L’incontro di tre mondi. Questo è stato il concerto di Al Di Meola al Teatro Romano lunedì 27 giugno. A chiusura di Verona Jazz, il funambolico chitarrista sudamericano ha dato prova di una maturità compositiva e musicale che aggiunge alle ritmiche superveloci per cui è entrato nella leggenda le sfumature delle emozioni.

Sul palco a ridosso delle Regaste Redentore, il maestro di tabla Amit Kavthekar e il batterista e percussionista Richie Morales hanno affiancato il grande chitarrista non come semplici comprimari, ma protagonisti di un trio pianoless dall’interplay telepatico, dando prova di virtuosismi da capogiro (l’eccezionale impro vocale di Kavthekar nulla aveva da invidiare allo sweep picking del nostro).

Tre mondi, abbiamo detto in apertura. Il mondo latino e gitano di Astor Piazzolla e Django Rheinhardt nella chitarra, le ritmiche orientali del tabla e il drumming agile ed espressivo americano. Tutti ingredienti di primissima scelta per disegnare un diario di viaggio musicale senza limiti, mentali o fisici di sorta.

Qualche problemino tecnico all’amplificazione non ha intaccato la bellezza delle composizioni e l’intensità dell’esecuzione, anzi ha restituito una avvolgente sincerità allo spettacolo, corredato dalle battute approcciate in italiano del Maestro.

Il leone della sei corde ha raccontato come gli ultimi due anni di lockdown gli abbiano fornito maggiori concentrazione e stimolo alla scrittura, portandolo in luoghi che non aveva mai esplorato prima. Quarant’anni di carriera, quattro volte miglior chitarrista jazz, virtuoso e innovatore della sei corde, di Al Di Meola possiamo dire oggi che le influenze world (vedi il guitar trio con MacLAughlin e De Lucia) e fusion si sono sublimate in uno stile in apparenza più contenuto rispetto al passato. In realtà, è avvenuto il passaggio dal virtuosismo tecnico a quello compositivo, la melodia si è legata in modo inestricabile all’armonia, tanto da arrivare a sfumature di musica contemporanea che rimandano alle cose migliori di un Bill Frisell, per cui non ha più senso parlare di jazz o fusion, ma solo di “musica”.

Brani originali come “Tears of Hope”, scritto nel 2020, alcuni riarrangiamenti su brani di Piazzolla, Lennon e McCartney e in conclusione un tributo speciale a Chick Corea, nell’emozionato ricordo di quando, lui chitarrista appena maggiorenne, ricevette una telefonata di complimenti dal grandissimo e già leggendario pianista di Miles Davis.

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