche molto faticoso. Ero da sola e dovevo imparare tutto insieme: la gestione della cassa, i clienti, il forno, il frigorifero, i guanti, le pinze, i ritmi. Ogni gesto sembrava complicato. Poi pian piano abbiamo aggiunto cose nuove come l’Amazon Locker per offrire un servizio in più al quartiere e farci conoscere anche da chi magari entrava solo per ritirare un pacco.»

L’idea iniziale era servire soprattutto gli studenti perciò.

«Sì, assolutamente sì. Noi siamo partiti pensando principalmente alle due scuole qui vicino, perché il problema iniziale nasceva proprio da lì. Per questo avevamo deciso di fare orari lunghissimi: dalle 7 del mattino fino alle 9 di sera, praticamente 14 ore consecutive, perché le scuole hanno anche i corsi serali. Però ci siamo resi conto abbastanza presto che gli studenti hanno un potere d’acquisto molto basso, e ovviamente è normalissimo. Arrivano con 5 euro di paghetta e devono farci stare merenda, pranzo, magari anche il caffè. La media di spesa è bassissima, spesso due euro e cinquanta. Gli adulti invece — insegnanti, impiegati degli uffici vicini, professionisti della zona — hanno un margine diverso. Possono concedersi il dolce, il caffè, una bibita in più, magari il pranzo completo. Con il tempo i nostri clienti più affezionati sono diventati proprio loro, insieme agli anziani del quartiere. Gli studenti restano fondamentali, anche perché sono il mio banco di prova per tantissime cose, però oggi il negozio vive grazie a una clientela molto più varia.»

Panetti club sembra molto più di una semplice bottega…

«Sì, infatti. È probabilmente la cosa che più colpisce chi entra qui. Noi facciamo quasi assistenza di quartiere. Io sono sempre qui, quasi sempre da sola, e questo crea un rapporto completamente diverso rispetto a una grande catena dove ogni volta trovi una persona diversa. Le persone entrano, parlano, si raccontano, si fidano. Mi lasciano il numero per prenotare il pane, per chiedere una cosa, per avvisarmi se passano più tardi. Se una persona che vedo tutti i giorni sparisce per tre giorni, io me ne accorgo davvero.

Foto di Emanuele Antolini.

Per me l’accoglienza viene prima della regola commerciale. Cerco di essere molto attenta, perché qui si vede davvero la realtà delle persone. Gli studenti arrivano spesso con i soldi contati. Li vedi che si fermano davanti al banco, si guardano, iniziano a rovistare nelle tasche insieme per capire se riescono a prendere qualcosa. Se posso, io preferisco farli mangiare piuttosto che mandarli via. Se manca poco, regalo una pizzetta, aggiungo qualcosa, trovo la soluzione. Per me è importante. Anche con i rider faccio così. Per me sono sacri, perché l’Italia ormai si basa sulle consegne e io qui venderei molto meno senza di loro. Quando entrano, acqua, caffè, una ciambella o qualcosa da mangiare glielo offro sempre. Sono persone che lavorano tutto il giorno correndo, spesso sottopagati e invisibili. E poi ci sono persone senza fissa dimora o tossicodipendenti che entrano disperati. Soldi non ne do, per una mia scelta precisa, ma un panino non si nega a nessuno. Se uno ha fame, mangia. Io credo molto nel fatto che la vera fidelizzazione passi dall’umanità, non solo dal prodotto.»

Quanto è importante la scelta dei fornitori?

«Tantissimo, direi che è quasi il mio vero lavoro. Abbiamo passato mesi a fare test del pane con decine di fornitori. Alla fine abbiamo scelto il Dolce Forno di Bussolengo, che serve tantissimi ristoranti e attività del centro e ha anche l’esclusiva del pane di Buns. Ogni mattina arrivano con il furgone e fa quasi ridere perché ci sono ragazzi che aspettano di vedere il pane fresco arrivare per attraversare la strada e venire a prendere la pizzetta. Collaboriamo anche con la pasticceria Alternativa pastry per la focaccia rossa e quella zucca e noci, che sono diventate best seller assoluti. Io faccio una ricerca continua: biologico dove possibile, gluten free, vegano, senza lattosio, prodotti sani ma anche buoni davvero. Se un prodotto non mi convince, lo cambio. Il pane, ad esempio, per me deve essere buono anche la sera. Se dopo poche ore diventa una pietra, non va bene.»

Lavorate molto anche con il quartiere e le associazioni?

«Sì, ed è una delle cose a cui tengo di più. Collaboriamo con tante associazioni, raccolte fondi, volontariato. Se qualcuno organizza un aperitivo solidale, io cerco di fornire pizzette e vassoi quasi a prezzo di costo, perché se spendi tutto in materia prima poi non raccogli più niente. Mi interessa che il quartiere funzioni davvero come rete. Gli esercenti si devono aiutare. Ci passiamo i fornitori, ci consigliamo, ci sconsigliamo quelli con cui ci siamo trovati male, ci aiutiamo anche solo con la moneta spicciola o con uno sfogo dopo una giornata difficile. Anche con l’energia abbiamo fatto una scelta precisa: lavoriamo con un fornitore 100% green e sostenibile. Per me è motivo di grande orgoglio, perché significa scegliere non solo cosa vendi, ma anche come stai dentro il mondo. Il quartiere vive davvero solo se c’è collaborazione reale.»

E prima mi dicevi che state pensando anche al gelato.

«Sì, ed è la prossima grande novità. Nel quartiere manca una gelateria vera di prossimità. Se vuoi un gelato devi andare altrove, spostarti. Noi invece vogliamo portarlo qui. Abbiamo trovato un maestro gelataio artigiano che lavora da decenni e che produrrà lui il gelato. È una persona che ha avuto le sue gelaterie, poi ha scelto di concentrarsi sulla produzione. Anche lì il concetto è sempre lo stesso: qualità alta ma accessibile. Se una parrocchia ha cento bambini e vuole offrire un buon gelato senza spendere cifre folli, vogliamo trovare una soluzione. Io cerco sempre di lavorare rispondendo a un bisogno reale del quartiere, non inventando cose che servono solo a fare scena.»

Dopo tutto questo, qual è la soddisfazione più grande?

«Il passaparola, senza dubbio. Quando una signora entra, poi torna con l’amica, poi l’amica manda la cugina, poi quella viene a prendere il pane per la madre… quello per me vale tutto. Vuol dire che il posto funziona davvero, che le persone si sentono accolte e si fidano. Il primo settembre festeggeremo il primo anno di attività e sarà una grande festa. Non abbiamo fatto una vera inaugurazione all’inizio, perché eravamo troppo presi a capire come sopravvivere ogni giorno, quindi quello sarà il nostro vero momento di celebrazione.»

© RIPRODUZIONE RISERVATA