Il Conte stanco di essere tirato per la giacchetta, di essere considerato troppo moderato dagli allarmisti e additato come terrorista da chi minimizza, già si era manifestato nello scorso DPCM, in quel punto nel quale concedeva ai presidenti di Regione la facoltà di inasprire i provvedimenti anticovid. Il senso era chiaro: il Governo mette lì due o tre paletti che valgono per tutti, poi ognuno si prenda le sue responsabilità.

Il nuovo decreto, annunciato ieri sera, è il massimo della delusione per chi lo attendeva con la bava alla bocca e gli occhi iniettati di sangue, pronto a gridare all’attentato alla sopravvivenza della Nazione, ma anche per chi vive e legge i numeri dei contagi con crescente terrore.

La linea rimane la stessa: quelle due o tre decisioni di fronte alle quali non si possa dire che il governo non ha fatto nulla, fermandosi ben prima del confine con le competenze delle istituzioni locali. E soprattutto con una bella e grossa attribuzione di responsabilità ai cittadini.

Per giorni i catastrofisti antigovernativi ci avevano annunciato scenari da coprifuoco bellico, invece si tratta solo di bere l’ultimo bicchiere entro mezzanotte. Gli altri, quelli con l’incubo dell’appestamento da movida sono stati rabboniti con l’obbligo di mettere tutti seduti ai tavoli dalle 18. Non basterà? Ci dovranno pensare i sindaci, ai quali viene data la facoltà di chiudere e mettere sotto vigilanza strade e piazze a rischio di assembramento.


C’era il nodo dello sport, risolto con un occhio di riguardo per quello che fa girare soldi e lavoro. Sacrificare gli sport di squadra amatoriali è cosa che un Paese tutto sommato può reggere per qualche mese. Ma anche sulle attività fisiche il messaggio è “fate i bravi e vedremo…”: così suona la settimana di valutazione per palestre e piscine.

C’erano poi due punti, sui quali l’inferno era pronto a scatenarsi: il lavoro e la scuola. Qui il presidente del Consiglio si è smarcato con la scaltrezza di un Leo Messi. “La scuola non si tocca”, ma visto che il pericolo non è nelle aule, bensì fuori, dove i ragazzi più grandi sono difficili da disciplinare, si provvede a far iniziare le lezioni alle 9, in modo da non sovrapporre sui mezzi pubblici l’afflusso di studenti a quello dei lavoratori. Per il resto, si organizzassero gli istituti, che di tempo per strutturare una parte di lezioni a distanza un po’ ne hanno avuto, e gli enti locali che a dare una regolata al trasporto pubblico avrebbero dovuto pensarci già qualche mese fa.

In tema di lavoro, il Governo ha deciso di essersi scottato le mani abbastanza. Lo smartworking è caldamente consigliato, ma senza imposizioni e l’unico sacrificio riguarda convegni e conferenze. Sullo sfondo, un messaggio a chi pensasse di risolvere tutto battendo cassa: non ci sono più soldi e qualche compensazione riguarderà chi verrà realmente penalizzato. Niente soldi a pioggia.

Insomma, da Conte un discreto dispetto ai professionisti del lamento, ma anche – sebbene con toni sobri – l’inaugurazione di una politica in realtà più ferma di quanto sembri: quella della responsabilizzazione. Ci sono due frasi del premier da leggere con attenzione, quando dice che «bisogna agire per evitare un nuovo lockdown generalizzato» e soprattutto quel «il governo c’è, ma ciascuno deve fare la propria parte», pronunciato in chiusura dell’annuncio del DPCM.

I destinatari del messaggio sono certo i cittadini, ma anche la stessa politica che per un po’ non potrà piu confondere le proprie responsabilità nel rimestio della propaganda elettorale.