«Alla mia età pensavo che avrei già avuto un lavoro stabile». «Credevo che sarei andato a vivere da solo». «Mi sembra che gli altri abbiano costruito qualcosa, mentre io sono ancora fermo». Sono pensieri che ricorrono spesso nei racconti dei giovani adulti. Non sempre vengono espressi apertamente. A volte emergono dietro un’insoddisfazione difficile da definire, un senso di fallimento che sembra eccessivo rispetto alle circostanze reali o una fatica crescente nel riconoscere valore a ciò che si è fatto.

La sensazione non riguarda soltanto il desiderio di avere qualcosa che ancora manca. Il punto più doloroso è spesso un altro: la convinzione che quel risultato avrebbe dovuto essere già stato raggiunto. Non si pensa semplicemente di volere una relazione stabile, un lavoro soddisfacente o una maggiore autonomia. Si pensa che, a una certa età, non averli ancora ottenuti significhi essere rimasti indietro. La distanza tra la realtà presente e quella immaginata smette così di essere una differenza di percorso e diventa un giudizio sulla persona. È qui che il tema del tempo incontra quello dell’autostima.

Il calendario invisibile dell’età

Fin da molto giovani costruiamo, quasi senza accorgercene, una rappresentazione della nostra vita futura. Immaginiamo che a trent’anni saremo più sicuri, indipendenti e definiti. Pensiamo che avremo trovato la nostra strada, che sapremo prendere decisioni con maggiore facilità e che alcune questioni saranno finalmente risolte.

Queste immagini non nascono soltanto dai desideri personali. Sono influenzate dalla famiglia, dal contesto sociale, dalle esperienze dei coetanei e dai modelli culturali con cui cresciamo. Esiste ancora una sequenza piuttosto precisa attraverso la quale viene rappresentato l’ingresso nella vita adulta: terminare gli studi, trovare un lavoro, raggiungere l’indipendenza economica, lasciare la casa dei genitori, costruire una relazione stabile, acquistare una casa, avere eventualmente dei figli.

Non tutti desiderano queste tappe e, anche quando le desiderano, non necessariamente le immaginano nello stesso ordine. Eppure continuano a funzionare come parametri impliciti. Non indicano soltanto ciò che dovrebbe accadere, ma anche il momento in cui dovrebbe accadere. È una sorta di calendario invisibile, difficile da mettere in discussione proprio perché viene spesso vissuto come naturale. A una certa età si dovrebbe sapere cosa si vuole. A un’altra si dovrebbe essere economicamente autonomi. Più avanti si dovrebbe avere una vita affettiva definita.

Quando la propria esperienza non rispetta questa successione, può comparire un senso di vergogna. Vivere ancora con i genitori non viene interpretato alla luce della precarietà lavorativa o del costo delle abitazioni, ma come una prova di immaturità. Non avere una relazione stabile sembra dimostrare di non essere capaci di costruire legami. Cambiare lavoro o riprendere gli studi viene vissuto come il segno di non aver saputo scegliere prima.

La condizione in cui ci si trova finisce per trasformarsi in una definizione di sé. Non si pensa più: «Il mio lavoro non mi soddisfa», ma «sono inconcludente». Non si dice: «Questa relazione è finita», ma «non sono capace di farmi amare». Non si riconosce: «Ho bisogno ancora di sostegno», ma «non sono diventato davvero adulto».

Foto da Unsplash di Leslie Whitecotton

Il confronto che diventa giudizio

Il confronto con i coetanei rende questi pensieri ancora più incisivi. Osservare una persona della stessa età che ottiene una promozione, compra casa, si sposa o diventa genitore può produrre una reazione che va oltre l’invidia o la semplice tristezza. Il traguardo dell’altro viene percepito come un’indicazione di ciò che sarebbe dovuto accadere anche nella propria vita.

Avere la stessa età crea l’illusione che i percorsi siano direttamente confrontabili. Si dimentica facilmente che le condizioni di partenza possono essere molto diverse. Non tutti hanno ricevuto lo stesso sostegno economico, vissuto le stesse opportunità, goduto della stessa salute o incontrato le stesse possibilità professionali e relazionali. Anche i desideri non sono necessariamente identici. Eppure il confronto tende ad appiattire queste differenze. Se l’altro è arrivato prima, viene considerato più capace, più determinato o più maturo. Se noi siamo ancora alla ricerca di una direzione, la spiegazione sembra trovarsi in una mancanza personale.

I social network hanno certamente reso questo processo più frequente, ma non ne sono l’unica causa. Il problema non è soltanto che online vengano mostrate vite selezionate e prevalentemente composte da successi. Il confronto esiste anche nelle conversazioni familiari, nelle riunioni tra amici, negli incontri con vecchi compagni di scuola e nelle domande apparentemente innocue: «Quando ti sistemi?», «Non pensi sia arrivato il momento?», «Alla tua età io avevo già…».

