L’Estranea di Paolo Strippoli è il film che l’Anica ha designato per rappresentare l’Italia come Miglior Film Internazionale ai prossimi Premi Oscar. Una valutazione che ha portato i riflettori sul giovane regista barese, già in concorso all’appena trascorsa Mostra del Cinema di Venezia. È utile, dunque, interrogarsi su questa scelta e sul valore del film, da poco nelle nostre sale. Cristiana Albertini ed Emanuele Antolini propongono due letture del film: sul rapporto tra paura e legami familiari, e sulle aspettative che accompagnano il percorso del regista.

Che cosa ci lascia un film simile?

Perché è piaciuto questo film tanto da presentarlo agli Oscar? È un genere thriller psicologico che fa l’occhiolino all’horror e che resta appeso ad un filone più legato ad una indagine mentale malata, che sfiora il reale e lo distorce. È un genere appunto poco usato nella filmografia italiana recente soprattutto nella versione psicologica/psicanalitica del testo. Una domanda dopo aver visto il film a Venezia: perché attira così tanto questo genere? Ricordo il mio incubo notturno persistente per anni quando da bambina, insieme a mio fratello, vidi  di nascosto, dietro il pesante tendone del cinema accanto a casa, in B/N Nosferatu il vampiro di Murnau del 1922. Da grande ho ricercato cause e conseguenze delle immagini e dei film sulla nostra mente e sul nostro cervello, insieme ai ragazzi nella scuola. Il genere Horror sembra produrre esperienze ad alta intensità in cui il cervello rilascia neurotrasmettitori come dopamina, endorfine, adrenalina, la paura e la suspence provocano ansia ma anche emozioni intense che danno, per ossimoro, una sensazione spesso di vitalità: l’horror e anche il thriller, in modo un po’ diverso, sono generi capaci di fare dimenticare ciò che è noioso e quotidiano per porre l’attenzione a emozioni primordiali come la paura, gli istinti inconsci quelli repressi dalle cosiddette norme sociali. Tu guardi una azione nel film che non osi immaginare ma che il protagonista non solo la pensa ma la fa, agisce.

Quindi L’Estranea, come afferma il giovane regista Paolo Strippoli (Piove, La valle dei sorrisi) in conferenza stampa a Venezia, è piu’ vicino allo psico-thriller, «Una storia che nasce dal tema del controllo, una sorta di narrazione occidentale sulla impossibilità di controllare la vita (…) non e’ una critica alla famiglia tradizionale ma a quella borghese, solo i borghesi possono cadere e trascinare i figli nel baratro.» Interessante appunto, a parte il fatto che bisognerebbe capire meglio la definizione di famiglia borghese, grande criticata nel giro dei film italiani alla Mostra. Il film si dipana in una storia complessa, dove il focus principale è il rapporto tra i due genitori e quello in particolare tra madre e figli. Una madre (Jasmine Trinca) disposta a scambiare l’amore di una figlia (Romana Maggiora Vergano) con il figlio, dove il confine tra amore, possesso, controllo, vanita’ si confondono e si fondono insieme. Il cardine è la figura di questa estranea, una sorta di diavolo in gonnella (Valeria Bruni Tedeschi), anzi in trench che si presenta nei banchi addirittura in chiesa, alter ego della figura della Madonna che non ha nessun potere nei confronti della richiesta di aiuto della madre in questione.

Quindi questa figura femminile demoniaca è piu’ forte della figura “religiosa”, il male è più forte del bene. La madre accetta un patto con lei, figura diabolica preveggente, ironica e inquietante, un patto inesprimibile, talmente terribile che provocherà la reazione altrettanto sconvolgente della figlia… Un film fatto bene, il corridoio buio verso la porta della chiesa, la pioggia alluvionale della stanza dell’ultimo incontro tra madre e figlia, lo sconforto totale del padre (Adriano Giannini), la Bruni Tedeschi perfettamente a suo agio nella sua performance… c’era bisogno di questo film ora? Che cosa ci porta dentro che cosa ci regala? Una sensazione di profondo vuoto, il segnale di una storia attuale ma anche una mancanza di resurrezione, a partire dallo sguardo finale di Alice, la figlia. Un film accattivante perché usa lo stratagemma del genere, della devastazione della mente, del cuore e della società attuale senza dare possibili alternative e senza, in realtà, approfondire sentimenti, relazioni e drammi interiori.

