«Ah, mi sembrava impossibile abbandonare questo mondo, prima di avere creato tutte quelle opere che sentivo l’imperioso bisogno di comporre; e così ho trascinato avanti questa misera esistenza – davvero misera, dal momento che il mio fisico tanto sensibile può, da un istante all’altro, precipitarmi dalle migliori condizioni di spirito nella più angosciosa disperazione. Pazienza: mi dicono che questa è la virtù che adesso debbo scegliermi come guida; e adesso io la posseggo.»

Sono parole rimaste a lungo nascoste in un cassetto e datate 6 ottobre 1802. Nel testamento di Heiligenstadt Ludwig van Beethoven scrive la sua disperazione per l’infermità crescente. Dispone, in una lettera indirizzata ai fratelli ma mai recapitata, le sue intenzioni e soprattutto confida la frustrazione del non essere compreso da chi lo chiama misantropo, scontroso, astioso. Atteggiamenti che la malattia, la sordità di cui comincia a soffrire dal 1796, accentua e che costruiscono intorno a lui, figura già mitica per i contemporanei, un alone di incomunicabilità.

Ancora oggi non si sa con chiarezza la causa della patologia che tolse a Beethoven completamente l’udito. «Di anno in anno le mie speranze di guarire sono state gradualmente frustrate, e alla fine sono stato costretto ad accettare la prospettiva di una malattia cronica (la cui guarigione richiederà forse degli anni o sarà del tutto impossibile).»

Pari indefinitezza, in merito ai problemi di salute che lo hanno afflitto, si ritrova anche oggi sui giornali tra gli articoli dedicati alla morte di un altro figlio della musica, Ezio Bosso. L’accostamento all’immenso compositore di Bonn non è accidentale. «Il sogno è che un’orchestra mi dica: facciamo tutto Beethoven», ha dichiarato in diverse occasioni il pianista scomparso ieri. E un frammento di sogno si sarebbe realizzato proprio la prossima estate, il 23 agosto, con Bosso alla direzione dell’orchestra e del coro dell’Arena di Verona. Dal calendario della stagione lirica la Nona sinfonia era però già stata annullata causa Covid19, ma Bosso aveva rinnovato la disponibilità di partecipare sempre in agosto al programma di eventi “Nel cuore della musica”, ideato dalla Fondazione Arena.

“E ci siamo

E ti senti così piccolo

Da tremare…

Da stare bene

E ci siamo

Il respiro alto

Gli occhi lucidi

Da riempire di Pietra e cielo

E ci siamo

E ti senti così piccolo

Che non ci credo ancora…

È un’avventura che si compie

Una da cominciare

E ci

Siamo

Vivi

Di esserci”

Bosso aveva lasciato questo appunto emozionato in versi sulla propria pagina Facebook lo scorso 11 agosto, poche ore prima dell’esecuzione di Carmina Burana nell’anfiteatro romano. Emozionato non solo per il valore simbolico del luogo, ma anche per la biografia familiare, per quel legame con Verona che risale alle vicende vissute dalla mamma di Ezio, che qui trovò rifugio durante la seconda guerra mondiale e per questa ragione rimase sempre legata alla città. E l’Arena fu proprio un regalo fatto alla mamma, una serata insieme a vedere Aida.

Sarebbe tornato, ormai più che consacrato dalla sua stessa popolarità, perché il pubblico aveva imparato ad amare questo inconsueto, vitalissimo musicista proprio per quella voglia di esserci, di vivere con pienezza la musica e la propria esperienza, nonostante.

Bosso negli anni ricerca soluzioni alternative alla sua crescente disabilità, vuole stare al pianoforte sebbene gli procuri dolore, finché a settembre 2019 decide di non suonare più in pubblico. Due dita non rispondono più come dovrebbero e gli rendono molto difficile seguire le partiture, però il successo della conduzione dei Carmina Burana lo consacra davanti a 14mila persone, con tanto di sold out e continue standing ovation. L’Arena lo ha definitivamente abbracciato e gli ha restituito un amore sublime, romantico – questo sì in senso beethoveniano.

Quella popolarità raggiunta nel 2016 sul palco del festival di Sanremo, con 14milioni di spettatori e l’esecuzione di una sua composizione, Following a bird, era stata la sua massima apertura, un’esposizione priva di difese per un musicista che non solo si cimenta in diretta tv nel tempio della musica nazional-popolare italiana, ma che si impone agli occhi degli altri, anche di chi non ne conosce il linguaggio espressivo, per la propria fisicità. Davanti a un pubblico sempre in cerca di nuove icone, il salto nella popolarità ha avuto anche il suo prezzo da pagare, però Bosso desiderava stimolare ciascuno a mettersi in ascolto della musica, conoscerla, farsi trasformare. Credeva nel valore della didattica, che voleva portare ovunque per creare un ponte accessibile a tutti.

Ma c’è anche un’altra funzione, se così si può semplificare, che Bosso ha espresso con il suo corpo in questi tempi di fenomeni. Si è imposto con gentilezza e determinazione per ciò che è stato, un musicista affetto da una malattia degenerativa. «Se vogliamo parlare della mia storia, io spero solo che sia servita a mettere in luce le mille altre storie come la mia. Non sono io l’esempio a cui ispirarsi, ma tutte quelle persone che non mollano pur tra tantissime difficoltà. Gli esempi non fanno mai troppo rumore», aveva affermato in un’intervista a Vanity Fair. E nella stessa occasione alla giornalista Silvia Nucini raccontava di Beethoven, che si arrabbiava se non c’era un rapporto fisico con il pianoforte, perché senza il corpo «non puoi suonare».

Il 7 maggio 1824 a Vienna un Beethoven completamente sordo, incapace di condurre la Nona sinfonia al suo debutto, ma ugualmente coinvolto nell’indicare ai musicisti l’evolversi della scrittura musicale, si ritrova davanti a un pubblico in pieno giubilo, nonostante l’esecuzione non sia stata perfetta. Anche durante le sezioni della composizione, gli spettatori esplodono in applausi, cosa che rallenta i tempi rispetto a quello riportato sullo spartito. Un uomo completamente avulso dal contesto segna un andamento che è solo nella scrittura e nella sua mente. Lo spettacolo potrebbe imbarazzare, eppure le ovazioni si ripetono, lanci di cappelli, fazzoletti, mani alzate si sollevano in modo che il compositore possa cogliere quanto in quel momento i presenti siano felici.

L’”Inno alla gioia” non risuonerà questa estate in Arena. Non vedremo la bacchetta di Ezio Bosso levarsi, le sue braccia spingersi oltre il suo minutissimo corpo per estendersi nel mondo. «Addio, non dimenticatemi del tutto, dopo la mia morte. Io merito di essere ricordato da voi, perché nella mia vita ho spesso pensato a voi, e ho cercato di rendervi felici. Siate felici.» Parole di Ludwig van Beethoven. Parole di Ezio Bosso.

Ezio Bosso secondo lo sguardo di Laura Toffaletti