Tre donne di mezza età, semplici, niente di che (eppure straordinarie), decidono di vivere insieme, in un’unica casa, con le loro rispettive madri, tra lo psichiatrico, il disabile e l’infermo, per alleviare le fatiche e magari chissà, aumentare le gioie.

Questo è il punto di partenza dell’opera prima di Fiammetta Palpati, “La casa delle orfane bianche” (Laurana Editore), nella collana fremen a cura di Giulio Mozzi.

È un’opera che nasce all’interno della Bottega di Narrazione (sempre a cura di Giulio Mozzi) e che poi, come leggiamo nelle Gratitudini conclusive della stessa autrice, per sette anni è stato rifiutato dalle case editrici.

Le logiche delle case editrici a me sono oscure, perché il libro, lo dico subito, così mettiamo tutte le carte in tavola, è entusiasmante. Non avrei altri aggettivi per definirlo.

Un libro che consiglio a viva voce. L’esperienza davvero per me più esaltante di questi ultimi tempi. Devo andare forse a “Ferrovie del Messico” di Gian Marco Griffi, sempre Laurana Editore (sempre collana fremen e non sarà un caso).

Sei donne in una casa

Partiamo dal soggetto di partenza, le sei donne – tre figlie e tre madri (più un cane e altre creature che andranno mano a mano a sommarsi, più o meno viventi, comunque numinose) – chiuse in una casa a gestire il cascame irreversibile della quotidianità.

Potrebbe sembrare un soggetto alla Monicelli, alla “Speriamo che sia femmina”, che Palpati trasforma subito in “romanzo in due atti e un intervallo galante (godibile in platea o nel comodo del vostro salotto”), giusto per farci capire di che pasta è fatto il libro.

La voce è quella di un “narratore imperfetto”, cerimoniere discreto, ironico, leggero e partecipe “narratore in smoking”, “un videocronista con ambizioni letterarie”.

Ma anche le ambizioni letterarie sono ben dissimulate, non ostentate, anche se l’inventiva è feconda, l’uso della lingua precisissimo, colorato, vario, i salti di registro impressionanti e sempre opportuni. Fiammetta Palpati domina lo stile con un’abilità impressionante, senza però mai cedere nel compiacimento. Il tutto è pervaso, anche nei momenti più intensi, più veri, da una grazia, una levità, che fanno bene al cuore.

“Glicine. La pianta dolce di Linneo che, non riconosciuta, fu nuovamente classificata come Wistaria. E poi storpiata dalla pronuncia inglese in «wisteria». La quale storpiatura ci conduce, per assonanza, a pensare all’isteria, che è qui di casa”.

Il narratore parla di una pianta, con apparente distacco e oggettività scientifica (Linneo, il nome storpiato) per poi scendere all’aspetto dell’isteria, aspetto “che è qui di casa” (perché il narratore è ineluttabilmente dentro, invischiato nella situazione).

Discendere alle madri

Ma poi c’è il gioco. Penso alle casalinghe disperate, le Desperate Housewives, il cui sottotitolo recitava “I segreti di Wisteria Lane”. E quindi l’isteria di queste donne sull’orlo di una crisi di nervi (giusto per non farci mancare niente) è al tempo stesso erudita e pop.

E l’isteria, questa è la mia impressione, prima ancora che essere di natura psicopatologica, è archetipica. Qui parliamo di uteri, interrotti, irresponsabili, incasinati.

Fiammetta Palpati

Il libro è un “discendere alle madri”, un viaggio faustiano, dentro un mistero insondabile (ben più sfuggente e minaccioso di quello dei “segreti” televisivi).

È quaresima e settimana santa, misterio gaudioso e martirio (le “stigmate” che non si “incrociano”) morte e resurrezione, con una spolveratina di fiabesco (leggere a pag. 346, per credere). Ma soprattutto è un infaticabile rito lustrale, purificante.

Per tutto il tempo, il libro accumulerà immondizia, sporcizia, materiali organici, e ruolo delle figlie, sarà quello di disinfettare, pulire, medicare, sventrare (che sia l’interno di un’oca o una cantina poco importa). Le figlie accumulano e svuotano. Sporcano e mondano.

Miti lontani

La maternità è una questione organica da prendere molto sul serio. Nell’ultimo libro di Adriana Cavarero, qui recensito, parlavamo del “disgusto per gli umori e i fluidi repellenti che esso contiene e espelle”. Questa è la casa/madre, o meglio, la “scena” antichissima, primaria nella quale si svolge la vicenda.

“Lavaggi notturni nei ristagni, nei rigagnoli stenti, tra frasche d’acqua dolce, di fiume. Corpi femminili in piedi, nel limo ai polpacci, sullo sfondo lunare – disco erubescente che sfiora l’orizzonte, l’ansa impaludata nella valle… si sciacquano nel fango, le orfane bianche”.

Questa scena è una scena che ci riconduce a miti lontani, a danze e pleniluni, a riti di purgazione (e non sarà un caso che scrive l’autrice “un paragone con la montagna del Purgatorio dantesco non crediamo sarebbe del tutto arbitrario”; ma appunto il Purgatorio della cima, con Matelda, i fiumi edenici e le sette ninfe).

Abbiamo le tre madri, in apparenza innocue, ma vere e proprie “Nostre Signore del Dolore” come in Suspiria di De Quincey: nell’ordine Mater Lacrimarum – Felicita (con le sue agende, le sue ossessioni, la sua contabilità del dolore), Mater Suspiriorum – Pina (con le sue cuffie e le sue fobie), Mater Tenebrarum – Adele (chiusa nel suo silenzio, o meglio, sospesa).

Madri snaturate e al tempo stesso madri secondo natura. Ma le madri sono molte, dalla Madre con la M maiuscola – l’improbabile suor Modestina –, a zia Armida (madre benigna e surrogata), dalla bella bulgara, medico estetico, fino alla damigiana (Dame Jeanne), anch’essa nell’elenco dei dramatae personae, “vescica indurita, un otre temprato, una bolla di liquido dal collo allungato”, che acchittata da donna, nuovo totem domestico, partorirà un feto d’aceto.

Natura fiamminga

Ma la vera madre è quella Matrigna, di una natura fiamminga, indomabile e impietosa, la vera Mater Terribilis, che porterà la cagna Laica a sbranare un pulcino, nella piena affermazione di un femminile ctonio, oscuro, feroce. Libero. Assoluto.

Ripeto, la densità di questi nuclei, di questi nodi, è resa in punta di piedi, a passo di danza, con la capacità davvero magistrale di Fiammetta Palpati di essere aerea, lucente, come Pegaso che vola dal collo insanguinato di Medusa (Calvino docet).

La morale della storia, o meglio, una delle morali possibili, sta nel primo incontro tra le figlie e Madre Modestina:

«Abbiate rispetto della madre: lo dice pure il secondo comandamento.» Scambio di occhiate.

«Veramente, madre, sarebbe il quarto»

«È uguale»

«Uguale a che?», borbottano dalle retrovie.

Il segreto è proprio qui. In quel secondo comandamento: “non nominare il nome della Madre invano”.

“LA CASA DELLE ORFANE BIANCHE”

Fiammetta Palpati

Laurana 2024, 366 pagine

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