(Cristiana Albertini)

Il trailer del film

Un peso ingombrante

Personalmente sono affascinato e interessato alla possibilità che un cineasta italiano lavori nel genere, ne esplori le forme e riesca a costruire un rapporto con il pubblico. Proprio per questo mi sembra che Strippoli debba ancora dimostrare molto, e che riconoscerlo non significhi negare il valore delle sue ambizioni ma forse sostenerlo ancora di più. Dopo A Classic Horror Story e Piove, la cui circolazione in sala è rimasta limitata, La valle dei sorrisi ha raccolto al botteghino italiano circa 360.000 euro. È un risultato modesto, che non misura certo il valore artistico del film (secondo me il suo migliore) e non permette ovviamente, da solo, di ricostruirne il bilancio economico complessivo. Se proviamo a concentrarci sul rapporto con il pubblico italiano, ecco che la distanza tra l’entusiasmo della stampa e la risposta degli spettatori rimane evidente. I film di Strippoli hanno ricevuto attenzione, sono stati recensiti e discussi; molto più difficile è sostenere che abbiano già modificato la percezione dell’horror italiano presso un pubblico ampio.

Forse sarà un’esperienza personale, ma ho come l’impressione che l’attenzione critica per Strippoli non si sia ancora tradotta in un’attesa altrettanto riconoscibile da parte del pubblico. Chi attende oggi L’Estranea? La responsabilità non può ricadere esclusivamente sul regista. Contano il sistema distributivo, il numero di sale, la promozione, la fiducia degli esercenti e, soprattutto, quella degli spettatori. L’interesse per il genere esiste, l’horror riempie le sale, crea dibattito, e non è nemmeno giusto affermare che lo spettatore medio apprezzi solo titoli esteri, dando la colpa – come spesso accade – al pubblico bue. Ritorniamo, perciò, a L’Estranea. Un film che purtroppo – a parte una notevole sequenza durante i festeggiamenti del mondiale del 2006 – arranca dietro a forme orrorifiche consolidate, già immagazzinate, un accumulo di suggestioni, registri e simboli senza un’idea capace di tenerli insieme. Tutto sembra dover assumere un peso simbolico (la spirale! Le girelle di liquirizia! La pioggia biblica!), rimandando a qualcosa di più grande, quando sarebbe bastato forse fidarsi maggiormente dell’orrore che, come scrive bene Roberto Manassero su FilmTV, “Fatica a contenere le forze in campo (da un lato il soffocante amore di una donna piccolo-borghese e ipocrita, dall’altro la logica stringente di un teorema demoniaco) e che più che incerto, o irrisolto, è eccessivamente scritto e declamato”.

Un parere, il mio, che non vuole assumere i registri di una recensione ma constatare come la direzione intrapresa di Strippoli pare dirigersi verso la rincorsa di un certo tipo di cinema (addirittura Valeria Bruni Tedeschi appare la copia sbiadita di Nicolas Cage in Longlegs) senza invece proseguire in una direzione personale, schiacciato appunto da un peso produttivo e mediatico ingombrante. Strippoli ha il diritto di cercare una propria forma, di riuscirci, di sbagliare e di contraddirsi. La critica dovrebbe accompagnare questo percorso attraverso il confronto con i film e non caricarlo del compito di salvare il cinema di genere italiano. Perché questo significa, soprattutto, rischiare di vedere nelle sue immagini ciò che speriamo accada al nostro cinema.

(Emanuele Antolini)

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