Secondo quanto riportato dalle cronache, l’uomo fermato a Modena dopo il gravissimo accaduto di sabato scorso sarebbe stato già conosciuto dai servizi di salute mentale per un disturbo di personalità schizoide. Non si tratterebbe dunque di una diagnosi attribuita a posteriori, come tentativo di spiegare il gesto dopo che è avvenuto, ma di un’informazione clinica precedente, emersa nel racconto giornalistico e investigativo dei fatti.

Proprio per questo è importante chiarire bene il punto: il fatto che una diagnosi, o una presa in carico, preceda un gesto violento non significa che quella diagnosi lo spieghi automaticamente. Una cosa è dire che nella storia clinica di una persona emerge un certo funzionamento psichico; un’altra è sostenere che quel funzionamento sia la causa diretta, lineare e sufficiente di un atto. La clinica non procede per automatismi e il rapporto tra condizione psichica, storia di vita e condotte violente richiede sempre una valutazione prudente, complessa e caso per caso.

Differenza tra disturbo schizoide e schizofrenia

Il primo equivoco da sciogliere riguarda la parola stessa: “schizoide” non significa “schizofrenico”. Sono due termini che condividono il prefisso “schizo-” che rimanda etimologicamente all’idea di una separazione, di una scissione (dal greco σχίζω, schízō, “io divido”). In psichiatria parole che condividono una radice non indicano necessariamente la stessa condizione. Disturbo schizoide di personalità, schizofrenia, disturbo schizotipico: sono quadri diversi, con caratteristiche diverse e implicazioni cliniche diverse.

La schizofrenia appartiene all’area dei disturbi psicotici: può comportare deliri, allucinazioni, alterazioni importanti del rapporto con la realtà, disorganizzazione del pensiero o del comportamento.

Nel disturbo schizoide di personalità, invece, il centro del quadro non è la perdita dell’esame di realtà, ma descrive un modo di stare in rapporto con gli altri. La persona con questo funzionamento vive tendenzialmente ai margini della vita relazionale: poche amicizie, scarso desiderio di intimità, una certa freddezza emotiva e un’espressione degli affetti. Una persona con funzionamento schizoide può quindi essere ritirata e poco interessata ai rapporti sociali, ma questo non implica automaticamente che abbia deliri, allucinazioni o una rottura psicotica con la realtà.

Questo è un punto decisivo. Dire che una persona soffre di un disturbo schizoide non significa dire che “non capisce la realtà”, che “vive in un mondo delirante” o che “non sa quello che fa”. Il disturbo schizoide riguarda soprattutto il modo in cui la persona si colloca rispetto al mondo relazionale: una posizione di distanza, di scarso investimento affettivo, di ridotto desiderio di intimità e di legami.

Naturalmente, nella vita reale (oltre che clinica), i quadri possono complicarsi. Una persona con un disturbo di personalità può attraversare fasi depressive, momenti di scompenso, vissuti persecutori, rabbia, chiusura, sospettosità, oppure altri disturbi associati. Ma questo va accertato, non presunto. Non basta la parola “schizoide” per concludere che vi fosse una psicosi, né basta il gesto violento per rileggere tutta la storia clinica come se contenesse già, in modo inevitabile, ciò che è accaduto.

La natura dell’isolamento

Non tutti i modi di isolarsi sono uguali. Una persona può essere isolata per paura, per vergogna, per depressione, per condizioni sociali, oppure, come nel caso del disturbo schizoide, per una struttura di personalità che rende il legame poco desiderato. La forma esterna può sembrare simile — poche relazioni, vita solitaria, scarso contatto sociale — ma il significato clinico può essere molto diverso.

Nel disturbo evitante di personalità, per esempio, l’isolamento è spesso vissuto dalla persona come qualcosa di doloroso e causa quindi sofferenza: la persona desidera il legame, ma lo teme. Vorrebbe relazioni, amicizie o intimità, ma vive il rapporto con gli altri come un luogo di possibili umiliazione, giudizio o rifiuto. Si ritira non perché non voglia nessuno, ma perché il desiderio dell’altro è accompagnato da un’angoscia troppo intensa. In questo senso, l’isolamento evitante è spesso un isolamento doloroso: protegge dal rischio della relazione, ma al prezzo della solitudine.

Nel disturbo schizoide, invece, l’isolamento non è necessariamente accompagnato da un pensiero quale “vorrei stare con gli altri anche se ho paura”, ma piuttosto è accolto con indifferenza: “non sento il bisogno degli altri”, “non mi interessano” o “preferisco stare solo”. La persona schizoide può non vivere il proprio ritiro come un problema. Quindi, in molti casi, non chiede aiuto per la solitudine, perché quella solitudine non è percepita come tale, o non è vissuta con la stessa qualità dolorosa che troviamo in altri funzionamenti di personalità.

Difficoltà terapeutiche con pazienti con disturbo schizoide

Proprio a causa di questa assenza di sofferenza per la propria condizione di isolamento, anche quando una persona con tratti schizoidi entra in contatto con i servizi o con un percorso terapeutico, non sempre porta una domanda soggettivamente sentita di cura. Può arrivare per pressioni familiari, problemi lavorativi, oppure per indicazione di altri, ma non necessariamente perché desidera trasformare il proprio modo di stare in relazione. Il legame terapeutico stesso, in questi casi, può essere fragile non perché il paziente “non collabori” in senso oppositivo, ma perché la relazione di cura può non essere sentita come necessaria, significativa o emotivamente investita.

Sebbene l’isolamento possa non essere vissuto come problema dalla persona, può comunque diventare un fattore di impoverimento della vita psichica e sociale. Nell’ottica dei servizi, questo comporta una maggiore difficoltà nell’intercettare precocemente un peggioramento, una deriva depressiva, rabbiosa o persecutoria. La persona rischia quindi di rimanere sola dentro circuiti di pensiero sempre meno confrontati con l’altro.

Questo non significa, naturalmente, che una persona isolata sia pericolosa. Il punto è che l’isolamento, in alcune condizioni e in alcune storie personali, può diventare un fattore di rischio indiretto: non perché produca automaticamente violenza, ma perché può contribuire a una perdita di legami regolativi, a una riduzione dei punti di appoggio, a una maggiore chiusura dentro vissuti di fallimento, esclusione, risentimento o estraneità.

La questione, dunque, non è: “lo schizoide è pericoloso?”. La questione, più seria, è un’altra: che cosa accade quando una persona già ritirata, senza relazioni significative, attraversa una fase di ulteriore destabilizzazione? Quali fattori proteggono? Quali fattori cedono? Quali segnali possono essere colti? Quali invece restano invisibili anche ai familiari, ai servizi, alla comunità?

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