Sono frasi che possono essere pronunciate senza intenzione svalutante, ma che rafforzano l’idea che vi sia una posizione corretta da occupare in ogni fase della vita. Il paragone con le generazioni precedenti, inoltre, ignora spesso i cambiamenti avvenuti nel mondo del lavoro, nell’accesso alla casa e nei percorsi di formazione. Molti giovani adulti affrontano contratti temporanei, periodi di instabilità, cambi di settore e una permanenza più lunga nella famiglia d’origine. La costruzione dell’autonomia richiede tempi differenti rispetto al passato, ma le aspettative continuano spesso a essere quelle di un’altra epoca.

Si crea così una contraddizione difficile da sostenere. Ai giovani viene chiesto di trovare un lavoro coerente con le proprie aspirazioni, costruire relazioni soddisfacenti, essere emotivamente consapevoli e realizzare un progetto personale autentico. Allo stesso tempo, però, viene richiesto loro di farlo rapidamente, senza attraversare troppi tentativi, errori o ripensamenti. Il tempo necessario per conoscersi viene confuso con l’indecisione. Il cambiamento di direzione con l’incostanza. La ricerca con l’incapacità di scegliere.

La sensazione di essere in ritardo nasce anche dal confronto con la persona che si pensava di diventare. Non esiste soltanto la vita degli altri. Esiste una vita immaginata, costruita negli anni, che può esercitare una pressione altrettanto forte. Arrivare a una certa età e non riconoscersi nell’adulto che si era previsto di essere può provocare un senso di estraneità. «Non era così che mi vedevo». Questa frase contiene spesso una vera esperienza di perdita. Non si soffre soltanto per ciò che non è stato raggiunto, ma anche per l’idea di sé che non si è realizzata.

La propria vita può allora apparire provvisoria, come se quella vera dovesse ancora iniziare. Il presente viene vissuto come una sala d’attesa: quando avrò un lavoro stabile, quando incontrerò la persona giusta, quando sarò indipendente, quando mi sentirò finalmente sicuro. Il rischio è che tutto ciò che esiste venga svalutato perché non corrisponde al progetto originario. Esperienze importanti, competenze acquisite, relazioni significative e difficoltà superate sembrano avere poco peso di fronte a ciò che manca.

Anche il passato può essere riletto in modo severo. Percorsi interrotti, anni dedicati a una relazione poi conclusa, lavori abbandonati o scelte cambiate vengono considerati tempo sprecato. Eppure non tutto ciò che non ha prodotto un risultato definitivo è stato inutile. Alcune esperienze permettono di comprendere ciò che non si desidera, di riconoscere i propri limiti o di modificare una direzione che non era più sostenibile.

Sentirsi in ritardo può produrre reazioni opposte. In alcuni casi compare la fretta di recuperare. Si accetta un lavoro poco adatto pur di avere una posizione riconoscibile. Si resta in una relazione insoddisfacente perché ricominciare sembra troppo faticoso. Si prendono decisioni importanti non perché siano davvero desiderate, ma per ridurre la distanza percepita dagli altri. Non ci si muove più verso qualcosa che ha significato, ma lontano dalla paura di essere giudicati.

In altri casi prevale il blocco. Quando ci si sente troppo distanti dal punto in cui si dovrebbe essere, ogni nuovo inizio appare tardivo. Si rinuncia a riprendere gli studi, cambiare professione o costruire nuove relazioni perché si pensa di aver ormai perso il momento giusto. La convinzione di aver sprecato tempo impedisce così di utilizzare il tempo che ancora c’è.

Foto da Unsplash di Leohoho

Ritrovare il proprio tempo

Riconoscere questi meccanismi non significa negare la sofferenza legata a un desiderio non realizzato. Non significa neppure sostenere che ogni scelta sia valida o che non sia necessario assumersi responsabilità. Alcune situazioni richiedono effettivamente un cambiamento e alcune decisioni possono essere state rimandate per paura. È però importante distinguere un desiderio da una scadenza.

«Vorrei costruire una relazione stabile» non è la stessa cosa di «alla mia età dovrei già avere una famiglia». «Desidero maggiore autonomia» non equivale a «se ho ancora bisogno di aiuto sono un fallito». Nel primo caso esiste un obiettivo verso cui orientarsi. Nel secondo il mancato raggiungimento di quell’obiettivo diventa una condanna. L’autostima non coincide con l’essere sempre soddisfatti di sé. Comprende la possibilità di riconoscere errori, limiti e aspetti da modificare senza trasformarli in un giudizio complessivo sul proprio valore.

Si può essere insoddisfatti della propria posizione senza vergognarsene. Si può scegliere di cambiare direzione senza considerare fallito tutto ciò che è venuto prima. Si può essere responsabili di ciò che si farà da ora in avanti senza sentirsi colpevoli per non aver rispettato una tabella di marcia. Forse la domanda più utile non è «Dove avrei dovuto essere a questa età?», ma «Quale passo ha senso compiere adesso, nella mia vita reale?».

Recuperare una misura personale del tempo non significa rinunciare agli obiettivi o smettere di progettare. Significa accettare che l’età descrive il tempo trascorso, ma non certifica il valore di una persona. E che trovarsi in un punto diverso da quello immaginato non significa necessariamente essere arrivati troppo tardi.

© RIPRODUZIONE RISERVATA