Un viaggio dall’altra parte del mondo, un abbraccio tra culture. Il Tocatì 2025 – che si è concluso ieri in Veronetta dopo un intenso weekend di giochi – ha avuto come Paese ospite la Nuova Zelanda, portando a Verona la cultura Māori con i suoi canti, danze, simboli e tradizioni. Tra i co-organizzatori della delegazione arrivata letteralmente dall’altra parte del mondo (insieme alla coppia di coniugi italiani Francesco Micarelli e Maria Mariotti e la neozelandese Anna Tripp) c’era anche Wiremu Sarich, principale esperto di Taonga Tākaro (gioco tradizionale Māori).

Wiremu, innanzitutto come descriverebbe oggi l’identità dei giovani Māori che vivono in una società globalizzata, tra comunità tradizionali e spazi urbani?

«Dipende dall’ambiente in cui crescono. Per esempio, i ragazzi che sono qui con noi sono cresciuti vicino alla nostra comunità, in un contesto che per noi è più autentico, mentre chi vive in città o lontano dalla natura — non solo quella fisica ma anche dalla nostra matrice culturale — spesso si sente smarrito e disconnesso.»

La lingua Māori sta vivendo una rinascita negli ultimi anni. Quanto è importante per lei e per la sua comunità preservarla e come viene trasmessa alle nuove generazioni?

«Il gruppo e le persone presenti qui rappresentano un esempio concreto di protezione e trasmissione della nostra lingua e cultura. Quello che stiamo facendo è mostrare ai giovani cosa è possibile realizzare attraverso le loro radici culturali, offrendo un messaggio positivo che contrasta con quello negativo e oppressivo che spesso riceviamo localmente. Stiamo insegnando la nostra lingua a chi partecipa al Tocatì, cosa che nel nostro Paese non possiamo fare, poiché siamo una piccola nazione e la percezione comune svaluta la nostra lingua. Questo è un errore totale, perché ciò che accade qui dimostra il contrario: senza parlare italiano, attraverso il nostro linguaggio riusciamo a comunicare liberamente e a interagire con un’intera piazza che gioca e condivide esperienze, divertendosi senza alcun ostacolo.»

Quali aspetti della tradizione Māori riescono a convivere meglio con la vita contemporanea e quali rischiano invece di andare perduti?

Il simbolo del Tocatì inventato dall’illustratore Gianni Burato – Foto di Ernesto Kieffer

«Creiamo ambienti funzionali alla trasmissione della cultura Māori. Esistono scuole finanziate dal governo che devono rispettare certi standard, ma alla base conservano la filosofia e il pensiero della nostra cultura. Ciò che vedete qui, per esempio, è il risultato dell’impegno di persone che compiono grandi sacrifici per permettere ai giovani di accedere a questa trasmissione culturale, proprio come loro l’hanno appresa dai propri antenati.
Siamo nati in un’epoca in cui la nostra cultura non era rispettata, anzi veniva osteggiata. I giovani di oggi non hanno vissuto queste difficoltà, e questo è ciò che desideriamo: una cultura vissuta senza critiche né ostacoli. Per quanto riguarda il rischio di perdere qualcosa, oggi lo considero molto ridotto. Stiamo portando avanti un discorso culturale a 360 gradi.»

Il legame con la terra nella vostra cultura: come viene vissuto di fronte alle sfide dei cambiamenti climatici?

«Noi siamo rimasti nello stesso luogo per 29 generazioni. La connessione con la nostra terra non è mai cambiata. Possiamo viaggiare, andare lontano, ma torniamo sempre lì per ritrovare la nostra identità e il nostro centro. Questo non cambia.»

Haka, danza, musica, artigianato: la vostra tradizione artistica è antichissima. Come si stanno evolvendo queste forme nel mondo moderno?

«I simboli e tutto ciò che esprimiamo sono sempre gli stessi. L’essenza della nostra arte non cambia. Ciò che cambia sono solo i mezzi e i canali con cui la esprimiamo. Se cambi troppo, alla fine ti ritrovi a dover tornare indietro: è importante innovare, ma sempre partendo dalla sorgente, dal centro della conoscenza. Se ti allontani troppo da quel punto, perdi l’essenza di ciò che stai facendo. Per noi, ad esempio, il Wi-Fi e il Bluetooth non sono concetti nuovi: abbiamo sempre comunicato con le stelle, con l’acqua, con le rocce. Questi strumenti moderni non hanno inventato nulla di nuovo, hanno solo trovato un modo diverso di fare ciò che noi facciamo da sempre.»

In che modo la società neozelandese guarda oggi alla cultura Māori? C’è un vero riconoscimento della vostra identità?

«Alcune persone ci riconoscono e ci rispettano, ma chi detiene il potere e le risorse teme la nostra forza, perché sa che siamo capaci di azioni che loro non possono compiere.
Stanno adottando misure apparentemente insignificanti, come spendere milioni per invertire l’ordine delle parole tra Aotearoa e New Zealand, o eliminare libri e termini tradizionali, come quelli che indicano il cibo. Questi sono stratagemmi per manipolare le masse e mantenere il controllo nelle mani di pochi, invece di permettere alla nostra cultura di emergere e ricevere il giusto riconoscimento. Anche alcune grandi aziende usano i nostri simboli per i loro affari, consapevoli del loro valore, ma senza restituire nulla alla nostra comunità né rispettarne il vero significato.»

Avete trascorso otto giorni qui a Verona. Che bilancio fate di questa esperienza e dell’incontro con la cultura italiana?

«Tutto ciò che abbiamo fatto qui è stato aprire porte per i nostri giovani. Non servono molte parole: sappiamo già che alcuni di loro proseguiranno su questa strada. Questa esperienza è stata straordinaria. È per questo che siamo venuti, per creare connessioni e scambi autentici tra i popoli.»

Viviamo in un’epoca di guerre e divisioni fra popoli. Che messaggio volete lasciare sulla pace e sulla speranza per il futuro?

«Ci sono cose che non possiamo controllare. Quello che nel nostro piccolo possiamo fare è assicurarci di rimanere forti, uniti, e di garantire alle prossime generazioni stabilità e continuità. Non possiamo preoccuparci troppo di ciò che accade nel resto mondo, ma possiamo concentrarci su ciò che dobbiamo fare per preservare la nostra comunità e i nostri valori.»

La folla che ha assistito allo spettacolo conclusivo della giornata sabato 20 settembre in Piazza Santa Toscana da parte della delegazione Maori – Foto di Ernesto Kieffer

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