A volte basta fermarsi ad ascoltare una persona per scoprire qualcosa che non avevamo considerato. Una storia diversa dalla nostra può richiamare un’esperienza conosciuta, far nascere una domanda o aiutarci a comprendere meglio una difficoltà che, vista da lontano, sembrava riguardare soltanto gli altri. Una piazza può offrire spazio a questo incontro, accogliendo chi desidera raccontare e chi preferisce, almeno all’inizio, ascoltare. Ci si ritrova con storie e punti di vista diversi, accomunati dalla possibilità di condividere qualcosa della propria vita.

È questo lo spirito di Agorai, il progetto nato nel maggio 2024 nel Centro di salute mentale Cagliari 1 su proposta dello psichiatra Alessandro Coni: «Persone che vivono un disagio psichico, familiari, operatori, associazioni, amministratori e cittadini si incontrano per parlare di salute mentale e immaginare insieme iniziative per il territorio. Il nome, inizialmente Agorà, è diventato plurale quando altre città hanno fatto propria l’esperienza, dando vita a nuove piazze e nuove occasioni di ascolto».

Da un’intervista con Alessandro Coni nasce questa riflessione sul progetto Agorai, sul significato della cura e sul valore di una comunità capace di riconoscere e accogliere le esperienze di ciascuno.

Incontrarsi sullo stesso piano

Siamo abituati a pensare la cura all’interno di luoghi riconoscibili, con appuntamenti, competenze e ruoli definiti. Sono luoghi sicuramente necessari, ma una volta usciti ci sono ancora giornate da attraversare, relazioni da vivere e il bisogno di una dimensione di senso. È in questa vita quotidiana che le Agorai cercano di creare uno spazio di incontro, portando nella piazza la possibilità di parlare della propria esperienza e di ascoltare quella degli altri. Proviamo allora a immaginare di essere lì, seduti tutti in cerchio, in modo da poterci guardare e incontrare sullo stesso piano.

Ciascuno porta la propria storia e può scegliere di condividere qualcosa di ciò che ha vissuto e sentito. Anche chi ha una competenza professionale è invitato a mettersi in gioco come persona, lasciando che il proprio sapere accompagni l’ascolto senza attribuire subito un significato al racconto altrui. In queste Agorai si fa epochè, sospendendo i giudizi e le interpretazioni abituali per concedersi il tempo di conoscere chi abbiamo davanti. «Non si fa accademia e nessuno è in cattedra.

Chi è abituato a sentirsi osservato o valutato può trovare lo spazio per raccontarsi con parole proprie, mentre chi ascolta è invitato a rispettare anche le esitazioni e i silenzi, senza affrettarsi a riempirli», ci racconta il dottor Coni.  La piazza diventa così un luogo nel quale far sentire la propria voce, essere presi sul serio e trovare un posto nelle relazioni con gli altri.

Basaglia e le distanze che restano

L’esperienza delle Agorai richiama l’eredità di Franco Basaglia e il suo impegno per una cura capace di riconoscere, insieme alla sofferenza, la dignità e i diritti della persona. Ci invita a chiederci quanto spazio lasciamo alle scelte di chi vive un disagio psichico e quanto, invece, tendiamo a decidere al suo posto. Anche nella vita quotidiana può accadere che una diagnosi finisca per condizionare il modo in cui ascoltiamo una persona.

Quando esprime un desiderio o un disaccordo, rischiamo di attribuirlo alla malattia anziché prendere sul serio ciò che sta dicendo. Ascoltare la sua esperienza ci permette invece di conoscerla più da vicino, scoprendo ciò che le piace, ciò che sa fare e ciò che desidera per il proprio futuro. Portare queste esperienze nelle piazze significa rendere visibile una responsabilità che riguarda tutta la comunità.

«È con questo spirito che – continua il dottor Coni – in occasione del 10 ottobre 2026, Giornata mondiale della salute mentale, il Collegio nazionale dei Dipartimenti di salute mentale ha organizzato un collegamento, coordinato dal Dipartimento di Cagliari, per riunire oltre cento piazze italiane sul modello di Agorai, creando occasioni di partecipazione e ascolto per persone troppo spesso lasciate ai margini».

La fragilità che ci riguarda

La sofferenza dell’altro può metterci di fronte alle nostre fragilità, risvegliando il timore di perdere un equilibrio che consideriamo sicuro o di ritrovarci, un giorno, nella stessa condizione di vulnerabilità. Talvolta è proprio questa paura a spingerci a prendere le distanze da chi soffre. Il pensiero di Jung offre uno spunto per comprendere questa reazione attraverso il concetto di Ombra, che comprende quegli aspetti di noi stessi che fatichiamo a riconoscere o ad accettare.

Attraverso il meccanismo della proiezione, possiamo finire per attribuire agli altri paure, debolezze e caratteristiche che facciamo fatica a vedere in noi stessi. Lo stigma, però, non nasce soltanto dalle paure individuali ma si alimenta anche dei pregiudizi e delle convinzioni che assorbiamo nel tempo, spesso senza rendercene conto. Interrogarci sul nostro modo di guardare gli altri può allora aiutarci a conoscere davvero chi abbiamo davanti, senza ridurre una persona alla sua sofferenza o alle idee che ci siamo fatti su di lei o, peggio ancora, alla sua eventuale diagnosi. 

Anche da qui può cominciare a costruirsi una comunità più attenta, nella quale chiedere aiuto diventi meno difficile. Forse Agorai diventa «una possibile cura della democrazia proprio perché restituisce parola e possibilità di partecipare anche a chi viene ascoltato meno, riconoscendo valore alla presenza di ciascuno, anche se incerta, faticosa o diversa dalle nostre aspettative».

Psiche attraversa le case, le scuole e i luoghi di lavoro, intrecciando le vicende personali con il modo in cui viviamo insieme. In questo intreccio possiamo riconoscere la salute mentale come bene comune, della quale prenderci cura attraverso la qualità delle relazioni, le opportunità di partecipare e l’accesso concreto alle cure. Con Agorai, questa responsabilità condivisa trova spazio nella piazza e prende forma nell’ascolto, nella parola e nelle iniziative che possono nascere insieme.

Perché sentirsi parte di una comunità significa anche sapere che la propria sofferenza può trovare accoglienza e che il proprio contributo continua ad avere valore.

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