«Per me è facile». Con questa frase, Elio ha più volte spiegato ai giornalisti come mai, dopo il successo della reinterpretazione di Giorgio Gaber, avesse convinto il regista Giorgio Gallione a seguirlo in un’altra avventura, stavolta con il geniaccio poetico e bizzarro di Enzo Jannacci. Per Elio, l’eclettico frontman del gruppo Elio e Le Storie Tese, deve esser sembrato molto semplice calarsi nei panni di uno di famiglia, con cui i punti in comune sono davvero tanti.

Jannacci vive e racconta una Milano minore, quella delle periferie degli anni Sessanta e Settanta, costellata di personaggi peculiari, scelti quasi per la loro marginalità, per il ruolo trascurabile alla società. Eppure “il poetastro” riesce a dar loro dignità, a farli protagonisti di storie raccontate e di canzoni che, tra i sorrisi e il divertimento, arrivano al cuore del problema: siamo tutti parte di un pazzo, a volte assurdo mondo che non ci vuole molto bene ma che ci permette, tutto sommato, di starci sopra, di dire la nostra.

L’omaggio artistico a un amico

Lo spettacolo di ieri sera al Teatro Salieri di Legnago ha calato gli spettatori in quel mondo, fatto di “roba minima”, come Jannacci stesso definiva i suoi personaggi: tossici e prostitute, barboni e assassini. La rilettura delicata, scanzonata e innamorata di Elio parte evidentemente dall’intimità con la poetica e il carattere dell’amico di famiglia. Gli rende omaggio senza piaggeria, con gesti riconoscibili ma non scimmiottati e con un profondo rispetto, pur senza perdere la vena comica che in più occasioni fa scrosciare enormi risate tra il pubblico.

Elio gioca con la musica, accompagnato da un gruppo talentuoso, in una serie di pazzie ritmiche, con interruzioni improvvise e cambi di tonalità. La sezione fiati è formata da Sophia Tomelleri al sax e Giulio Tullio al trombone, due giovanissimi interpreti che non sembrano fare sforzo a rincorrere e anticipare i colpi di testa del frontman e non temono di farsi ingaggiare nelle piccole gag. «Sono giovani – si sentono dire – e si sa che i giovani non capiscono un cazzo». Notevole la parte ritmica affidata alla batteria di Martino Malacrida, e al basso (e meraviglioso contrabbasso) di Pietro Martinelli. Gli scherzi e gli svolazzi sono infine nelle sapienti mani di Alberto Tafuri al pianoforte.

Elio con i cinque musicisti con cui porta nei teatri lo spettacolo “ci vuole orecchio”, venerdì 27 gennaio al Salieri di Legnago. Foto Barbara Salazer.

Comicità tra assurdo e raffinatezza

Lo spettacolo inizia con Ci vuole orecchio, seguita da un monologo sul fatto che la gente arriva a teatro e sa che per un’ora o due ore sarà prigioniera di quelli sul palco, inchiodata alla poltroncina. «Fuori ci sono tutte le persone che ami – dice Elio, sornione – ma tu sei chiuso in teatro e ti sembra interminabile. Ma poi finisce e tu applaudi, più volta magari, perché lo vuoi prolungare quel momento in cui tutto finisce. Ecco, invece noi (mentre rivolge uno sguardo da sberle ai musicisti, nda) cominciamo!». Iniziare con la fine, per preparare all’assurdo fin da subito.

Il repertorio spazia dalle canzoni famosissime, ad altre meno note: ci sono ovviamente L’Armando e Silvano, La luna è una lampadina e molte altre. A fare da collante una serie di testi, scelti dal regista tra quelli usati da Jannacci stesso, con l’aggiunta di brevi monologhi di Michele Serra e di Elio. La risposta del pubblico si fa sempre più ardita e rumorosa, le gag sono coinvolgenti, tirano le corde di una comicità semplice ma raffinata. Uno dei punti più esilaranti, con veri boati in sala, riguarda la perifrastica di Umberto Eco («Che tanto non avete un cazzo di idea di cos’è») applicata alle volgarità più comuni, che vengono “tradotte” utilizzando parole corrette, a metà tra lo scientifico e il poetico, così che anche gli atti meno nobili diventano cantiche liriche.

«L’importante è esagerare»

La locandina dello spettacolo di Elio “ci vuole orecchio”.

Impossibile riportare parti di questi brani, da vivere per quel che sono una risata fugace, un retropensiero serio e la vita che va avanti, che noi siamo tristi o invece ridiamo. E così, la gag sulla mucca che va in banca e vorrebbe dire “questa è una rapina” ma esce soltanto un muuuuuu viene utile a introdurre Faceva il palo, mentre quella sul negozio di scarpe per le famose Scarp del tenis. Tutto serve, ogni pezzetto trova il suo senso e dopo pochi minuti si arriva a dimenticare i problemi tecnici di acustica dei primi brani. Si è oramai completamente perduti, inchiodati davvero alle poltroncine, con nessuna voglia di andare via.

Dopo il saluto e doveroso richiamo del pubblico (si è sentito anche “Panino!” da qualche fan storico di Elio e Le Storie Tese prestato al teatro), non si poteva finire che in un modo. Con il riassunto in canzone del senso della filosofia di vita di entrambi gli artisti presenti, in spirito e fisicamente, sul palco. Un teorema da applicare per non annoiarsi mai. Perché la vita è breve, si gusta a morsi e «l’importante è esagerare, nel bene e nel male, senza farsi mai capire».

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