A pochi giorni dall’apertura ufficiale, Topia è entrata nel vivo. La personale che Michele Farina ha concepito per il Loft di Habitat83 — inaugurata sabato 6 dicembre e ora pienamente accessibile al pubblico — porta a Verona una riflessione ampia, stratificata, che colloca il giovane artista veronese dentro una delle questioni più urgenti del nostro tempo: il rapporto tra l’umano, la natura e la tecnologia. Un triangolo tutt’altro che risolto, che Farina affronta attraverso una ricerca visiva capace di unire radici culturali profondissime e un uso consapevole dei processi digitali.

La mostra rientra nel programma First Step 2025, l’iniziativa dell’Accademia di Belle Arti di Verona che da oltre un decennio accompagna la crescita di giovani artisti, offrendo loro occasioni espositive, dialoghi professionali e una presenza attiva nella rete culturale cittadina. L’edizione di quest’anno coinvolge quattordici autori in sei mostre diffuse, oltre alla partecipazione a PRIMA – atelier studio d’artista nel Padiglione 12 di ArtVerona.

Michele Farina

Il titolo scelto da Farina, Topia, è già una dichiarazione d’intenti. Richiama la parola dialettale topìa, il pergolato: un intreccio leggero, domestico, nato per offrire riparo e connessione. Eppure la mostra si spinge oltre la radice vernacolare. Nella cultura latina la topia era un luogo reale, capace di accogliere l’esistenza nel suo ritmo semplice e quotidiano: lo ricordano le Bucoliche di Virgilio, e lo riaffermano secoli dopo le idealizzazioni arcadiche, dove ragione e sensibilità convivono senza conflitto. È un’immagine che Farina recupera per opporla all’idea di utopia, riflettendo su come la perfezione immaginaria rischi più spesso di cancellare l’angoscia che di generare felicità.

Da questo scarto concettuale prende forma l’allestimento: un percorso suddiviso in una serie di hortus conclusus, piccoli mondi ispirati ai cinque elementi della tradizione tibetana. Microcosmi autonomi, ma collegati da un sistema di risonanze che trasforma lo spazio in un organismo pulsante. Ogni ambiente conserva la sua identità, ma non esiste senza il dialogo con ciò che gli sta accanto. Nella visione dell’artista, il paesaggio non è un fondale, bensì un interlocutore, una forza che contribuisce a modellare il senso di ciò che accade dentro la mostra.

Il cuore del progetto è la ricerca di un equilibrio possibile tra gli elementi che definiscono la condizione contemporanea: ciò che vive, ciò che cresce, ciò che cambia e ciò che calcola. Farina lavora proprio su questo crinale, affidando agli algoritmi parti del processo creativo e accettando che il risultato non sia totalmente controllabile. La sua è una pratica di mediazione: mano e codice diventano partner, strumenti organici e sistemi inorganici convivono dentro opere che oscillano tra delicatezza e precisione, tra intuizione e struttura. “È possibile”, sembra chiedere l’artista, “che la macchina non sia soltanto un mezzo, ma una compagna nella costruzione del senso?”. Le sue opere rispondono con un sì interrogativo e poetico, che lascia emergere una nuova forma di intenzionalità, figlia tanto dell’umano quanto del logico-matematico.

Antropocielo (2024) – Michele Farina

Topia propone così una ridefinizione di ciò che chiamiamo “umano”. Non più una categoria separata o dominante, ma una parte di un sistema complesso, fatto di materia vivente e non vivente, di presenze che si trasformano e convivono in un equilibrio sempre dinamico. È un invito a ripensare l’idea stessa di comunità, non come somma di individui, ma come tessuto di relazioni: fragile, instabile, e per questo autentico.

Il progetto non sarebbe stato possibile senza una rete di collaborazioni che riflette l’immagine stessa della topia: un intreccio di competenze e contributi. Dall’Accademia di Belle Arti di Verona al museo MUSE e all’Università di Trento con Lisa Maturi per l’opera Antropocielo, passando per il supporto meccatronico di Francesco Fanini, l’esperienza informatica di Davide Conigliaro, le competenze tecniche di Alessandro Malaffo, la progettazione dell’abito ideato da Maria Elisa Faccioli per l’opening, l’organizzazione dei laboratori curata da Federico Lonardi e il paesaggio sonoro firmato da Lorenzo Lucchese. A sostenere il progetto anche Bluetti, Giracose, Collettivo Macadame ed ENAC ETS.

In un panorama che spesso chiede all’arte di essere denuncia o promessa, Topia sceglie un’altra via: costruire un luogo — reale, imperfetto, condiviso — in cui si possa riconoscere la complessità senza volerla risolvere. È una proposta più politica di quanto sembri, perché invita a pensare il presente come uno spazio ancora abitabile, dove la relazione è più importante della forma che la contiene.

La mostra rimarrà aperta fino al 20 dicembre negli spazi di Habitat83. Un tempo breve, come tutti i passaggi fragili. Ma sufficiente per lasciarsi attraversare.

Biometalli (2024) – Michele Farina

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